Da sinistra Beniamin Nethanyahu e Gadi Eisenkot

Israele al voto, exit poll senza un vincitore: il Likud primo partito, ma il blocco delle opposizioni è avanti

Israele

di Anna Balestrieri

Alle urne il 74,3% degli elettori entro le 20, un’affluenza record. Secondo Channel 12, il blocco contrario a Netanyahu ottiene 52 seggi, quello che sostiene il premier 50 (ne aveva 68). Decisivi i partiti arabi, stimati a 18 seggi.

Il Likud di Benjamin Netanyahu è il primo partito, ma non emerge una maggioranza in grado di formare il prossimo governo israeliano. È il quadro delineato dagli exit poll diffusi da Channel 12 alla chiusura delle urne, alle 22 ora locale, nelle elezioni politiche del 27 ottobre, le prime dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 e la successiva stagione di conflitti regionali. Altri sondaggi danno exit leggeremente diversi.

Secondo le proiezioni dell’emittente, il blocco dei partiti ebraici contrari al premier otterrebbe 52 seggi, contro i 50 delle forze che sostengono Netanyahu. I partiti a guida araba, anch’essi contrari al primo ministro, arriverebbero complessivamente a 18 seggi: un risultato record per questo settore politico. Di questi 18 seggi, 7 spetterebbero alla lista Ra’am che in passato ha dato l’appoggio esterno al governo di Naftali Bennet.

Per disporre della maggioranza assoluta nella Knesset, composta da 120 deputati, occorrono almeno 61 seggi.

Il Likud è stimato a 24 seggi, mentre Yashar, il partito centrista guidato da Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore, ne otterrebbe 22. Al terzo posto si collocherebbe B’Yachad, la formazione dell’ex premier Naftali Bennett, con 12 seggi. La Lista comune araba è stimata a 11.

Le proiezioni di Channel 12 indicano inoltre che due formazioni minori, Reservists e People of Israel, potrebbero non superare la soglia di sbarramento del 3,25%. L’esito definitivo dipenderà anche dallo scrutinio effettivo e dalla distribuzione dei voti tra le liste prossime alla soglia.

Una maggioranza tutta da costruire

Il risultato lascia aperta una fase di negoziati potenzialmente complessa. Netanyahu può rivendicare il primato del Likud, mentre Eisenkot può sottolineare la consistenza del fronte contrario al premier. Nessuno dei due schieramenti, tuttavia, dispone secondo l’exit poll di una maggioranza autonoma.

La possibilità che i partiti arabi diventino determinanti per la formazione del governo rappresenta uno dei nodi centrali del dopo-voto. Le formazioni arabe sono generalmente rimaste fuori dalle coalizioni di governo israeliane, e l’eventuale sostegno a una maggioranza dovrà fare i conti con le posizioni dei diversi partiti e con gli impegni assunti in campagna elettorale.

Nei prossimi giorni il presidente Isaac Herzog dovrà consultare i rappresentanti delle forze politiche e affidare l’incarico di formare il governo al candidato che riterrà maggiormente in grado di riuscirci. Se nessuno riuscisse a costruire una coalizione, il Paese potrebbe essere chiamato nuovamente alle urne.

Gli exit poll non costituiscono risultati ufficiali: lo scrutinio della Commissione elettorale centrale è appena iniziato e le proiezioni televisive possono differire dal conteggio definitivo.

Affluenza record

A segnare la giornata elettorale è stata anche la partecipazione. Alle 20, due ore prima della chiusura dei seggi, aveva votato il 74,3% degli aventi diritto, contro il 66,3% registrato alla stessa ora nelle elezioni del 2022. Si tratta del dato più alto a quell’ora dal 1988.

La partecipazione particolarmente elevata si è accompagnata a un’affluenza significativa in diverse aree del Paese, comprese località con percentuali prossime all’80%. Il dato nazionale, da solo, non permette però di attribuire il risultato a un singolo schieramento: per comprendere l’impatto politico della mobilitazione occorrerà attendere i risultati effettivi e la distribuzione del voto tra le liste.

Meghnagi (CEM): «Il popolo di Israele ha dato un’altra grande lezione di democrazia»

«In questi giorni, per l’ennesima volta, lo Stato di Israele ha dato a tutto il mondo una grande lezione di democrazia, pur vivendo sotto assedio fin dal giorno della sua nascita». È quanto dichiara Walker Meghnagi, presidente della Comunità ebraica di Milano.

«Parliamo di uno Stato di diritto che garantisce i diritti delle minoranze, riconosce agli arabo-israeliani la piena partecipazione democratica, tutela la comunità LGBT e assicura la più totale libertà di espressione. È questa la forza fondamentale delle sue istituzioni», prosegue Meghnagi.

«Comunque vada, in Israele chiunque ha il diritto e la possibilità di manifestare il proprio dissenso, scendere in piazza e criticare apertamente il governo. Solo un Paese evoluto come Israele tratta la democrazia come la pietra angolare del diritto. Le varie tifoserie sono pregate di aspettare i fatti e poi commentare. Israele non è un gioco di società per ingannare il tempo», conclude il presidente della Comunità ebraica di Milano.