di Pietro Baragiola
Tunnel sotterranei, combattenti di Hamas nascosti tra i civili, bombardamenti sospesi per evitare vittime innocenti. Sono solo alcune delle testimonianze raccolte in NAZA: The Real Story, il contro-documentario israeliano che risponde alle accuse rivolte all’IDF da Yuval Abraham e Rachel Szor nel film NAZA, premiato alla Mostra del Cinema di Venezia 2026.
Realizzato da Roi Danino, Ariel Averbuch e Hagay Gutman, NAZA: The Real Story ha una durata di 49 minuti ed è disponibile gratuitamente online per volontà degli autori.

“Il nostro controdocumentario nasce da un’iniziativa privata, finanziata senza il contributo del governo o dell’esercito e vogliamo renderlo accessibile a tutti” ha raccontato Danino al sito Algemeiner. “Per le riprese abbiamo deciso di riutilizzare appositamente alcune scelte estetiche del film di Abraham e Szor, comprese le interviste notturne sui tetti di Tel Aviv, ma cambiando radicalmente la prospettiva: a raccontare la guerra sono i comandanti e gli ufficiali dell’intelligence israeliana che hanno partecipato direttamente alle operazioni nella Striscia di Gaza”.
L’obiettivo è contestare una rappresentazione delle Forze di difesa israeliane che gli autori considerano incompleta, mostrando l’intero contesto operativo nel quale sono state prese decisioni spesso drammatiche.
Le nuove testimonianze e il peso delle immagini
Il principale punto di forza di NAZA: The Real Story è la scelta di accompagnare le testimonianze degli intervistati con materiali visivi a sostegno delle loro ricostruzioni. Il film include fotografie, registrazioni dei droni e video delle operazioni militari, comprese sequenze che mostrano gli attacchi aerei interrotti per la presenza di civili nell’area.

Se NAZA dunque si concentra sulle presunte responsabilità israeliane nella morte dei cittadini palestinesi, il nuovo documentario vuole scavare ancora più a fondo, mostrando ciò che il primo film ha palesemente trascurato: le procedure di autorizzazione degli attacchi, le precauzioni adottate dai militari e le difficoltà nel combattere un’organizzazione terrorista armata e radicata nelle aree abitate.
Tra gli episodi raccontati figura proprio la scoperta di un accesso alla rete di tunnel di Hamas sotto la culla di un bambino e le registrazioni di altri militari che descrivono terroristi che abbandonano le uniformi per confondersi con la popolazione, nascondendo le armi all’interno di edifici pieni di civili.
NAZA: The Real Story inoltre contesta direttamente le testimonianze rilasciate da semplici militari e operatori dell’intelligence in quanto “non si possono ricavare conclusioni sull’intera catena di comando basandosi sulle affermazioni di individui che potrebbero averne conosciuto soltanto alcune fasi”. Per questo motivo gli autori hanno deciso di intervistare direttamente gli ufficiali che hanno avuto potere decisionale nelle operazioni a Gaza.

È proprio su questo punto che interviene Sarit Zehavi, ex ufficiale dell’intelligence militare israeliana, che in un’intervista ad Adnkronos ha accusato NAZA di “confondere intenzionalmente tra la fase di intelligence e la fase di pianificazione”.
“Il film di Abraham e Szor trascura il fatto che ogni obiettivo venga sottoposto alla verifica dei consulenti legali e che il processo di autorizzazione non avviene automaticamente” ha aggiunto Zehavi. “Il pubblico deve conoscere quali informazioni erano disponibili al momento della decisione di ciascun attacco e quali sono state le alternative valutate”.
Queste affermazioni vogliono rispondere alle accuse di allentamento nei criteri di selezione degli obiettivi e di un’eccessiva tolleranza verso l’eventualità di vittime civili.
A tal proposito, uno degli episodi sicuramente più contestati è quello di un bombardamento che, secondo le testimonianze mostrate da NAZA, sarebbe stato autorizzato prevedendo “fino a 500 morti tra i cittadini palestinesi”.
In un comunicato rilasciato poco dopo l’uscita di NAZA, l’IDF ha respinto categoricamente questa ricostruzione: “le Forze di Difesa Israeliane non hanno mai pianificato, approvato o condotto un attacco a Gaza nel quale si prevedesse l’uccisione di 500 civili, o di un numero anche solo lontanamente vicino”.
Nella stessa dichiarazione l’IDF ha anche respinto l’accusa di impiegare l’intelligenza artificiale nella selezione degli obiettivi precisando che “le decisioni operative rimangono affidate al personale militare”.
Nonostante queste risposte, Abraham e Szor difendono la validità del proprio documentario, sostenendo di aver consultato oltre cento fonti e verificato le loro testimonianze attraverso documentazioni e riscontri indipendenti.
Il contesto del 7 ottobre
Un altro elemento centrale che ha portato alla produzione di NAZA: The Real Story è il contesto nel quale Israele ha condotto la guerra.
“Non è possibile comprendere il conflitto a Gaza senza partire dal massacro del 7 ottobre 2023, dal rapimento degli ostaggi e dall’obiettivo dichiarato di neutralizzare le capacità militari di Hamas” ha affermato Averbuch alla Jewish Telegraphic Agency, insistendo sulle modalità operative dei terroristi. “Combattenti in abiti civili, infrastrutture militari collocate in zone densamente popolate e tunnel realizzati sotto edifici utilizzati dalla popolazione. Tutti questi fattori hanno reso particolarmente complessa la distinzione tra obiettivi militari e presenza civile, imponendo ai comandanti decisioni difficili in tempi spesso limitati”.
È qui che il contro-documentario sviluppa il suo argomento più significativo: mostrare le precauzioni adottate dall’esercito non significa negare la sofferenza dei civili palestinesi, ma contestare l’idea che quel dolore dimostri automaticamente una volontà di colpirli.
La distinzione resta essenziale anche sul piano del diritto internazionale che impone di distinguere tra combattenti e civili, valutare la proporzionalità degli attacchi e adottare precauzioni praticabili per limitare le vittime. L’impiego militare di aree civili da parte di Hamas non elimina questi obblighi.
Sul piano comunicativo, dunque, NAZA: The Real Story vuole invitare lo spettatore a prendere in considerazione tutti questi fattori e a mettere in discussione una ricostruzione che, sebbene incompleta, è già stata ampiamente diffusa e premiata: “non fidarti della parola di nessuno, nemmeno della nostra” concludono gli autori sul sito.
Non è una ricostruzione neutrale, né pretende di esserlo. È un contro-documentario costruito per contestare accuse molto gravi, restituendo spazio al ricordo delle vittime di entrambi gli schieramenti e alle esperienze di chi ha combattuto in prima persona durante e dopo il 7 ottobre.



