“Non adagiarti sulla tua intelligenza, cercati un maestro”

Italia

di Fiona Diwan

Che cos’è un cattivo maestro per la tradizione dei filosofi d’Israel? La risposta è complessa, a partire dalla premessa: ovvero che proprio perché nel pensiero ebraico il rapporto col maestro è così fondamentale, il suo tradimento sarà tanto più grave. Cercati un maestro, recita il Talmud. «L’idea è che da soli si può sbagliare e difatti nel Talmud è scritto Al Binatecha al tishaen, “non adagiarti sulla tua intelligenza”», spiega il Rabbino capo Alfonso Arbib. Il maestro quindi come garante etico di corretto pensare e agire, colui che ti aiuta a tenere la barra al centro, non solo guida sapienziale ed erudita da seguire. «Ma attenzione: nell’ebraismo il maestro è colui che vive nel tuo tempo, che è calato nella tua stessa epoca e realtà, che usa il tuo linguaggio. È una figura viva, in carne e ossa, non un personaggio del passato, idealizzato e lontano. È vietatissimo dire “non ci sono più i maestri di una volta e quindi scelgo i classici, il Maharal o rabbi Nahman di Breslav, loro sì che erano vere guide!”. Non così si sceglie un maestro», dice rav Arbib.

«Nell’ebraismo, sono tre le tipologie di cattivi maestri. La prima è quella dello Zaken Mamrè, il vecchio ribelle e refrattario, il grande erudito pseudo-saggio. È una tipologia ispirata alla tradizione rabbinica e talmudica, il caso di un erudito membro del Sanhedrin che discutendo di Halachà si trova contrario alla decisione presa dal Sinedrio, incapace di accettarla e farla propria, irriducibilmente inchiodato nella propria posizione. Il secondo tipo di cattivo maestro è il Messit: la Torà lo indica come colui che induce all’idolatria e a comportamenti contrari alla Torà», una specie di falso profeta capace di incendiare gli animi e deviarli, un falso messia che genera speranze fasulle e devastanti delusioni. La terza categoria infine, la più terribile (ma che ci riguarda tutti, non solo i cattivi maestri), «è quella del Mosser, il traditore o delatore, colui che ti consegna al nemico, che ti denuncia, come fece Elisha ben Abuyà con i romani, l’eretico per eccellenza, un Mosser assoluto. In proposito c’è un passo contraddittorio del Pirkè Avoth che ci narra di come Rabbi Meir, discepolo di Elisha ben Abuyà, continuasse a studiare i suoi commentari anche dopo il tradimento. “Ho trovato un melograno, ne ho mangiato i semi succosi e ne ho gettato la buccia”, diceva Rabbi Meir a proposito del maestro traditore. Ma quanti sono in grado di distinguere tra buccia e contenuto?, si chiede la nostra tradizione, obiettando che non tutti gli studenti posso essere brillanti e accorti come Rabbi Meir. In epoca recente, siamo negli anni Settanta del XX secolo, gli Anni di Piombo, Rav Artom metteva in guardia dal pericolo di diventare Mosser la generazione dell’epoca che, per compiacere il proprio schieramento ideologico, si trovava costretta ad abiurare Israele, ad attaccarlo in pubblico compiacendo il feroce vento antisionista che soffiava. In definitiva, si può dire che cattivo maestro è chi agisce diversamente da quanto predica, che non fa coincidere il sapere e pensare con l’agire».

Anche per rav Roberto Della Rocca, direttore del DEC, Dipartimento Educazione e Cultura dell’Ucei, il caso di Elisha ben Abuyà resta tra i più clamorosi ed esemplificativi.«Per la tradizione ebraica, un cattivo maestro è colui che spezza, che rompe le proprie radici. Come fece Elisha ben Abuyà, che era chiamato Acher, l’Altro. Un cattivo maestro è spesso colui che è ostaggio dell’erudizione senza saper metterla al servizio della collettività, è colui che possiede cultura ma non la sa trasmettere», dice rav Della Rocca. E conclude: «Il Pirkè Avoth abitualmente indica figure di questo genere usando la locuzione hu ayà omer, “lui soleva dire, lui era abituato a esprimersi così”. Ma un maestro non è forse ciò che dice? La sua parola e il suo esempio vivo dovrebbero sempre collimare. Ecco: un cattivo maestro è colui che non fa coincidere ciò che dice con ciò che fa, e che usa la sua competenza e il suo bagaglio di conoscenze per manipolare. La manipolazione dei maestri è la loro arma di seduzione più potente, è quando prevale lo yetzer ha rà. Oltre a tutti i falsi messia alla Shabbatai Zvi o Jacob Franck mi vengono in mente figure terribili e dannate come Israel Zoller: originario della Galizia, Rabbino capo di Roma, si convertì al Cattolicesimo durante la Seconda Guerra mondiale fuggendo in Vaticano, in piena deportazione degli ebrei di Roma. Ancor oggi è detto l’Innominato, il suo nome è impronunciabile, colpito da una damnatio memoriae senza remissione».

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