Fabio Brescacin (NaturaSì) e i datteri dei kibbutz: «lavorare con i kibbutz biologici israeliani è giusto e sano»

Italia

di David Fiorentini

Dopo il tentativo di boicottaggio, intervista al fondatore di NaturaSì che lavora da trent’anni con coltivatori israeliani, dei quali apprezza la gestione. Alle critiche risponde: «Non entriamo in diatribe politiche, ma guardiamo a persone  e qualità della frutta. Apprezzo la competenza agricola di Israele»

Fabio Brescacin

“Miriamo a creare relazioni trasparenti e durature con i nostri clienti e i nostri fornitori. L’azienda deve sforzarsi di perseguire un continuo processo di miglioramento professionale e di efficienza per dare un servizio sempre più appropriato e meno costoso agli altri attori del processo economico.” Questa è parte della missione di EcorNaturaSì, la catena di alimentari specializzata in prodotti biologici e biodinamici, che recentemente è stata criticata per la vendita di datteri israeliani. Per approfondire la questione e comprendere la posizione dell’azienda, abbiamo intervistato il presidente e fondatore Fabio Brescacin. Nato a Conegliano Veneto (TV), classe 1955, si è laureato in Scienze Agrarie all’Università degli Studi di Padova, e dopo un’esperienza all’estero presso l’Emerson College in Inghilterra, è tornato in Italia dove ha intrapreso la sua avventura nel mondo bio.

Non è il primo anno che importate i datteri dai kibbutz in Israele. Come siete entrati in contatto con loro?
Guardi, la storia è abbastanza lunga. Circa 30 anni fa, abbiamo iniziato a collaborare con un agricoltore triestino di religione ebraica, che dopo la Seconda Guerra Mondiale era riuscito ad andare in Israele, fondando di fatto il biologico nel paese. All’epoca, avevamo particolarmente bisogno di carote bio durante l’inverno, perché non le facevamo ancora in Italia, e quindi abbiamo lavorato diversi anni con lui e il suo Kibbutz.
In seguito, ci siamo interfacciati con una cooperativa israeliana, Hadiklaim, la quale a sua volta ci ha messo in contatto con i due Kibbutz, che attualmente ci forniscono datteri. Da qui abbiamo iniziato a importare i datteri e devo dire che ci siamo trovati molto bene, perché sinceramente è un dattero di ottima qualità, che la gente apprezza.
Tra l’altro, due nostri colleghi li hanno visitati qualche anno fa e hanno avuto un’ottima impressione, per cui a maggior ragione abbiamo continuato a lavorare con loro.

Quest’anno invece avete ricevuto varie critiche in merito alla vostra collaborazione con un’azienda israeliana. Come avete reagito?
Quest’anno abbiamo ricevuto alcune segnalazioni che contestavano il fatto che noi vendevamo prodotti israeliani. Però noi abbiamo risposto a tutte quante dicendo che non entriamo in questioni politiche, ma guardiamo alle persone, guardiamo alla realtà.
La nostra posizione è questa, e vale per tutti, non solo per Israele e Palestina. Noi guardiamo alle realtà concrete che lavorano, per questo continuiamo a lavorare con questi Kibbutz, così come lavoriamo con fornitori di datteri egiziani e tunisini.
La gente è libera di fare le proprie scelte. Io volevo andare in Israele proprio in primavera, su invito dei responsabili dei Kibbutz, però adesso in questa situazione non sarà possibile.
Abbiamo anche un’agenzia di viaggi che collabora con noi, ViandantiSì, e avevo previsto proprio di organizzare dei tour in Israele, magari inserendo questi Kibbutz nel programma. Appena sarà possibile mi piacerebbe andare giù, anche con i consumatori o magari invitando proprio quei critici, affinché vedano chi c’è dietro queste linee di produzione e si facciano un’idea concreta e reale della situazione.

Pensa che questi tentativi di boicottaggio possano influenzare le vostre scelte in termini di collaborazioni future? Soprattutto se poi si declinano in una diminuzione delle vendite…
In realtà abbiamo venduto bene, non abbiamo ancora i conti finali, ma i dati che mi stanno dando i miei colleghi sono mediamente superiori a quelli degli scorsi anni, abbiamo fatto un bel lavoro per i datteri, siamo contenti.
Come già detto, guardiamo alle realtà: questo vale per la Cina, dove di certo non ci interfacciamo con persone a caso, ma con fornitori di fiducia, lo stesso per l’India o il Sud America. In questi anni abbiamo creato una rete che reputiamo virtuosa, indipendentemente dalle situazioni politiche o dei governi locali; altrimenti non potremmo più importare nulla.
La chiave è stata la trasformazione di queste critiche in opportunità positive. Abbiamo intensificato i confronti con i fornitori, ci hanno inviato dei video, insomma abbiamo avuto un’ottima occasione per approfondire. In questo modo, siamo riusciti a creare relazioni più strette con le persone, e grazie a questo ci siamo ancora più convinti della nostra scelta.