L’importanza delle parole, fra Memoria e attualità: un convegno UCEI

Italia

di Redazione
“La distruzione del linguaggio è la premessa a ogni futura distruzione”. Lo sosteneva il linguista e filosofo del linguaggio Tullio De Mauro. Oggi, nel passaggio stretto che porta dagli attacchi terroristici del 7 ottobre alla prossima Giornata della Memoria, la centralità di un uso consapevole del lessico e del discorso diventa decisiva.

“Se nella Shoah le attività, i luoghi e i mezzi di sterminio erano parte di un vocabolario dell’inganno per celare al mondo l’orrore di quanto avveniva, ci troviamo dopo il 7 ottobre al contrario esatto: le parole che descrivono l’orrore della Shoah sono riferite a Israele – ha di recente sottolineato la presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni, ribadendo l’importanza dell’uso delle parole giuste -. Questo fenomeno rappresenta un abuso, genera odio e pregiudizio”. Per questo l’UCEI ha promosso il progetto Il significato delle parole, che propone “la definizione puntuale di quattro vocaboli come avvio di una riflessione seria nell’analisi di eventi complessi e tali da richiedere chiarezza nei termini d’uso, come condizione per evitare banalizzazioni, schieramenti preconcetti, interpretazione scorretta di fatti, a volte anche tragici”. Quattro parole che richiedono chiarezza nel loro significato storico e nel loro uso quotidiano: ‘genocidio’, ‘pogrom’, ‘apartheid’ e ‘crimini di guerra’. A definirle sono le schede didattiche realizzate a cura del Marcello Flores, professore all’Università di Siena, e pubblicate sul sito Scuola e Memoria.

Il progetto, realizzato con il supporto dell’Ambasciata di Germania a Roma, ha ispirato il convegno svoltosi online lo scorso 17 gennaio, moderato da Davide Jona Falco (UCEI), a cui hanno preso parte Saul Meghnagi (UCEI), Odelia Liberanome (UCEI), Marcello Flores (Università di Siena), Claudio Vercelli (Limec SSML – Scuola Superiore Mediatori Linguistici), Gadi Luzzatto Voghera (CDEC), Martin Baumeister (Istituto Storico Germanico). L’evento è stato aperto dai saluti inviati dall’ambasciatore tedesco a Roma Hans-Dieter Lucas, il quale ha evidenziato che “in Germania oggi non c’è posto per l’antisemitismo né per il razzismo”, rilanciando la “collaborazione con la comunità ebraica italiana, con cui sono previsti progetti sull’uso consapevole del linguaggio, che avrà un valore decisivo”.

 

Qui il video del Convegno del 17 gennaio 2024

 

Introducendo riflessioni sul significato e sul valore di ragionare insieme sul Giorno della Memoria e di dare omaggio ai sopravvissuti e testimoni della Shoah come ai rapiti del 7 ottobre, Davide Jona Falco ha detto che mai come oggi, dalla Seconda guerra mondiale, gli ebrei hanno la percezione che qualcosa di tragico possa accadere di nuovo, vivendo il senso di solitudine e l’angoscia legati agli attacchi terroristici in Israele e all’esplosione di antisemitismo nel mondo, senza dimenticare la situazione paradossale che vede lo Stato ebraico accusato di genocidio all’Aja. Come celebrare quindi, oggi, il Giorno della Memoria? “Dialoghiamo e partecipiamo sempre – è la posizione delle comunità ebraiche – ma davvero ‘mai più’”?

“La Shoah è nata nel contesto della cultura europea – ha argomentato Saul Meghnagi -. Sulla base del conflitto attuale, dell’antisemitismo presente, si apre un interrogativo: questa Europa sarà in grado di garantire una convivenza civile”? Proprio per educare alla convivenza e prevenire del pregiudizio, che è base di pensieri distorti e premessa di forme diverse di ostilità, emarginazione e razzismo, sono stati dedicati i progetti proposti dall’UCEI, rivolti in particolare al mondo della scuola e sperimentati nelle classi, fra cui Prevenire il pregiudizio, educare alla convivenza, L’ebreo inventato, Natura e genesi del pregiudizio, Il significato delle parole (oltre a un progetto ancora in corso sull’articolo 3 della Costituzione).

Natura e genesi del pregiudizio è un’analisi multidisciplinare sulla genesi, sulla natura e sulle forme di antiche, recenti e nuove forme di pregiudizio ed è l’esito di uno studio e una prima sperimentazione didattica – ha spiegato Odelia Liberanome -. È declinato in 13 unità. Il materiale è indirizzato a insegnanti, educatori ed è disponibile online per tutti”. “Il significato delle parole, progetto pensato nell’estate del 2023 sull’uso non appropriato, banalizzato e fazioso dei termini, su cui si deve fare chiarezza, è un progetto interconnesso che individua quattro termini centrali di un linguaggio che, oggi più che mai, dopo il 7 ottobre, è mal utilizzato”.

 Quattro parole chiave

“Oggi, rispetto al passato, l’uso delle parole è molto più trasformato e spesso manipolato – ha evidenziato Marcello Flores -. La parola ‘genocidio’, che tempo fa non veniva quasi mai usata, è stata utilizzata per indicare violenze e massacri che alcuni tribunali internazionali avevano così definito. Oggi invece il termine ‘genocidio’ è ripetutamente pronunciato per i casi più diversi”. È quindi centrale ripensare alla definizione di alcune parole chiave diffuse nel contesto storico attuale. “’Crimini di guerra’ è un concetto che ha avuto una lunga storia, con una serie di significative ‘svolte’ di tipo giuridico a partire dalla fine dell’Ottocento, ed è importante individuare come è avvenuta questa evoluzione”. “Una parola può certamente essere usata nel suo senso estensivo – ha aggiunto il professore – è questo è il caso di ‘pogrom’, oggi sinonimo di ‘massacro’, che però dal punto di vista storico è la definizione di un massacro in gran parte spontaneo o semi-spontaneo che aveva le caratteristiche di manifestazione violenta e antisemitismo diffuso”. Ma se ‘pogrom’ può avere un suo uso estensivo, ciò non è vero per altri termini come ‘apartheid’, usato in modo estremamente scorretto, nonostante sia la definizione di “una separazione netta e completa di una minoranza nei confronti di una maggioranza che coinvolge l’intera vita di una comunità” nei luoghi quotidiani, nonché “un’esperienza sudafricana che non si è ripetuta”.

Approfondendo lo specifica caso del vocabolo ‘genocidio’, definito dal professore nel progetto UCEI come “la distruzione di un gruppo etnico, nazionale, religioso, un crimine commesso contro una collettività e non contro un individuo”, si evidenzia come questa parola sia stata inventata da Raphael Lemkin, giurista ebreo polacco, nel 1944, per designare un evento per il quale non esisteva ancora, nel diritto, una formulazione adeguata. Una parola che poi è entrata nella Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidi, approvata dalle Nazioni Unite il 9 dicembre 1948. È infatti fondamentale conoscere gli aspetti storici e contestuali legati alla genesi di un vocabolo. “Il modo in cui il termine ‘genocidio’ si è concretizzato nella Convenzione, che come tutti gli atti di giustizia internazionale è anche un atto di compromesso politico – ha spiegato Marcello Floris – ha tolto quello che per Lemkin era un aspetto importante: il genocidio culturale”. I tribunali interazionali hanno giudicato essere dei genocidi solo pochi casi: quelli in Cambogia e in Ruanda e quello di Srebrenica nella ex Jugoslavia. Si è studiato molto anche il caso degli ameni, ma precedente alla Convenzione. “L’importante – chiarisce – è non utilizzare questo termine semplicemente come sinonimo di grande massacro”.

Qui il materiale con le definizioni del progetto Il significato delle parole

Parole di ieri, uso di oggi

Una parola rilevante, se vogliamo identificare l’area tematica odierna e i suoi contenuti di problematicità cognitiva e culturale, è secondo Claudio Vercelli l’espressione ‘post-verità’, cioè “qualcosa in cui si producono effetti di equivalenza, di intercambiabilità, di banalizzazione e di presentismo”. Più in generale, anche “la decadenza del dibattito politico che si è generato in questi ultimi decenni – ha specificato il professore – incide molto sull’uso delle parole”. Pensiamo all’espressione ‘nazi-sionismo’ e di riflesso all’accusa di genocidio nei confronti della condotta di Israele, di colonialismo rispetto alla sua esperienza storica o di apartheid nel rapporto con i palestinesi. “Ebbene, questi elementi si tengono assieme e costruiscono una rete di pseudo-significati, che tuttavia stanno infiocchettando una parte del dibattito pubblico. Tutto questo non nasce oggi, ma si radicalizza oggi. Intanto, noi veniamo già da un lungo periodo in cui la retorica delle memorie simmetriche e condivise, basate su una falsa inclusività in cui tutti sono vittime e nella stessa condizione, ha contato molto nell’abbattimento degli anticorpi critici – ha continuato Claudio Vercelli -. È difficile rispondere a chi mette nello stesso sacco cose distinte, pur tuttavia l’utilizzo della rielaborazione del passato come un campo di conflitto, fra narrazioni contrapposte, si riversa anche nella sensibilità sociale, nel modo in cui le persone giudicano”.

C’è poi oggi una sorta di deliberata decadenza delle regole della consensualità che permettono al linguaggio di avere un significato accettato e condiviso. “Abbiamo poi a che fare con la messa in discussione degli elementi disciplinari della trasmissione storica”. Un problema enorme, un declino dell’autorevolezza che si riflette sul fare storia oltre che sul fare memoria, che contribuisce al mettere insieme cose diverse. Si verifica, fra l’altro, una messa in discussione, da parte di un certo pubblico, di un presunto “primato vittimario degli ebrei”. “Se il vittimismo è una sorta di risorsa politica, viene spesa nel mercato politico e la rincorsa a definirsi vittime, reali o immaginarie, diventa un fatto che filtra tutte le categorie interpretative”.

In tutto questo, è radicalmente mutato il contesto sociale. “È mutato il conflitto israelo-palestinese ed è mutato il contesto in cui noi ci adoperiamo per combattere il pregiudizio – ha aggiunto il professore -. Non muta invece, per certi aspetti, il bisogno di avere pregiudizi, che forse si è addirittura incrementato. E al pregiudizio diffuso si accompagna l’insicurezza sociale, persistente e crescente. Il pregiudizio è un elemento di rafforzamento delle difese nei confronti di un orizzonte visto in modo angosciante, minaccioso. Qui in gioco non è tanto l’alterità dell’ebraismo, quanto la percezione dell’ebraismo come fattore di alterazione delle società. È la vecchia storia antisemita che ritorna. E sempre più spesso il pregiudizio antisemita ha connotati antisionisti”.

Qui il materiale del progetto L’ebreo inventato

 Un linguaggio malato

Secondo Gadi Luzzato Voghera, a proposito di un diffuso “linguaggio malato”, le parole “che ci sono utili per fare chiarezza, sono quattro: ‘sionismo’, la diade contrapposta ‘vittime/persecutori’ e ‘complessità’. Sulla parola ‘sionismo’, sottolinea il direttore CDEC, “si gioca una partita ambigua e insidiosa. Il suo utilizzo muta nel significato profondo a seconda del contesto e degli attori che la utilizzano e genera azioni politiche concrete, tutte cariche di risvolti ideologici”. “Il sionismo è un movimento disomogeneo, che (è bene ricordarlo) non raccoglie i consensi unanimi del popolo ebraico, né oggi né in passato”. In più, “la parola ‘sionismo’ e l’aggettivo ‘sionista’ sono stati declinati in alcuni ambienti come sinonimo di colonialismo antiarabo, imperialismo, ideologia tesa al controllo politico globale sia in Medioriente sia altrove, la cospirazione globale. In questo caso ci si trova di fronte a una distorsione della storia e a una sua forzata semplificazione”. Si tratta quindi “di individuare in che modo l’antisionismo sia una forma legittima di polemica politica, e quando al contrario l’antisionismo non sia altro che un modo nuovo di declinare l’antisemitismo, riproponendone le forme in termini aggiornati”. In questo senso, è utile la definizione operativa di antisemitismo proposta dall’IHRA.

In merito alla diade ‘‘vittime/persecutori’, Luzzatto Voghera ha spiegato che il modello di trasmissione di nozioni sulla storia della Shoah ha spesso previsto un modello molto netto vittima/persecutore, di “buonibuoni” opposti ai “cattivicattivi”, evidenziando che “non si dovrebbe insegnare la storia in questo modo, e per fortuna la maggior parte del nostro corpo insegnante è molto attento in questo senso, ma il rischio di questa deriva è sempre dietro l’angolo e lo si vede nella nostra contemporaneità”. “Il modello delle vittime “pure” contrapposte ai persecutori “puri” è di grande successo ma è falso, e deriva non dal mondo dell’istruzione, bensì da altri canali di informazione del tutto privi di controllo e di verifiche scientifiche. Su questo modello l’uso e l’abuso dei simboli della persecuzione antiebraica è ben più che allarmante”. In questo senso, il contrario della propaganda è la complessità: è la risposta più efficace alla semplificazione proposta dal linguaggio antisemita, inoltre, nell’ambito della riflessione sulla memoria della Shoah. La complessità è connessa all’uso e all’incrocio di fonti differenti e contrasta la pratica malata e pericolosa dell’uso politico della storia, rendendone più difficoltosa la distorsione. Infine, nell’analisi del conflitto mediorientale, la complessità dell’analisi e delle fonti di informazione utilizzate contrasta le semplificazioni e le manipolazioni della realtà, restituendo a una situazione che è oggettivamente complicata la sua dimensione effettiva.

 La storia e il presente

“In termini di elaborazione della memoria la Germania è certamente più avanti dell’Italia”, ha sottolineato Davide Jona Falco nel corso della moderazione del dibattito, introducendo l’intervento dello storico tedesco Martin Baumeister che, sui temi attuali più legati al razzismo e al pregiudizio, ha ribadito che “troviamo oggi una sorta di illusione dell’immediatezza, anche in come viene presentata la storia”.  In realtà “gli storici hanno il compito di lavorare con i concetti e di utilizzarli, ma non come armi, come accade oggi per esempio in ambito politico”. Ciò si unisce a quanto descritto da Claudio Vercelli con il termine ‘presentismo’, “una specie di oblio, di perdita della memoria, mentre abbiamo bisogno di elaborazione continua e di chiarezza su quanto diciamo. Un punto di partenza fondamentale – ha detto il professore -, è considerare come ci relazioniamo con il passato. La Shoah è parte della nostra storia. In Germania c’è stato un processo di sua accettazione nella storia nazionale”. Il caso italiano è invece più complesso, anche nell’elaborazione di quello che è stato il fascismo, “anche nella tendenza a esternalizzare, a dare il ruolo decisivo ai nazisti. C’è allora necessità di mettere in discussione questo passato”. Oggi, fra gli storici tedeschi e non solo, alla fine di un percorso di analisi anche nazionale e identitaria, si approfondisce il tema dell’unicità della Shoah, dell’origine della violenza del genocidio e di un suo possibile ritorno. Anche a livello internazionale c’è necessità di aprire il dibattito accademico per colmare un’ignoranza che esiste anche fra alcuni studiosi, come si evince da alcuni inviti rivolti a boicottare la cooperazione fra le università e la ricerca italiane e israeliane. “Una iniziativa scandalosa – ha concluso Martin Baumeister -. Io non ho alcuna ricetta risolutiva, ma quanto sta facendo per esempio l’UCEI mi sembra uno sforzo buono, da un lato forse utopistico, ma nel senso positivo, perché serve utopia per mantenere la fiducia nella ragione, nella chiarezza, nell’onestà intellettuale, nella politica razionale, linfe delle nostre società democratiche senza le quali non possiamo andare avanti”.