Oggi è la Giornata europea dei Giusti. Nissim: “Il nostro grido contro la rassegnazione”

Italia

di Redazione
Oggi 6 marzo è la Giornata europea dei Giusti e come ogni anno più di 200 Giardini dei Giusti nel mondo, centinaia di scuole italiane e numerose associazioni culturali si uniscono a questa importante causa. Questo evento consolidato rappresenta un momento cruciale per onorare la Memoria del Bene, educando alla responsabilità personale di fronte a genocidi e crimini contro l’umanità. La Giornata dei Giusti dell’umanità 2024 sarà intitolata “Memoria e responsabilità: l’esempio dei Giusti davanti alle sfide del nostro tempo”.

A Milano, la cerimonia di posa delle nuove targhe e la consegna delle pergamene ai Giusti è programmata il 6 marzo 2024 alle ore 10:30, presso il Giardino dei Giusti del Monte Stella (in calce all’articolo indirizzo e Info). L’evento, organizzato dall’Associazione per il Giardino dei Giusti di Milano, in collaborazione con la Fondazione Gariwo, il Comune di Milano e l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI), vedrà la partecipazione dei rappresentanti dei nuovi Giusti onorati: Altiero Spinelli, Vera Vigevani Jarach, Jurij Dmitriev e Narges Mohammadi, figure emblematiche mosse da grande coraggio e amore per la libertà di espressione e la verità che ben rappresentano il titolo della Giornata di quest’anno.

 

Il discorso di Gabriele Nissim (Gariwo)

Cari ragazzi, cari amici che siete oggi al giardino
Noi siamo molto fortunati oggi a celebrare la Giornata dei giusti in questo giardino che abbiamo costruito negli ultimi venti anni. Dobbiamo essere consapevoli del grande privilegio della nostra gioia
In tanti paesi del mondo non è possibile ritrovarsi liberamente, esprimere le nostre opinioni, dialogare con gli altri da differenti punti di vista.
Non è possibile farlo in Iran dove le donne sono imprigionate se non portano il velo o baciano i loro ragazzi nelle piazze o ballano in pubblico.
Non è possibile farlo in Russia dove chi protesta contro la guerra e chieda la libertà viene arrestato e mandato in colonie di lavoro in Siberia come ai tempi del gulag. 1600 prigionieri vivono in condizioni disumane.
Non è possibile farlo in Cina dove chi esprime il suo libero pensiero fa la fine di Liu Xiao Bo che abbiamo onorato in questo giardino e per questo ha passato tutta la sua vita in una prigione.
Non è possibile farlo in Korea del Nord dove i giovani non solo non possono uscire dal paese, ma sono costretti a partecipare a grandi adunate dove devono sempre adulare il dittatore. E se non mostrano ostentatamente di amarlo sono considerati dei nemici della società e la loro vita diventa un inferno e sono mandati in campi di rieducazione.
Non è possibile farlo in Arabia Saudita, in Turchia, nello Yemen, in Bielorussia.
Siamo circondati da paesi che hanno messo un bavaglio alla ricchezza della pluralità umana e che hanno l’idea che ci debba essere sulla terra, come scrive Hannah Arendt, un uomo con un unico pensiero, con unico credo, con una sola religione, con una sola idea. Quella del loro stato e dei loro dittatori.
Tutti questi paesi, che possiamo definire le nuove autocrazie del mondo, hanno un punto in comune. Vogliono minare l’essenza dell’idea di umanità espressa da donne e uomini con gusti e aspirazioni diverse.
Poiché noi abbiamo il privilegio della libertà siamo tutti chiamati a superare una malattia pericolosa dello spirito che purtroppo, come è già accaduto alla vigilia della Seconda guerra mondiale, quando è cominciato l’odio verso gli ebrei e sono nati i nazionalismi, i fascismi, le dittature, si presenta anche oggi.
Questa malattia pericolosa si chiama rassegnazione.
Molti pensano che per il nostro quieto vivere dobbiamo voltare la testa dall’altra parte e che dobbiamo accettare quello che ci accade attorno.
Non comprendiamo un concetto fondamentale. Se noi rimarremo in silenzio, anche noi saremmo sommersi nelle nostre vite.
È tempo di ribellarci a questa rassegnazione.
Ce lo ha ricordato in questi giorni con il suo coraggio il dissidente russo Aleksej Naval’nyj, un uomo straordinario che, come Jan Palach nel 1968 a Praga aveva cercato di risvegliare i suoi cittadini, ha deciso consapevolmente di accettare il più alto sacrificio personale per scuotere il popolo russo dalla rassegnazione.
Avvelenato dai servizi segreti russi avrebbe potuto una volta guarito rimanere in Germania e guidare l’opposizione russa in esilio e invece ha deciso di tornare in \ patria pur sapendo che Putin voleva la sua morte e che lo avrebbe nuovamente processato ed arrestato.
Prevedendo la sua possibile fine aveva lasciato in un messaggio il suo testamento spirituale.
“Non bisogna mollare: dobbiamo ricordarci che abbiamo una grande forza che è stata oppressa da queste persone cattive. Non capiamo di quanto siamo forti in questo momento. L’unica cosa necessaria perché il male trionfi è che le brave persone non facciano nulla.”
Le persone che oggi ricordiamo nel nostro giardino sono tutti straordinari esempi di lotta contro la rassegnazione.
Narges Mohammadi, premio Nobel per la pace, è chiusa in carcere a Teheran per non avere mai cessato di lottare per la libertà delle donne in Iran e per la libertà del suo paese. Se oggi un numero sempre più grande di donne iraniane hanno il coraggio di uscire di casa senza velo, lo dobbiamo alla sua forza e determinazione. Come ci ha ricordato suo marito la solidarietà che dimostriamo a lei e a tutte le donne iraniane le aiuta nelle loro battaglie e permette l’isolamento morale del regime.
Lo storico russo Jurij Dimitriev è rinchiuso in una colonia penale in Moldovia per avere avuto il coraggio di ricordare le vittime dello stalinismo. Nella Russia di Putin fare memoria è una colpa grave per un motivo fondamentale. Il regime russo oggi usa verso i suoi cittadini gli stessi metodi della repressione comunista. È come se in Italia si mettesse in carcere Liliana Segre perché ricorda le vittime della Shoah.
Vera Vigevani Jarach ha conosciuto sulla sua pelle in Argentina la vicenda tragica dei 30 mila desaparecidos. Dopo che il regime di Videla le ha assassinato sua figlia è stata una delle straordinarie protagoniste del movimento delle donne di Plaza de Majo. Al suo coraggio dobbiamo la conoscenza della verità per quello che è successo negli anni della dittatura in Argentina. Ciò che mi colpisce in questa donna straordinaria di 96 anni è la sua fiducia nell’umanità. Ancora oggi lei non si arrende mai e insegna ai giovani nelle scuole il gusto di lottare per il bene, la giustizia, e la verità. È uno straordinario esempio nella lotta di tutti noi contro la rassegnazione. Senza fiducia e speranza non saremo mai capaci di costruire il nostro futuro.
E Altiero Spinelli durante gli anni del Fascismo, mentre era rinchiuso nel carcere di Ventotene scrisse il famoso manifesto per il futuro di un Europa federale, unita e democratica. Nei momenti bui immaginò per l’Europa un futuro diverso
Oggi ricordarlo ha un significato speciale per tutti noi.

Essere europei oggi significa superare la logica dei confini nazionali, l’idea etnica della nazione, essere paladini dei diritti umani e della democrazia in un mondo minacciato dalle autocrazie.
Non è un caso che chi vive in una dittatura come in Russia, in Iran, o è in guerra per la libertà come l’Ucraina, guarda sempre all’Europa come ideale da perseguire.
Noi, dunque, da questo giardino lanciamo un grido contro la rassegnazione perché amiamo ovunque nel mondo la pluralità umana.
Vale la pena di soffrire e di lottare per questo.

Il discorso di Giorgio Mortara (Ucei): “Onoriamo i Giusti perché lottano per migliorare il mondo”

La luce dei Giusti irradia l’intera umanità e rappresenta un formidabile paradigma sia in tempo di pace che in tempo di crisi, quando il buio cala sul nostro mondo e la violenza, l’odio, la negazione dei diritti costituiscono una minaccia quotidiana alla vita democratica. Conoscere e divulgare le storie di chi si è opposto all’oscurità, nei diversi periodi del nostro recente passato, rappresenta pertanto un’opportunità di inestimabile valore che ci aiuta a capire l’importanza delle conquiste ottenute dal mondo progredito e il loro peso specifico nelle nostre esistenze.

Celebrando i giusti di ieri e di oggi, raccontando il loro coraggio, il loro sogno, la loro tenacia, rafforziamo i valori che uniscono popoli e culture diverse nel comune anelito di pace, libertà e fratellanza universale.

Lo Statuto fondativo dell’associazione del giardino dei giusti di Milano, specifica che l’associazione nasceva “con l’intento di onorare la memoria e/o le gesta di coloro che si sono opposti nel mondo ai genocidi, stermini di massa, crimini contro l’umanità”,

Negli ultimi anni la scelta dei giusti da onorare si è rivolta a persone che non solo hanno rischiato la vita per aiutare il prossimo ma che hanno lottato e lottano per creare delle organizzazioni, delle strutture che impediscano il ripetersi di quelle tragedie e migliorare il mondo in cui viviamo.

In un momento di crisi con il deflagrare di continue guerre in diverse parti del mondo non è possibile per me non pensare a quello che sta avvenendo in Israele e a Gaza, agli ostaggi del progrom del 7 ottobre nelle mani di Hamas e alla terribile situazione delle popolazione civile palestinese, penso opportuno citare quanto sottolinea lo storico Yuval Harari: Coloro che in Europa hanno il privilegio di non patire direttamente il dolore, di non vivere sotto i missili e le bombe, di non sentirsi fragili, di potere immaginare un futuro di speranza, hanno il dovere di tenere alta la bandiera della saggezza e della ragione. Non solo non devono farsi inquinare dai pregiudizi e dall’odio esploso in Medio Oriente, in Ucraina o in centro Africa[aggiungo io] ma devono mantenere accesa la scintilla dell’umanità e così diventare un ponte per la pace e la conciliazione in un momento dove i protagonisti dei conflitti non sono in grado di provare un sentimento di empatia reciproca.

Il filosofo Jerushalmi scriveva: «Nella tradizione ebraica l’ordine di ricordare è categorico. Questo dovere, però, non si esaurisce con l’atto cognitivo del ricordare, ma deve essere connesso sia al suo significato, sia all’azione che esso implica. Oggi noi che abbiamo il ricordo inciso nei nostri cuori e nella nostra carne, dobbiamo passare la fiaccola della memoria alla prossima generazione. Vi tramandiamo anche la lezione fondamentale dell’ebraismo, quella per cui l’esercizio della memoria deve andare di pari passo con fini etici e morali. Questo deve essere il fondamento e il fulcro delle vostre energie per poter creare un mondo migliore.»

Di qui ancora una volta deve emergere il ruolo della formazione e dell’insegnamento nelle scuole ponendo i fatti in una corretta prospettiva storica per evitare distorsioni e strumentalizzazioni. Occorre avvicinare i giovani alla storia, alla informazione all’analisi corretta delle fonti oltre che interessali a queste figure di resistenti, di combattenti offrendoli come esempio per promuovere l’impegno civile e l’assunzione personale di responsabilità perché scatti quel meccanismo di emulazione edificante indispensabile alla formazione di una coscienza civile.

Non bisogna dimenticare di fronte a guerre così tragiche e dolorose anche ciò che accade all’interno di regimi totalitari contro i dissidenti, le minoranze e le donne e onorare chi si sacrifica per difendere i loro diritti e per modificare le condizioni in cui si trovano.

Prima di terminare permettetemi una digressione personale che riguarda i due giusti Italiani che onoriamo oggi Altiero Spinelli e Vera Vigevani Jarach: entrambi sono legati alle storie della mia famiglia.

Con Altiero Spinelli, Alberto Mortara, cugino primo di mio padre, fu presente a casa Rollier nell’agosto del 1943 alla fondazione del Movimento federalista europeo e successivamente, nel periodo da rifugiato in svizzera, partecipò alla elaborazione del progetto di federazione degli stati concentrandosi sugli aspetti economici. Anche Amedeo Mortara, mio zio, di ritorno dalla svizzera aderì al movimento federalista europeo partecipando a Ventimiglia alle manifestazioni del 1947 per la riapertura della frontiera italo-francese e quindi la libera circolazione divenendo responsabile del movimento in Liguria e poi a Milano. Una parentela spirituale che si riconosce nei valori del movimento Giustizia e libertà e nel fu partito d’azione.

Una parentela non soltanto spirituale lega le famiglie Vigevani e Mortara, i cui componenti hanno seguito percorsi simili alla promulgazione delle leggi razziste, alcuni fuggiti in Argentina come Vera e le cugine di mio padre e altri rimasti in Italia. Entrambe le famiglie si sono ritrovate tra le file della resistenza nei differenti contesti difendendo i valoro della democrazia e della libertà.

Mi congedo da voi con il tipico saluto ebraico Shalom pace con l’augurio di una pace giusta e duratura in tutti gli scenari di guerra nel più breve tempo possibile.