Moratti: gli ebrei, presenza irrinunciabile

di Fiona Diwan

Il Memoriale della Shoah e l’eventuale trasloco della sinagoga Beth Schlomo, oggi in Galleria. I rapporti con Israele e il gemellaggio con Tel Aviv. E poi i progetti tecnologici, didattici e culturali. Tra futuro e passate memorie familiari, parla Letizia Moratti, sindaco di Milano.

Composta, senza un capello fuori posto malgrado i 40 gradi dell’estate milanese, Letizia Moratti, sindaco di Milano e ex Ministro per la Pubblica Istruzione del governo Berlusconi dal 2001 al 2003, mi riceve nella sala riunioni di Palazzo Marino. Un padre e una nonna partigiani, qualche lontana ascendenza ebraica nell’albero genealogico, non c’è da sorprendersi se le sue simpatie per Israele e i suoi rapporti con la Comunità siano antichi e consolidati, malgrado le critiche ricevute l’anno scorso per aver autorizzato il raduno internazionale dell’estrema destra (inclusi gruppi neonazisti), all’Hotel Cavalieri, argomento su cui preferisce glissare nel corso dell’intervista perché considerato sorpassato.

Signora Moratti, che rapporti ha con la Comunità di Milano e con il mondo ebraico italiano?

Trovo la Comunità milanese ben inserita e innervata nel tessuto della città, una presenza che arricchisce la nostra storia, grazie anche alla Scuola ebraica, che accoglie la tradizione illuminista di Milano senza tuttavia rinunciare al proprio carattere identitario. Non posso dimenticare nemmeno che la nostra città, con il Centro di via Unione, fu il cuore della diaspora europea del dopoguerra e che nei suoi uffici confluivano tutti gli ebrei che usciti dai campi di concentramento cercavano parenti e famiglie. È questa pagina di storia a fare di Milano una città aperta, capace di accogliere e offrire occasioni di incontro. Oggi il mio legame con l’ebraismo milanese si è fatto ancora più stretto: ho portato avanti due iniziative per me fondamentali, una delle quali giaceva da anni nei cassetti. Parlo del Binario 21, il Memoriale della Shoà. E poi del Giardino dei Giusti, dove ogni anno piantiamo alberi per i Giusti di ogni luogo e nazionalità. Quest’anno ne abbiamo piantati per ricordare la studentessa iraniana Neda Soltani, uccisa durante le sommosse elettorali a Teheran. Infine, sono finalmente riuscita a far votare in Giunta, in favore dell’Associazione per l’ebraismo progressivo, la concessione per diritto d’uso per 99 anni degli spazi di sepoltura al Cimitero Maggiore.

Qual è l’impegno economico del Comune nel progetto Binario 21?

Importante. Il Memoriale della Shoà deve diventare un polo didattico-culturale irrinunciabile per la coscienza storica e civile di questa città. Dovrà essere un luogo aperto, un’esperienza della memoria, in grado di far ricordare quella che fu la deportazione di cittadini milanesi innocenti ma che furono discriminati e uccisi. Un luogo di studio e di incontro, non solo un cuore di tenebra ma un centro di luce e conoscenza, che illumini il ricordo tragico di quella memoria. Un monito, per non tornare mai più a quell’odio. Lo immagino come un posto per i giovani, pieno di creatività, un luogo vivo, di performances, teatro, arti visive, danza, perché l’arte è un modo straordinario per conoscersi e capirsi.

Nella sua vita di relazione ha avuto incontri con personalità della cultura ebraica? È mai stata ad Auschwitz?

No, ma l’esperienza dei lager mi riguarda da vicino perché mio padre, come partigiano, fu deportato a Dachau. Inoltre ho conosciuto Elie Wiesel, un incontro importante, che mi ha illuminato sul tema dei bambini nei paesi in guerra e su che cosa significhi vivere questa esperienza da piccoli. Ho voluto a tutti i costi ospitare a Milano l’orchestra di Daniel Baremboim, quella composta da ragazzi arabi e israeliani, ragazzi che scoprendo il lato umano l’uno dell’altro imparavano a conoscersi e a dialogare. E poi c’è Fiamma Nierenstein, per me un’amica.

Ha altri ricordi personali?

Sì, i racconti di mia madre e delle sue tante amiche ebree. Lei mi ha raccontato di quel senso di incredulità, di inspiegabilità che molti avvertivano di fronte alle Leggi razziali vissute come qualcosa di assurdo e insensato, eventi non afferrabili con la sola ragione. Incredulità e inconsapevolezza, questo c’era da parte di molti milanesi. Poi accadde che le sue amiche scapparono, sparirono da un giorno all’altro, senza spiegazioni, senza dire nulla. Inoltre, mia nonna e mia zia aderirono al movimento partigiano e furono incarcerate a San Vittore per aver ospitato rifugiati politici. Senza contare che mia trisnonna, Ermenegilda da Zara, era ebrea.

Esiste in Galleria Vittorio Emanuele una sinagoga, Beth Schlomo, che raccoglie l’eredità del Centro di via Unione e la memoria degli ebrei scampati alla Shoà. Davvero lei pensa, come si dice, di chiudere questo pezzo di storia ebraico-milanese?

No, non esattamente. È in corso un progetto di ristrutturazione della Galleria. Tuttavia, per me la sinagoga Beth Schlomo e il Centro di via Unione hanno un valore simbolico molto importante. Perciò deve restare nel cuore di Milano. Stiamo quindi lavorando per trovare una soluzione in accordo con la Comunità, che ci sia insomma una decisione condivisa, poiché, lo ripeto quello è un luogo-simbolo della storia di questa città.

Che rapporti ha con Israele e con le sue istituzioni?

Di grande e intensa collaborazione. E questo è avvenuto in tutti i ruoli che ho ricoperto, sia da imprenditore che poi da politico. E in molti ambiti: scientifico, economico, culturale. Ho firmato accordi con Ehud Olmert, col Technion e con le università di Haifa e di Tel Aviv, col Weizmann Institute. Accordi per la creazione di fondi, laboratori e progetti congiunti in fatto di medicina, biotecnologie, scienze umane. Il tutto per la messa a fattor comune dell’eccellenza dei due Paesi. Dopo gli Stati Uniti, Israele è il secondo Paese con cui abbiamo firmato il maggior numero di accordi. Anche, per esempio, in fatto di didattica della Shoà. Un metodo molto avanti, coinvolgente e esperienziale, perfetto per comunicare quel terribile capitolo di storia: si partiva dalla memoria dei bambini e si cercava di insegnare agli insegnanti come acquisire un metodo di approccio giusto. È naturale quindi che oggi io abbia intessuto forti legami di amicizia con israeliani e ebrei.

È mai stata in Israele?

Una decina di volte ed è Yad Vashem che mi ha colpito di più. Inoltre, per l’autunno, sto organizzando con l’ambasciatore Ghidon Meier un evento che si chiamerà Milano, Israele, la tecnologia. Ammiro molto il presidente Shimon Peres, un uomo di ampia visione, aperto: con il suo Centro per la pace stiamo lavorando sulle nanotecnologie applicate all’acqua, per renderla potabile. Stiamo anche portando avanti, -insieme con la Banca Mondiale, Israele, ANP e Giordania- il progetto Red Sea-Dead Sea per collegare il Mar Rosso al Mar Morto, salvare l’ecosistema a rischio del Mar Morto con un acquedotto che, sfruttando i livelli diversi di pendenza del suolo, produca energia, desalinizzi le acque e immetta nuove risorse idriche in quel bacino chiuso.

Il gemellaggio Milano-Tel Aviv: come si sostanzia politicamente?

Oltre al progetto sulle tecnologie, c’è quello culturale, di scambio tra La Scala e il Teatro di Tel Aviv: in parte è già avvenuto con spettacoli come l’Aida e il Requiem di Verdi. Sono inoltre in corso contatti per nuove opportunità di investimenti.

Non è preoccupata da forme di razzismo sempre più violente oggi in Italia?

Sì, lo sono. Ma bisogna vigilare e tenere alta la guardia. Credo che Milano non abbia mai perso la sua capacità di accogliere. Qui vivono 160 etnie diverse. Cerchiamo di favorire incontri e contatti, perché solo con la conoscenza reciproca si possono vincere diffidenze, ostilità e indifferenza. Sto lavorando per dare a ciascuno spazi di incontro affinché ciascuno mantenga la propria identità e la offra alla città. Rispetto all’ebraismo e a Israele non abbiamo forse organizzato a Palazzo Reale quella splendida mostra che è stata Omanut?

Non crede che per sconfiggere il razzismo si debba partire dall’educazione scolastica?

Certamente. È qui che avviene la fusione, l’incontro con l’altro, e che si forma il senso di appartenenza. Guardi, ci sono diversi modelli di scuola: quello anglosassone che tende a separare le identità, quello francese che vuole integrarle tutte e noi italiani che tendiamo a salvare capra e cavoli adottando un modello misto, che nel contempo integra e salvaguarda le identità. Questo modello a mio avviso è il più convincente ed efficace.