Milena Santerini, coordinatrice nazionale per la lotta all'antisemitismo

Chi cerca un nemico… partorisce un complotto. Intervista a Milena Santerini

Italia

di Ilaria Myr
“Era meglio se ti gassavano la famiglia” ha scritto qualcuno sul profilo Facebook di Roberto Matatia, ebreo, durante la sua campagna come candidato del Consiglio comunale di Faenza. Insulti dello stesso tenore che riceve quasi ogni giorno Emanuele Fiano deputato PD. E il direttore di Radio Maria don Livio Fanzaga dichiara che “il coronavirus è un complotto delle élites”. Sono solo alcuni dei recenti episodi a sfondo antisemita avvenuti in Italia che aumentano la preoccupazione del mondo ebraico e non solo. Ma cosa fanno le istituzioni contro l’hate speech? Per fortuna si stanno muovendo, davanti all’evidenza che esso muti nel tempo e che da fenomeno di natura razziale, si sia trasformato in uno altrettanto pericoloso di carattere culturale. Lo testimonia la nomina di Milena Santerini a coordinatrice nazionale per la lotta contro l’antisemitismo nel gennaio di quest’anno, per creare consapevolezza nella società e nelle istituzioni riguardo all’antisemitismo. Un fenomeno antico, che negli ultimi tempi ha subito una trasformazione. Lo dimostrano i post sui vari social, e soprattutto quelli pubblicati dall’inizio della pandemia, causata, per molti, dagli ebrei e da Israele.

Sotto la guida della Santerini lavora un gruppo tecnico per la ricognizione sulla definizione dell’IHRA di questo fenomeno: il risultato di questo impegno sarà la redazione di un rapporto che darà indicazioni concrete alle istituzioni e associazioni.

Partiamo dall’attualità più stretta. Come ha contribuito la pandemia a rinfocolare i vecchi pregiudizi?
Senza dubbio ha accentuato nelle persone il sentimento contro gli ebrei nella forma di senso di impotenza di fronte a forze globali che sono più grandi di noi, oscure e misteriose, territorio tipico del pregiudizio antisemita. Questo è un modello antico come il mondo: l’ebreo cosmopolita, che cospira nell’ambito finanziario, come sostenevano già nei primi anni del’900 i Protocolli dei Savi di Sion. Dall’inizio della crisi sanitaria, la gente disorientata e confusa si è sentita in balia di forze più grandi e ha cercato il nemico; all’inizio gli “untori” erano i cinesi, ma non è mancato anche chi ha indicato gli ebrei.

Eloquente a questo proposito è la ricerca che ho svolto con l’Osservatorio Mediavox dal Centro di Ricerca sulle relazioni interculturali dell’Università Cattolica di Milano e sostenuta dall’Unar, l’ufficio nazionale antidiscriminazione razziali sui “discorsi d’odio”, gli hate speech, in rete. L’indagine ha preso in considerazione 900 Tweet pubblicati su Twitter in Italia fra marzo e maggio che contenevano parole legate al mondo ebraico e al virus – ebrei, sionismo, Israele, Soros, coronavirus, pandemia, ecc.. -. Tre quarti erano riferiti al potere ebraico sulla finanza con l’accusa agli ebrei come singoli o collettività di avere il controllo della finanza mondiale, dei media, delle banche, dell’economia, del governo o di altre istituzioni e, per il 16%, di diffondere volutamente il virus nel mondo. Il 9% dei tweet, poi, aveva contenuti antisionisti e di odio verso Israele, colpevole di volere diffondere volontariamente il virus nel mondo.

Il 12 ottobre il fondatore di Facebook Mark Zeckerberg ha annunciato che verranno vietati tutti i contenuti che negheranno o falsificheranno la Shoah


I social media oggi sembrano muoversi per limitare sulle proprie piattaforme i messaggi di odio. Facebook di recente ha bandito qualsiasi commento sul negazionismo della Shoah. E anche Tik Tok ha lanciato nuove linee guida contro l’hate speech. Come reputa queste iniziative?

Finalmente lo hanno fatto, ed è molto positivo. Il negazionismo della Shoah e l’antisemitismo sono legati a filo doppio, non c’è l’uno senza l’altro. Da tempo mi batto perché le grandi piattaforme – Facebook, Youtube, Instagram, Google – si prendano la responsabilità di rimuovere l’odio dalla Rete: non deve essere più il singolo o il gruppo che viene diffamato a dovere agire, denunciando alla polizia postale con scarso successo. Le piattaforme non sono solo mediatori, come hanno sostenuto fino a poco tempo fa in nome della libertà di espressione, ma hanno una piena responsabilità di ciò che vi viene veicolato. Per questo chiederemo nella nostra relazione finale che i diversi Stati chiedano degli interventi incisivi.

Sui social, e non solo, circolano però anche contenuti che non negano apertamente la Shoah, ma che ne danno un’interpretazione errata e fuorviante …
Infatti i post delle ragazzine che si travestono da donne uccise durante la Shoah su Tik Tok, di cui si è parlato sui media, sebbene non siano apertamente antisemiti sono molto pericolosi, in quanto forma di banalizzazione di questa tragedia, che la dice lunga su come ai ragazzi si sia parlato di questo argomento solo per creare una reazione emotiva e superficiale, che loro poi trasferiscono sul web.
Un altro esempio di questo è stata la foto di Anna Frank usata dai tifosi della Lazio per insultare gli avversari. Quelli erano ragazzini che non avevano la minima idea della sofferenza di Anna Frank ma che attribuivano alla squadra avversaria il simbolo di perdente incarnato da Anna Frank. La Shoah non viene dunque presa come un monito e un appello alla responsabilità individuale, ma ci si gioca sopra accusando gli avversari di essere dei perdenti esattamente come le vittime della Shoah. Tutto ciò ha un effetto devastante dal punto di vista culturale.

Nelle recenti manifestazioni di stampo antirazzista negli Usa si sono verificati episodi di vandalismo contro luoghi ebraici. Come è da considerare questo trend? E cosa dire della presenza organizzata dell’estrema destra anche in Italia nei cortei contro le misure per la pandemia?
Le manifestazioni popolari sono trasversali. In Black Lives Matter fra le realtà fondatrici ci sono molte associazioni ebraiche, ma ci sono state anche infiltrazioni di soggetti antisemiti, e ciò è emblematico della metamorfosi dell’antisemitismo di cui parlavo: molte persone si associano alle vittime del capitalismo e della globalizzazione e sentono gli ebrei come parte di questo sistema che li opprime. Per quanto riguarda l’antisemitismo di destra, oggi può assumere forme più velate, ma rimane associato a una mentalità che si richiama al nazifascismo. È un fenomeno molto preoccupante perché man mano che passa il tempo stiamo allentando le difese, sostenendo che è un fenomeno passato, mentre rimane come mentalità di prevaricazione sulle minoranze, spesso sotterranea ma comunque esistente. Personalmente sono molto preoccupata per la riemersione e diffusione soprattutto nei quartieri popolari di questi movimenti neofascisti e neonazisti.

cartello con la scritta Je suis Samuel
Una manifestazione dopo l’assassinio di Samuel Paty in Francia da parte di un terrorista

 

In Francia, tornata sulle prime pagine dei giornali per i recenti fatti di fondamentalismo religioso, l’antisemitismo islamico e quello mascherato da antisionismo sono molto forti. Qual è la situazione in Italia? Quali sono le questioni “calde” da noi?
In Italia l’antisemitismo mascherato da antisionismo è molto forte e soprattutto crescente: ci si sente vittime di un sistema economico e nel caso del conflitto Israele-Palestina ci si identifica con i palestinesi come vittime e gli ebrei diventano persecutori da contrastare, facendo emergere il proprio antisemitismo. Un esempio sono i tweet analizzati dall’Osservatorio Mediavox in cui si diceva che Israele diffonde volontariamente il virus per interessi economici. Per quanto riguarda il fondamentalismo religioso legato all’Islam, ritengo che abbia fatto bene Macron a denunciare non l’Islam tout court, ma quello politico, e ritengo che anche noi in Italia dobbiamo appoggiare questo tipo di reazione; non possiamo accettare che Erdogan si erga a paladino dell’Islam contro l’Europa e dobbiamo invece allearci con la stragrande maggioranza dei musulmani, anch’essa sotto scacco di questa minoranza violenta, subendone i danni. Si deve lavorare su una vera integrazione delle seconde generazioni, che passi alla cittadinanza ma che non si limiti ad essa. E con il mondo musulmano, che deve riconoscere di avere al suo interno un forte antisemitismo, dobbiamo allearci per combattere il fondamentalismo.

Veniamo al lavoro del comitato da lei guidato per la lotta contro l’antisemitismo. Su quali aspetti vi state concentrando? E con quali obiettivi?
Sono stata nominata coordinatrice per la lotta contro l’antisemitismo il 17 gennaio 2020 e il 27 gennaio il Consiglio dei ministri mi ha incaricato di fare una ricognizione sulla definizione dell’antisemitismo dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), organismo di 35 paesi del mondo che si occupa della lotta all’antisemitismo. Ho dunque composto presso la Presidenza del Consiglio un gruppo tecnico che in questi mesi ha svolto un’analisi dei problemi dell’antisemitismo. Sostanzialmente non ci siamo limitati a capire che tipo di forme assuma l’antisemitismo – base di partenza fondamentale perché per combattere un fenomeno lo si deve capire – ma ci siamo posti come obiettivo quello di dare delle indicazioni in merito al governo, al parlamento e in generale al mondo della cultura, dello sport e dell’associazionismo. Il risultato di questo lavoro sarà un rapporto che vedrà la luce fra la fine del 2020 e l’inizio del 2021 e che darà per la prima volta delle linee concrete per una strategia nazionale contro l’antisemitismo. Nonostante l’emergenza Covid-19 stia assorbendo le energie del premier e del consiglio dei ministri, vedo una grande attenzione a queste questioni di lunga durata perché anch’esse costituiscono, a modo loro, un’emergenza.

In che direzione vanno le indicazioni che saranno contenute nel Rapporto?
La definizione dell’IHRA include 11 esempi esplicativi di forme in cui si concretizza l’antisemitismo, che rivelano una cosa molto importante: l’antisemitismo sta cambiando. Non siamo più davanti a un sentimento antiebraico di natura razziale e biologica, ma è molto più diffuso uno ugualmente pericoloso di tipo più culturale e che si traduce nel considerare il mondo ebraico sempre straniero, cospiratore per il potere finanziario, oppure come odio contro Israele. Certo, in alcune pieghe della società resiste anche l’antigiudaismo cristiano classico.
Abbiamo scelto dunque di non limitarci a chiedere agli enti pubblici e privati in Italia di adottare la definizione dell’IHRA, ma di fare una ricognizione delle diverse forme di antisemitismo, dando indicazioni molto concrete. Ad esempio, al governo e parlamento indicheremo delle modifiche di alcune norme del codice penale, così come diremo ai singoli ministeri come migliorare la ricerca dei dati sui crimini di odio e di antisemitismo.
In particolare, a quello dell’Istruzione indicheremo come svolgere la formazione degli insegnanti sulla base del lavoro da noi svolto e della definizione dell’IHRA e come intervenire sui libri di testo, che spesso contengono imprecisioni o informazioni fuorvianti.

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