Mentre i negoziati sul nucleare iraniano arrancano, Israele prepara un Piano B per fermare Teheran

di Francesco Paolo La Bionda
I negoziati per il nuovo accordo sul nucleare iraniano durano ormai da più di un anno e, nonostante alcuni progressi, non sembrano vicini a una risoluzione. Israele, nettamente critico, si prepara intanto ad affrontare un eventuale fallimento delle trattative, con la crisi di governo in corso che potrebbe spingere gli schieramenti a posizioni più intransigenti verso il regime di Teheran.

Il fallimento del primo accordo

Il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), questa la sigla ufficiale, era stato siglato la prima volta a Vienna il 14 luglio 2015 tra l’Iran, i cinque membri permanenti del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite – Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti, la Germania e l’Unione Europea.

I negoziati allora erano durati venti mesi e avevano portato a un accordo in base al quale il regime di Teheran avrebbe limitato le attività di arricchimento dell’uranio al di sotto della soglia necessaria per il confezionamento di armi atomiche, ricevendo in cambio una corposa riduzione delle sanzioni in vigore.

Nel 2018 però l’amministrazione Trump aveva ritirato gli Stati Uniti dall’accordo, siglato dal precedente esecutivo guidato da Obama, definendolo “orribile”. L’anno seguente il governo iraniano aveva ripreso ad arricchire l’uranio oltre i limiti previsti, de facto uscendo anch’esso dal JCPOA. Col cambio di inquilino alla Casa Bianca nel 2020, si è riaperta una finestra per un nuovo accordo, avendo Biden già annunciato in campagna elettorale la sua intenzione di ripristinare un’intesa diplomatica.

La lunga e tortuosa strada verso un nuovo piano

Nonostante la volontà sia dell’Iran, la cui economia è stata duramente colpita dal ritorno delle sanzioni americane, sia degli Stati Uniti, ansiosi di chiudere le partite mediorientali per focalizzarsi sulla sfida con Cina e oggi anche Russia, le negoziazioni si sono rivelate complesse e sebbene abbiano compiuto progressi, restano ancora contenziosi aperti tra le parti.

Lo scorso 4 aprile, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Saeed Khatibzadeh, ha dichiarato che i rappresentanti del paese sarebbero tornati a Vienna solo per “finalizzare” il nuovo accordo, ma che mancava ancora una risposta degli Stati Uniti su alcune questioni irrisolte. Il 10 aprile 250 deputati iraniani su 290 hanno siglato una lettera in cui esortavano il governo a chiedere maggiori garanzie, e il giorno successivo Khatibzadeh ha lanciato un appello a Washington affinché rimuovesse da subito tutte le sanzioni contro l’Iran.

Il contenzioso principale sembra vertere sul famigerato “Corpo delle guardie della rivoluzione islamica”, i pasdaran, che gli Stati Uniti avevano sanzionato nel 2019 designandolo come organizzazione terroristica. L’Iran, trattandosi di un organismo ufficiale dello stato, chiede che le misure punitive vengano rimosse mentre l’amministrazione americana non intende procedere su questa strada, temendo che possa essere interpretata come un segno di debolezza dall’opinione pubblica statunitense e dagli alleati.

A rischiare di destabilizzare i negoziati si è inoltre aggiunta la guerra in Ucraina, con la Russia che ha inizialmente chiesto che le sanzioni occidentali non colpissero i suoi interscambi con l’Iran, una mossa interpretata dagli analisti come un tentativo di prendere in ostaggio il negoziato. L’intervento di Teheran, ansiosa di ridare ossigeno alla sua economia in crisi, ha tuttavia convinto Putin a tornare sui suoi passi.

Israele aspetta l’accordo al varco con l’incognito del governo in crisi

Israele si è sempre ufficialmente schierato contro qualsiasi forma di accordo con l’Iran fin dal primo negoziato, sostenendo che il regime islamista non avrebbe davvero fermato lo sviluppo di armi atomiche e si sarebbe avvantaggiato della riduzione delle sanzioni per continuare a finanziare i suoi affiliati in Medio Oriente, a partire da Hezbollah.

Tuttavia, di fronte al progredire dei negoziati, l’esecutivo di Gerusalemme si è pragmaticamente adattato alla prospettiva che un nuovo accordo possa effettivamente essere stretto, nel contempo valutando misure unilaterali per fermare il programma nucleare iraniano nel caso di un fallimento dei colloqui.

Lo scorso 6 aprile, il ministro della Difesa israeliano Benny Gantz, durante un briefing con gli ambasciatori del paese, ha dichiarato che se non si dovesse trovare un nuovo accordo dovrebbe essere approntato un “Piano B”, che includa l’uso “della forza, della pressione economica e di quella diplomatica” per fermare la corsa all’atomica di Teheran, definendolo “una corsa contro il tempo”.

Tuttavia lo stesso giorno si stava consumando la crisi di governo nello Stato ebraico, dopo che la deputata Idit Silman ha abbandonato la coalizione di governo del primo ministro Naftali Bennet, facendogli perdere la maggioranza alla Knesset. La perdita di un solo altro voto potrebbe consentire all’opposizione di indire nuove elezioni e di formare una nuova coalizione di destra attorno al Likud dell’ex premier Netanyahu. La contesa politica potrebbe spingere entrambe le parti a mostrarsi più intransigenti sul tema del nucleare di Teheran e a renderle maggiormente disposte all’uso della forza militare contro obiettivi iraniani, con conseguenze destabilizzanti per la regione mediorientale.

(Riunione per il JCPOA a gennaio 2022)