di Nathan Greppi
Il giornalista e scrittore israelo-americano Tuvia Tenenbom nel novembre 2025 ha raccontato sul Jerusalem Post un suo viaggio nei luoghi dove è stato girato il film premio Oscar No other Land, in cui ha toccato con mano la radicalizzazione dei luoghi e ha verificato alcune falsità raccontate nel film.
All’inizio della quinta stagione della serie Netflix Fauda, degli israeliani danno la caccia fino a Marsiglia ai terroristi di Hamas che hanno massacrato i loro cari il 7 ottobre 2023. Vedendo che uno dei terroristi ha sposato una donna francese, uno degli israeliani chiede: “Che problema hanno queste donne francesi?”. Il protagonista, Doron, risponde: “Senso di colpa coloniale”.
Questo senso di colpa ha influenzato pesantemente la ricezione di determinate opere in Occidente. Molto si è parlato del documentario Naza elogiato alla Mostra del Cinema di Venezia. Molto meno spazio hanno ricevuto le operazioni di fact-checking che hanno smascherato la narrazione che si cela sia dietro questo che dietro il precedente film degli stessi autori, No Other Land, che ha vinto l’Oscar e in Italia è stato trasmesso su Rai 3 e Rai 5.
Il film
Chi ha saputo smontare il primo film punto per punto è il giornalista e scrittore israelo-americano Tuvia Tenenbom, che nel novembre 2025 ha raccontato sul Jerusalem Post un suo viaggio nei luoghi dove è stato girato.
“No Other Land è ambientato a Masafer Yatta, un agglomerato di villaggi intorno alla città di Yatta, a sud di Hebron”, ha spiegato Tenenbom. “Della durata di 95 minuti, il film vede la partecipazione, tra gli altri, di Basel al-Adra, un arabo, e di Yuval Abraham, un ebreo, che parlano senza sosta. Tra una conversazione e l’altra, vediamo video di palestinesi innocenti che vengono uccisi e di case palestinesi demolite su ordine dell’amministrazione civile israeliana. Perché sono state demolite? Israele dice che sono state costruite senza permessi di costruzione; i palestinesi dicono che sono state costruite prima ancora che Israele venisse fondato”.
Ha aggiunto che “a meno che tu non prova uno strano piacere nel sentirti dire che gli ebrei sono cattivi, molto cattivi”, il film “è uno stress da guardare”. Tuttavia, afferma anche che ci sono delle scene drammatiche, come quando si vede Harun Abu Aram, un giovane paralizzato presumibilmente dopo che dei soldati israeliani gli hanno sparato. O come quando si vede sua madre, che piange la sua morte due anni dopo, in compagnia di una giovane bionda, presumibilmente la sorella di Harun.
Il reportage
Tenenbom è andato avanti raccontando quando ha visitato Masafer Yatta. Un uomo del posto, Issam, gli ha detto che il clan Mahamra, del quale fanno parte gran parte degli abitanti, sarebbero discendenti di ebrei.
A dispetto di questo presunto retaggio, al centro del villaggio ha visto un memoriale con una mezzaluna rossa in cima, dedicato ad uno shahid, ovvero un “martire” morto per aver combattuto o compiuto attentati terroristici contro ebrei israeliani.
Sebbene nel film Basel al-Adra venga presentato come un uomo povero che vive in una casa diroccata con i genitori, il giornalista ha scoperto che la sua è una famiglia importante, quantomeno a livello locale: un suo parente, Majdi al-Adra, è sindaco di uno dei villaggi dell’agglomerato. E il fratello di quest’ultimo, Mohammed al-Adra, è il direttore dell’amministrazione municipale nello stesso villaggio.
Proprio Mohammed, quando ha capito che Tenenbom è un giornalista, gli ha chiesto dove vive, al che questi ha risposto tra l’America e la Germania. Si è rassicurato quando gli ha detto che non scriveva per media israeliani, spiegandogli che “se scrivi per israeliani, non posso parlare con te. Avrei bisogno di un permesso speciale da parte del governo palestinese prima di parlare”.
Quando il giornalista gli ha chiesto se crede nella Soluzione dei due Stati, al-Adra ha risposto di no, aggiungendo che dovrebbe esserci un solo Stato dal fiume al mare, ovvero la Palestina. “I sionisti”, gli ha detto, “dovrebbero tornarsene da dove sono venuti – in Germania o in Gran Bretagna”.
Rivelazioni
Successivamente, Tenenbom si è recato con la sua guida ad at-Tuwani, località dove sono state girate diverse scene di No Other Land. E qui, vede l’abitazione della famiglia Abu Aram, la stessa ripresa nel film. Qui, trova un poster con scritto “Dal mare di sangue dei martiri, uno Stato viene creato”, con la foto del giovane morto e una mappa della Palestina dove non c’è traccia d’Israele.
La madre di Abu Aram ha chiesto a Tenenbom di non scattare foto, aggiungendo: “La gente viene qui, scatta foto, ma io non prendo un soldo da loro. Come con Basel (al-Adra, ndr). Mi ha promesso metà degli incassi del film. Ha preso l’Oscar, ma non mi ha dato un centesimo”.
Quando ha visitato la casa di al-Adra, era molto diversa da come appare nel documentario, tanto che Tenenbom ha affermato: “Nel film, la casa sembrava orribile, ma è un posto bellissimo. Se è la stessa casa, allora deve aver subito delle ristrutturazioni serie – il che è piuttosto divertente, considerando che il suo film parla solo di demolizioni. Interessante”. Accolto dalla moglie di al-Adra in soggiorno, si è ritrovato in una stanza elegantemente decorata, e non nel posto in rovina apparso nel film.
Il giornalista ha spiegato di aver effettivamente visto delle case demolite dagli israeliani. Tuttavia, mentre i palestinesi del posto dicevano che quelle case esistevano da prima della nascita d’Israele, guardando delle targhe apposte ha scoperto che molte di queste in realtà erano state costruite decenni dopo, con fondi provenienti dall’UE e da diversi paesi europei.
Non avendo modo di incontrare Basel al-Adra in persona, Tenenbom gli ha scritto chiedendogli delucidazioni sul divario tra il contesto rappresentato nel film e la realtà che ha visto lui sul campo, nonché sulle lamentele dei partecipanti al documentario che hanno detto di non essere stati pagati. Ha aspettato tre settimane, senza ottenere risposte.
Le conseguenze
Tenenbom ha spiegato qual è secondo lui il vero significato di questo documentario: “Politicamente, come mi ha detto un critico letterario europeo, No Other Land è un successo clamoroso. Il suo Oscar – il primo mai assegnato a un film palestinese – ha conferito legittimità internazionale all’affermazione secondo la quale Israele – e, per estensione, gli ebrei – sia colpevole di crimini contro l’umanità. Di fatto, ora l’antisemitismo ha ricevuto un certificato kasher, indipendentemente dal fatto che il film sia bello o meno”.
Sebbene i registi di NAZA e No Other Land vengano presentati come delle vittime perseguitate, Fauda ha incontrato seri problemi durante le riprese: sebbene i primi episodi della quinta stagione siano ambientati a Marsiglia, la produzione ha scelto di non girarla realmente lì a causa di “problemi di sicurezza”, trasferendo il set in Ungheria. Per un israeliano, fare riprese o interviste è più sicuro a Masafer Yatta che in Francia.



