Vivere sotto i razzi. Le testimonianze di chi lo fa tutti i giorni

Israele

di

rifugiOrmai da quasi un mese i razzi che cadono su Israele sono centinaia al giorno, e in gran parte del Paese: le sirene suonano non solo nel sud – certo il più colpito data la vicinanza alla Striscia  – ma anche a Tel Aviv, Gerusalemme e persino a Haifa.

Impossibile per chi non vive in quella situazione immaginare cosa significhi correre il più velocemente possibile nei rifugi, sperando di arrivare in tempo, o riuscire a proteggere i propri figli mentre si è per la strada (vedere anche questo link di Ynet).

In questo articolo diamo quindi spazio alle testimonianze di chi ogni giorno vive con il terrore di essere colpito da un razzo.

Raphael Barki, Tel Aviv
“Vorrei condividere con voi la mia esperienza di questi giorni in cui allarmi e bum entrano grottescamente a far parte della routine quotidiana, raccontandovi alcuni episodi emblematici e credo rappresentativi che mi sono accaduti. 

Mentre la mia piccola di quasi 18 mesi capisce poco di quello che sta succedendo, il “grande” di quattro anni e mezzo sta dimostrando una consapevolezza disarmante accompagnata da una curiosità tipica della sua ancora tenera età in cui è naturale il volere sapere tutto sparando raffiche di “perché?” Già nella guerra precedente Asher, il mio figlioletto che allora aveva poco meno di tre anni, aveva visto interrompersi all’improvviso il suo quotidiano sfogo energetico al parco giochi da un allarme che lo colse assolutamente impreparato. Strappatolo dalla parete del baby-snappling, in un battibaleno cercai riparo accovacciandomi su di lui dietro il muro rivolto a nord del palazzo più vicino, che avevo preventivamente scelto come meta già al nostro arrivo al giardino. Ebbene, quella sirena se la ricorda ancora molto bene.

In questi giorni noto in Asher una naturale turbolenza emotiva. Dice di avere paura di questo e di quell’altro, tutte cose assolutamente innocue che niente hanno a che vedere coi missili. Quelli, a suo dire, non lo spaventano. Chissà cosa frulla nella testa di questi ragazzini costretti a cercare un rifugio quando c’è l’allarme. In fondo anch’io alla sua età a Tripoli mi nascondevo con tutta la famiglia per evitare la folla inferocita contro l’odiato Stato sionista eroicamente vittorioso sull’aggressore arabo che lo circondava da tutte le parti. Lo ricordo quasi come un gioco. Il fatto è che e’ l’unico ricordo della mia infanzia tripolina. Tutto il resto è stato rimosso.

Torniamo ai giorni nostri. Prima che scoppiasse questa guerra comprai due biglietti per un concerto. L’idea di uscire con mia moglie dopo mesi (o forse sono già anni?) barricati in casa per prenderci cura dei bimbi mi dava piacere. Tanto potevamo contare fiduciosi sul baby sitteraggio dei nonni. Poi i primi missili. Si va al concerto o non si va? Dopo un po’ di titubanza decidiamo di non rinunciare. Usciamo. Telefoniamo per accertarci che il concerto non sia stato annullato. Tutto confermato. Primo allarme. Accosto con la macchina e ci precipitiamo verso la porta del palazzo più vicino per trovare riparo nel vano scale che, normalmente, come spiegato quasi ossessivamente sui media, ha i muri in cemento armato. Ma il portone è chiuso. Nel locale accanto, tutti i tavoli vuoti, un cameriere tranquillo con la sigaretta in mano, ci rivela il codice per aprire quella porta bloccata. Lui non entra. Finita la sirena bisogna aspettare al riparo ancora qualche minuto (dicono dieci) perché potrebbero piovere dal cielo come micidiali frecce i detriti del missile eventualmente intercettato.
Che si fa? Proseguiamo o rientriamo? Avanti! Ah! Avanziamo in macchina di pochi metri ed ecco un’altra sirena! Dietro front! Vogliamo abbracciare i nostri bambini e rilasciare i nonni. 

Mi è capitato una volta di sentire una sirena che non c’era e di entrare nel rifugio. Ed un’altra volta di non sentire una sirena che c’era. Mi ero appena addormentato quando mi sono sentito strattonare da mia moglie che proclamava, senza panico per non spaventare i bimbi, “l’allarme!”

 Poi c’e’ la piscina pubblica. Di solito nuoto dalle 6 alle 6:30 tutte le mattine. A casa dormono ancora tutti a quell’ora. Quando sono in acqua c’e’ l’isolamento acustico. E se suonasse ora? A che sponda vado? Come raggiungo il rifugio pubblico più vicino che mi ero già fatto prudentemente indicare dal bagnino? Prendo gli occhiali? L’asciugamano? Le ciabattine? Al diavolo tutto!

Ovviamente il pensiero dell’allarme non ti abbandona neanche nelle situazioni più ordinarie ma non per questo facili da “sospendere”: in doccia, durante il cambio di un pannolino, e cosi’ via.

Ecco, questa è la nostra routine. E siamo a Tel Aviv. Abbiamo ben 90 secondi per trovare un rifugio dal momento in cui comincia a suonare l’allarme. Ci va di lusso rispetto ad Ashdod (solo 45 secondi), Ashkelon (30) o Yad Mordekhai (15). Lì ci vorrebbe lo scatto di Ben Johnson. O, cosa più plausibile, un rifugio ogni 50 metri, alle fermate degli autobus, in mezzo alle aiuole. Grazie a D-o che ci protegge benevolmente. Che protegga i soldati israeliani impegnati in una dura guerra porta a porta contro le vigliaccate di Hamas”.

Davide Levy, Ashdod
Ci siamo trasferiti ad Ashdod nell’estate del 2011 e pochi giorni dopo la nostra Alya ecco siamo stati svegliati da un suono strano, una sirena. Con l’ingenuità tipica degli Holim Chadashim non abbiamo capito cosa succedeva, poi piano piano ci siamo resi conto. Poi un giorno dopo l’altro sirene e sirene. Quando è un periodo di azacha, non si va al parco, niente spiaggia, la scuola chiusa. Noi per fortuna abbiamo in casa il mamad, una stanza protetta con pareti rinforzate, lastra d’acciaio da 5 cm per chiudere la finestra e porta blindata. Si sta al sicuro, sperando che sia sempre sicuro, non voglio provare la resistenza del mamad ad un colpo diretto.
In effetti al colpo diretto ci siamo andati vicini nel 2012, una villetta a 100 metri da noi ha avuto il piano superiore distrutto; a noi è andata bene, ma certo che per la psiche dei miei figli è stato molto duro. Poi siamo andati al sicuro a Tel Aviv, abbiamo passato una settimana a Gerusalemme (ringrazio ancora i Sig.r
i Navarro per l’ospitalità), ma le poche ore che ho passato ad Ashdod per recuperare il necessario sono state un continuo entrare e uscire dal mamad.

Parlando di oggi, la situazione adesso ci angoscia forse di più dell’altra volta: sarà forse che la tregua non arriva e i falsi cessate il fuoco che non ci tranquillizzano, sarà che dobbiamo dividerci tra figli e lavoro più che in passato. Comunque, cerchiamo di rimanere sempre a casa a portata di un rifugio, oppure nei centri commerciali. La notte i bambini e mia moglie all’ottavo mese di gravidanza dormono nel mamad, mentre io, per problemi di spazio, dormo nella mia stanza e per fortuna solo due notti ha suonato la sirena. Il problema quando si va fuori a fare la spesa o ci si muove per lavoro (io lavoro a Tel Aviv, mia moglie nel sud), si spera che non suoni la sirena quando si è in macchina e purtroppo qualche volta è successo di dover correre dietro ad un muro o ripararci dietro un guard-rail in autostrada. Ovviamente, bisogna essere tranquilli e sicuri per dare fiducia ai figli. Ed è questa è la parte più difficile

Daniel Lanternari, Kibbutz Nir-Yitzhak (15 km da Gaza)
Da ben 19 anni vivo in uno di quei kibbutzim così tanto nominati negli ultimi giorni, un kibbutz dell’ Hashomer Hatzair. La maggior parte delle persone di questi kibbutzim è di sinistra, ma ovviamente ce ne sono di tutti i colori; da destra radicale al Balhad (partito arabo).
Purtroppo il NOSTRO problema dei razzi non è iniziato tre settimane orsono, ma non è mai terminato da quando è iniziato, nel 2001. Se questo punto non viene precisato -e anche qui in Israele non è chiaro a tutti -, non mi posso aspettare che all’estero venga capito. Di tanto in tanto vengono lanciati razzi e mortai sulla nostra zona, ma finché Israele non reagisce, purtroppo voi in Italia o negli altri Paesi non ne verrete informati dai media locali.

Nella attuale battaglia, si cerca di sventare un nuovo (non per noi) e rischioso problema: i tunnel. Chi cerca di passare tramite i tunnel non sono i boyscout palestinesi, ma gente armata fino ai denti con l’unica intenzione di fare più morti possibili nei kibbutzim al confine e prendere in ostaggio quante più persone. Vi assicuro che ricevere messaggi che chiedono a tutti i residenti di chiudersi in casa, abbassare le luci ed entrare nelle camere di sicurezza perché ci sono infiltrazioni tramite i tunnel….beh …non è una cosa piacevole. Hanno mai detto in Italia che è stato scoperto un tunnel con l’uscita proprio al centro di una mensa di questi kibbutzim?

Sono oramai 20 giorni che con la mia famiglia – come del resto migliaia di altre persone della zona – non viviamo nella nostra casa, non dormiamo nei nostri letti. Viviamo con valigie spostandoci ogni tanto da una parte all’altra per non fare annoiare i bambini. Questo non è certo facile, ma fortunatamente noi abbiamo dove andare: Israele in questi casi apre le braccia e case e si unisce ancor più di quanto non lo sia normalmente. Purtroppo, dall’altra parte del confine ci sono altrettante migliaia di persone che non hanno dove andare e la cui situazione non è ovviamente delle migliori.

Il punto è che non stiamo parlando di Convivenza -דו קיום, bensì di SOPRAVVIVENZA – קיום. E. come ho già detto, anche se la maggior parte delle persone qui è di sinistra, capisce bene e approva il bisogno di un azione militare pronta a sventare quel pericolo chiamato Hamas…. non Palestinesi.

 

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