Gaza, il Board of Peace di Trump si scontra con la realtà

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di Davide Cucciati
Secondo la struttura presentata dall’amministrazione Trump, il Board of Peace avrebbe dovuto accompagnare Gaza verso una fase postbellica fondata su tre elementi: il progressivo disarmo di Hamas, la ricostruzione economica della Striscia e il dispiegamento di una forza internazionale incaricata di garantire la sicurezza durante la transizione. Oggi, tutti e tre questi obiettivi appaiono lontani dall’essere raggiunti. E il nodo principale è Hamas, che mantiene una significativa capacità di controllo sul territorio.

 

Quando il Board of Peace venne annunciato dalla Casa Bianca nel gennaio 2026, le polemiche si concentrarono soprattutto sulla sua composizione. In un articolo pubblicato qui su Mosaico il 20 gennaio, “Trump ridisegna Gaza (senza Israele)”, osservavamo come il nuovo progetto americano stesse già provocando attriti tra Washington e Gerusalemme. La presenza di rappresentanti turchi e qatarioti nei nuovi organismi di governance, unita alla scelta americana di non coinvolgere preventivamente Israele nella definizione della struttura, aveva suscitato forti critiche nel sistema politico israeliano. Yair Lapid parlò di un “completo fallimento diplomatico” del governo Netanyahu. Bezalel Smotrich chiese invece di cancellare il piano, sostenendo che la sicurezza della Striscia avrebbe dovuto restare sotto diretto controllo israeliano.

All’epoca, il progetto appariva molto ambizioso: il Board of Peace presieduto da Donald Trump avrebbe dovuto supervisionare l’intera transizione del dopoguerra. Accanto al Board era prevista una struttura civile palestinese, il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, incaricata di ripristinare i servizi essenziali e ricostruire le istituzioni locali. A coordinare il lavoro sul terreno sarebbe stato l’alto rappresentante Nickolay Mladenov, mentre la sicurezza sarebbe stata affidata a una International Stabilization Force comandata dal maggior generale Jasper Jeffers. Sul piano politico, la presenza di figure come Tony Blair, Jared Kushner, Marco Rubio e Steve Witkoff indicava l’intenzione americana di costruire una regia internazionale forte, capace di tenere insieme diplomazia, ricostruzione e sicurezza.

A quasi cinque mesi di distanza, tuttavia, il dibattito appare cambiato: il problema principale riguarda la capacità del progetto di raggiungere gli obiettivi per cui era stato creato.

Il nodo Hamas e il rischio di un “piano B”

Secondo la struttura presentata dall’amministrazione Trump, il Board of Peace avrebbe dovuto accompagnare Gaza verso una fase postbellica fondata su tre elementi: il progressivo disarmo di Hamas, la ricostruzione economica della Striscia e il dispiegamento di una forza internazionale incaricata di garantire la sicurezza durante la transizione.

Oggi, tutti e tre questi obiettivi appaiono lontani dall’essere raggiunti.

Il nodo principale resta Hamas: già a febbraio Reuters osservava che il movimento islamista manteneva una significativa capacità di controllo sul territorio attraverso reti amministrative e strutture locali ancora operative. Il presupposto politico del piano, cioè una graduale uscita di Hamas dalla gestione della Striscia, non si è concretizzato. Anzi, secondo quanto rivelato da Axios il 13 maggio, Washington starebbe valutando una sorta di “piano B” che consentirebbe di avviare alcune iniziative soltanto nelle aree non controllate dall’organizzazione islamista. Se confermata, questa scelta rappresenterebbe un cambiamento significativo rispetto all’impostazione originaria del Board: l’intero progetto era infatti stato concepito come uno strumento per governare la Gaza del dopo Hamas. Oggi, invece, parte della pianificazione americana sembra adattarsi alla prospettiva di una presenza ancora rilevante del movimento sul terreno.

Anche sul piano finanziario emergono difficoltà: a febbraio, il Board annunciò impegni economici per circa 17 miliardi di dollari. A maggio, tuttavia, un rapporto interno citato da Reuters ha segnalato un crescente divario tra le somme promesse e quelle effettivamente versate. La questione finanziaria è strettamente legata a quella politica: molti governi e investitori difficilmente possono impegnarsi fino in fondo in una ricostruzione miliardaria mentre resta incerto chi controllerà Gaza nei prossimi mesi.

La forza internazionale ancora sulla carta

La terza criticità riguarda la sicurezza: la International Stabilization Force avrebbe dovuto rappresentare il braccio operativo della transizione. A febbraio, Reuters evidenziò l’adesione di diversi Paesi pronti a contribuire con uomini e mezzi, tra cui Indonesia, Marocco, Kazakhstan, Kosovo e Albania, mentre Egitto e Giordania avrebbero dovuto sostenere l’addestramento delle future forze di sicurezza palestinesi. A oggi, però, la forza internazionale non è ancora pienamente dispiegata e rimangono aperte questioni fondamentali riguardanti comando, regole d’ingaggio e coordinamento con Israele. Il problema è evidente: una forza internazionale può funzionare solo se esiste un accordo politico minimo sul territorio in cui deve operare. A Gaza, invece, Hamas non è stato disarmato, Israele continua a condurre operazioni militari e i Paesi chiamati a fornire truppe devono valutare il rischio di trovarsi coinvolti in una missione senza confini chiari.

Nel frattempo, la guerra continua a influenzare ogni aspetto della pianificazione politica. Israele prosegue le operazioni militari nella Striscia e il dibattito sul futuro assetto di Gaza resta aperto. Proprio questa situazione contribuisce a spiegare le difficoltà incontrate dal Board of Peace: il progetto nacque per organizzare il dopoguerra, ma il dopoguerra non è ancora realmente iniziato.

Per questo motivo parlare oggi di fallimento sarebbe probabilmente prematuro. Più corretto è osservare come il Board of Peace stia attraversando una fase di stallo. A gennaio il problema era soprattutto politico e riguardava chi avrebbe governato Gaza. A giugno la domanda è diventata più concreta: chi controllerà il territorio, chi garantirà la sicurezza e chi pagherà davvero la ricostruzione.