Non aspettarsi nulla, crederci sempre

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Intorno ad Annapolis.

“Le posizioni di israeliani e palestinesi sono meno lontane oggi di quanto non lo siano mai state in questi ultimi cento anni di rabbia e di sofferenza. Entrambi accettano il principio di due Stati per due popoli e l’obbligo di risolvere i nodi di Gerusalemme, degli insediamenti, dei profughi, dei confini, della sicurezza e del rifornimento idrico mediante una trattativa”, ha scritto Amos Oz a proposito del summit di Annapolis.

“Non aspettarsi nulla”, “Crederci sempre”: sono diversi e contrastanti i sentimenti con i quali gli ebrei italiani guardano alla ripresa del negoziato. Uno su tutti, la paura della recrudescenza degli attentati che da sempre accompagna ogni tentativo di dialogo finalizzato alla “pace”, anche se oggi la fence sembra un baluardo abbastanza efficace contro l’orrore.

Si tenta di cogliere i segnali positivi, leggere tra le righe, scandagliare i volti composti, gli applausi misurati, i gesti tanto importanti tra la gente del Medio Oriente abituata a comunicare davvero forse più con il linguaggio non verbale che con parole spesso vuote di significato.

Ma l’impressione dominante è che ancora una volta affrontare il conflitto israelo-palestinese serva ad altro. A Bush per rilanciarsi politicamente dopo il disastro iracheno e chiudere il suo mandato con una nota positiva (come cercò di fare Clinton nel 2000, e sappiamo come andò a finire); ai paesi arabi che hanno partecipato, 16 compresa la Siria, serve per indebolire l’Iran e la sua ipotesi atomica, che lo porterebbe ad assumere un ruolo di leadership indiscutibile nel mondo musulmano/mediorientale; a Olmert per velare la sua debolezza in politica interna.

Ma agli israeliani e ai palestinesi, dà speranza questa iniziativa?

I palestinesi sembrano più che mai in mano ad Hamas e Abu Mazen è forse interessato, come già Arafat, più al “processo di pace” che lo rilancia internazionalmente e dovrebbe rafforzarlo all’interno, che al “conseguimento della pace” che non potrebbe gestire né far accettare a più della metà del suo popolo, a quella parte che, votando per Hamas, sembra rifiutare il diritto all’esistenza stessa di Israele.
Gli israeliani hanno già dovuto subire la disillusione di Gaza, dove la perdita territoriale non è stata compensata da alcuna pacificazione, anzi ha aggravato il pericolo per le città sotto il tiro dei razzi palestinesi: la formula “territori in cambio di pace” suona di oscuro sarcasmo dalle parti di Sderot e non solo.

Dice ancora Amos Oz: “Dobbiamo andare ad Annapolis e da lì proseguire, consapevoli che i due popoli già sanno, più o meno, quale sarà l’accordo finale: uno Stato palestinese entro i confini del 1967 a fianco di quello ebraico, con alcune modifiche di confine, senza il ritorno dei profughi in Israele e Gerusalemme capitale dei due Stati. Tutti lo sanno, anche gli oppositori sui due fronti. Il paziente — Israele e i palestinesi — è già quasi pronto per l’intervento. Ma i medici si mostreranno abbastanza coraggiosi?”. In fondo, l’inno nazionale israeliano si chiama Ha tikvà, la speranza. Non si può vivere senza.

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