Voci da Israele: riflessioni sulla situazione interna e sulla narrazione occidentale

Israele

di Sofia Tranchina

Entrati nel quarto mese della guerra, urge tirare le fila sulle nuove questioni sollevate dal conflitto: la spaccatura del gabinetto di guerra sulla strategia, la confusione sul futuro di Gaza, e la narrazione-percezione del conflitto nei paesi occidentali.

Ad analizzare la situazione alla luce di una conoscenza approfondita degli antefatti e dei diversi attori in scena, è stato organizzato dall’Associazione Italia-Israele di Milano, presieduta da Pier Francesco Fumagalli, un dibattito, giovedì 18 gennaio, moderato dal Presidente di Lech Lechà Davide Assael, che ha visto la partecipazione del Presidente della Fondazione Corriere della Sera ed ex direttore Ferruccio de Bortoli, e le due “voci da Israele”: il Professore Emerito della Hebrew University of Jerusalem Sergio Della Pergola, autorità intellettuale e demografo, e l’attivista sociale e politico Jonathan Sierra.

Hanno contribuito alla realizzazione dell’evento anche l’Associazione Italiana Amici dell’Università di Gerusalemme e Israele.net, i cui rispettivi referenti, Elisa Bianchi e Marco Paganoni, hanno partecipato agli iniziali saluti istituzionali.

 

Per difendersi da un racconto troppo semplificatorio, gli osservatori internazionali hanno «bisogno di essere accompagnati lungo la strada della verità con un confronto aperto», ha esordito Ferruccio de Bortoli, preoccupato principalmente dalla «crescita di un antisemitismo atavico».
«Da giornalista, sono stato amaramente sorpreso da come i fatti del 7 ottobre siano stati derubricati come se non si fosse trattato di un pogrom, e l’attenzione pubblica si sia subito spostata esclusivamente sulla reazione, legittima, di Israele».

Senza far sconti a nessuno, i dubbi sono legittimi, e non devono venire meno il «nostro spirito umanitario» e la «nostra attenzione alla vita». Ma, ribadisce il giornalista, di fronte alle critiche che «si possono e si devono» muovere al governo di Netanyahu, il conflitto attuale va inserito nella sua prospettiva storica, e la narrazione semplificata occidentale ha fatto emergere una distanza da Israele che ha condannato le comunità ebraiche a un ingiusto e intollerabile isolamento.

Inoltre, Israele si è trovata costretta a prestarsi al processo per genocidio all’Aja, che, per quanto «inverosimile e inaccettabile», non si poteva liquidare con la sola indignazione perché «dietro all’accusa ci sono potenze, per lo più non democratiche, e opinioni pubbliche, interessi, ed equilibri».

De Bortoli identifica nel triplicarsi degli episodi di antisemitismo, e nell’intersezione retorica tra il quadro geopolitico attuale e il pregresso retroterra ideologico, una prova dell’eccesso di ottimismo con cui è stata trattata la questione ebraica negli scorsi decenni.

Sergio Della Pergola ha notato nel dibattito attuale una tendenza a rappresentare Israele come qualcosa da relegare al passato, un progetto che, secondo i detrattori dello Stato Ebraico, è già in procinto di estinguersi. A questa tendenza ha ricondotto il concetto giornalistico di coccodrillo: un articolo commemorativo su un personaggio ancora in vita, preconfezionato in attesa del suo decesso.
Pur condannando l’uso eccessivo del termine Shoah riferito a controversie quotidiane, che finisce per sminuire la tragedia di quella che fu la vera Shoah, Della Pergola nota che, nel caso 7 ottobre, le similitudini sono inquietanti.
La “organicità del progetto”, interrotto con la sconfitta del nazismo ma mai abbandonato, si può individuare a partire da una lettura del mondo diviso in “con ebrei” e “senza ebrei”, dimostrata dal ritrovamento nei tunnel di Hamas di un volume del Mein Kampf tradotto in arabo.

Israele si presenta in questo conflitto «con il peggior governo politico possibile, carente di persone qualificate, e promotore di isolamento nazionalista e di messianismo mal calcolato», e si può argomentare che quello che è successo non sia indipendente da scelte politiche fatte da Israele, che non hanno aiutato a minimizzare la catastrofe; ma «gli osservatori occidentali non sembrano rendersi conto della serietà del progetto di eliminazione di Israele», perseguito dall’Iran e i suoi alleati. Ne risulta che «nell’opinione pubblica c’è un cortocircuito», che, ad esempio, non tiene conto dell’intervento degli Houthi.

«I miliardi di dollari sperperati nel creare una città sotterranea a vari piani, con fabbriche di armi, è qualcosa che non si è mai visto in nessun’altra parte del mondo, e bisogna tenerne conto anche nel contesto di una promozione degli aspetti sociali e di uno Stato palestinese.
Il progetto “Palestina dal fiume al mare” è un progetto di distruzione, sviluppato in maniera molto efficiente, davanti al quale la coscienza del mondo è crollata.

Uno dei tanti esempi del “museo degli orrori” di questo conflitto è la Croce Rossa Internazionale, organizzazione inopportuna, ipocrita, incapace, che in cento giorni non è riuscita a visitare i prigionieri e a portare le medicine concesse, per la quale si può provare solo biasimo e disgusto».
A questo, si aggiunge il fattore tradimento: le comunità attaccate il 7 ottobre erano quelle più pacifiche e impegnate nel dialogo con i palestinesi. A dare le mappe dei kibbutzim sono stati i lavoratori palestinesi arrivati da Gaza con un permesso di lavoro e accolti dalle stesse comunità.
Persino Yahya Sinwar, la mente dietro all’attacco, sarebbe morto di un cancro al cervello se non fosse stato curato da dottori israeliani mentre era detenuto per terrorismo (fu rilasciato nel famoso scambio di prigionieri “mille a uno” per la liberazione di Gilat Shalit).

 

L’unità nazionale durerà?

Durante questi ultimi giorni, in Israele si sta tornando alla frattura  sociale precedente al 7 ottobre.
L’immensità dell’attacco di Hamas ha provocato all’interno della società israeliana un’inversione di rotta rispetto alle tendenze precedenti, tale per cui in poche ore la società civile si è organizzata in modo autonomo per far fronte all’iniziale latitanza delle istituzioni di competenza.
La coesione nazionale si è espressa in modo estremamente pratico, con la creazione indipendente e immediata di diversi Chamal’ (centri di volontariato civili) adibiti a donazioni di sangue, smistamento di pacchi per i soldati e supporto agli agricoltori, spiega Jonathan Sierra.
Tuttavia, la rabbia accumulata e le diverse opinioni riguardo alla strategia dietro la guerra, alle previsioni sul “giorno dopo” a Gaza, alla gestione degli sfollati e alla sorte degli ostaggi, stanno ricostruendo i fronti e le spaccature precedenti, con la riforma giudiziaria che in sordina continua a procedere.
Si sta tornando così alle manifestazioni in piazza che chiedono le dimissioni di Netanyahu e un anticipo delle elezioni.
Ma, nonostante le divisioni interne, «c’è motivo di essere ottimisti e sperare che la coesione duri»: la società civile si è dimostrata più matura dei rappresentanti politici, e i movimenti per il dialogo continuano ad aumentare.

 

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