Enrico Finzi: come fare il Bene ai tempi della crisi

Italia

Che cosa fanno gli italiani per il loro prossimo? Per i bisognosi, per chi ha problemi di natura economica o sociale, per chi si trova da solo ad affrontare una malattia o una situazione difficile? E gli ebrei, hanno una specifica attitudine ad affrontare questi problemi? Quale propensione esprimono per la beneficenza, la solidarietà e il volontariato?

Gli italiani e l’altruismo, gli ebrei e la solidarietà-tzedakà: il sociologo Enrico Finzi ha presentato, con il suo Istituto di ricerche Astra, il secondo rapporto sul tema, un’indagine demoscopica su Gli italiani e la solidarietà. Ecco i risultati.

Come si è svolta l’indagine?

«Abbiamo intervistato on line 1.003 persone, un campione di italiani tra i 15 e i 69 anni, pari a un universo di circa 41.8 milioni di nostri connazionali. Vale la pena notare che la metodologia utilizzata rappresenta in modo parziale i soggetti più poveri, quelli che non accedono al web».

Da quest’indagine cosa si ricava circa la “cultura della solidarietà” tra gli ebrei?

«Gli ebrei costituiscono un gruppo piccolo e stabile, suddiviso tra chi si autodefinisce praticante e chi invece no. Coloro che si dichiarano praticanti si collocano – come anche in passato -, sui livelli più elevati di solidarietà e altruismo, insieme ai cristiani non cattolici e agli atei (e diversamente dagli agnostici e dai deisti -coloro che credono nell’esistenza di un Essere superiore ma sono lontani da ogni confessione religiosa). Questo primato dell’altruismo riguarda sia i valori, sia la mentalità, sia i concreti comportamenti, secondo una tradizione ebraica plurimillenaria».

Può approfondire questo punto?

«Sì. Il punto-chiave mi sembra questo: mentre gli appartenenti ad altre confessioni mutuano dalla religione la loro cultura della carità, per gli ebrei invece – almeno quelli italiani che ho studiato -, la questione è quella di sentirsi portatori di una cultura più ampia, universalista, legata in grande misura alla tradizione comunitaria e alla dimensione collettiva: una dimensione che non a caso ha massimamente enfatizzato tutto ciò che è fondato sul prefisso “co”, ossia sulla con-divisione, sulla co-operazione, sull’impegno collettivo. È come se la lunga storia della minoranza ebraica, in Italia e altrove, abbia massimizzato l’abitudine, l’esperienza, il gusto, il piacere (oltre che la necessità), della collaborazione, del mutuo sostegno, della stessa cultura dell’IO intesa come fascio di relazioni».

Hanno avuto un ruolo, in questa attitudine, le ricorrenti persecuzioni?

«Ovviamente sì. Qualunque serio sociologo o antropologo culturale sa che i gruppi umani si rafforzano quando sono posti di fronte a minacce esterne. Ma una singolare peculiarità dell’ebraismo sta nella contemporanea insistenza su ciò che lega gli ebrei tra loro e ciò che li lega agli altri esseri umani. La violenza anti-ebraica, ovviamente, rafforza i legami all’interno del gruppo ma anche tra il “dentro” e il “fuori”, quasi che l’esperienza dell’odio antisemita predisponga gli ebrei a valorizzare al massimo ciò che lega (o dovrebbe legare), tra loro le donne e gli uomini dell’intero pianeta».

Si trova qualche conferma di questa tesi nei dati che stiamo esaminando?

«Mi pare di sì: solo si consideri che il favore ebraico per la solidarietà, la generosità, la carità è vissuto e presentato non solo come derivante da un’opzione religiosa, ma anche – più che per altri – quale imperativo etico assoluto, non connesso ai destini di un gruppo specifico. Come nel 2005 (e allora il Cardinal Martini lo riconobbe con forza), gli ebrei tendono a presentarsi non come minoranza o gruppo specifico, ma si vivono e si raccontano come portatori di una cultura universalistica, di valori umani trasversali e onnivalenti».

Ci sono aspetti, nello studio che lei ha condotto, che destano preoccupazione per lo stato dei rapporti sociali in Italia oggi?

«Sì, ne posso segnalare almeno tre. Il primo ha a che fare con la crescente teorizzazione dell’egoismo, sentimento che è stato sdoganato dalla crisi economica come qualcosa di legittimo e non un riprovevole disvalore: ormai quattro italiani su dieci si sentono perfettamente legittimato a non dare nulla ai bisognosi, sentendosi perfettamente a posto con la propria coscienza. In passato l’attitudine socialmente egoistica era  praticata ma non vantata, mentre oggi non pochi nostri connazionali la reputano addirittura un valore positivo, uno dei piloni portanti di una cultura fondata su un individualismo aggressivo, privo di interesse per gli altri, potenzialmente razzistico e fortemente egoriferito. Il senso dell’Altro da sè si affievolisce vieppiù».

E la seconda preoccupazione?

«Riguarda una specifica domanda, suggerita dalla sociologa Betti Guetta. Abbiamo chiesto agli intervistati di valutare – tramite un voto da 1 a 10 – la necessità di aiutare alcuni tipi di persone quando sono in difficoltà. Questo interrogativo costituiva una voluta “trappola”, dal momento che qualunque persona dotata di buon cuore dovrebbe per definizione dare voto 10 al dovere di venire in soccorso di qualunque gruppo umano che abbia bisogno di sostegno. Invece, sono emerse differenze clamorose. La grandissima maggioranza degli italiani ritiene doveroso far qualcosa se vede in difficoltà bambini, malati, disabili, anziani, persone con disagio psichico, coloro che hanno subito catastrofi naturali, poveri, vittime della violenza e delle guerre. E comunque, molti avvertono il bisogno di aiutare – se appunto in grave difficoltà -, i disoccupati, i senzatetto, le donne, le persone sole, i giovani, gli abitanti del Terzo Mondo, gli adulti, gli uomini. Ma la propensione alla solidarietà decresce fortemente se si parla degli immigrati, dei rifugiati e dei perseguitati politici, dei detenuti e degli ex-detenuti, mentre diviene drammaticamente minoritaria se si fa riferimento alle prostitute e specialmente agli zingari. Ciò significa che la cultura della carità/solidarietà (cristiana e no), vale molto in taluni casi, mentre tende ad escludere gruppi sociali non amati, a partire dai Rom. Il che è una pessima premessa, qualora si giunga – per esempio -, a una rinnovata demonizzazione degli ebrei, più volte registratasi nel corso degli ultimi secoli».

E l’ultimo aspetto preoccupante, qual è?

«Ha a che fare con il dualismo presente all’interno del mondo cattolico: se, da un lato, in questo vasto universo si registrano tesori di tolleranza e di umanità, dall’altro lato emergono anche vaste sacche di insensibilità e xenofobia, certo estranee al Vangelo e, oggi, alle parole del nuovo Pontefice, ma comunque presenti e non sempre adeguatamente contrastate».

Chi è stato il committente dell’indagine svolta dalla sua AstraRicerche?

La Casa della Carità di Milano, diretta da don Virginio Colmegna, così come avevamo già fatto nel 2005, quando AstraRicerche regalò al Cardinal Martini un primo studio sullo stesso tema. All’epoca decidemmo che valeva la pena di investire tempo e denaro nell’ambito della collaborazione tra gli ebrei, i cristiani, i non credenti, propugnata con forza dall’ex vescovo di Milano e dal nostro rav Giuseppe Laras».

Ha quindi un buon termine di paragone. 2005 e 2013: qual è stata l’evoluzione della società italiana negli ultimi otto anni? E come ha inciso la crisi economica?

«Da un lato, è diminuito il favore per valori di solidarietà, generosità, carità, anche se resta comunque maggioritario (oggi il 54% degli adulti ne dà una valutazione molto positiva). Dall’altro lato, la crisi economico-sociale ha ridotto fortemente (dal 33% al 20%), la percentuale di coloro che donano soldi ai bisognosi, mentre è rimasta sostanzialmente stabile la quota degli italiani impegnati in attività di volontariato, i quali ammontano a circa un quarto degli intervistati.

Il fenomeno più impressionante è racchiuso in questo dato: quasi nove milioni e mezzo di persone non riescono più a sostenere economicamente i bisognosi, a causa della drastica diminuzione del proprio reddito».

In conclusione quindi il volontariato regge bene, flette invece la beneficenza diretta…

«Sì. E c’è un altro dato curioso: quello degli anziani che fanno volontariato e tzedakà. Emerge infatti un nuovo soggetto sociale: la figura del pensionato giovane, il 60-75enne in buona salute, che percepisce una buona pensione e che ha soldi e tempo libero da donare agli altri, avendo beneficiato dei tempi in cui le vacche erano ancora grasse…».