La puerpera ostile: se il conflitto sbarca in sala parto

Israele

di Aldo Baquis

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Stanze separate per partorienti ebree e arabe? La denuncia dell’emittente municipale Radio Gerusalemme: ha scatenato una furibonda polemica,
spaccando il fronte religioso. Resiste il mito democratico degli ospedali israeliani

Per quanto assurdo possa sembrare, il conflitto israelo-palestinese entra anche in sala parto. In alcuni ospedali di Israele – in aperto contrasto con le regole fissate dal Ministero della Sanità – le partorienti ebree sono spesso ricoverate su loro richiesta in stanze separate da quelle che ospitano le arabe. La denuncia è giunta ai primi di aprile dalla Radio statale di Gerusalemme e ha subito scatenato una ridda di reazioni polemiche. La stessa giornalista che lo ha presentato è stata poi oggetto di contumelie e di altri attacchi verbali su Facebook.
Aveva infatti toccato nervi scoperti della società israeliana. Innanzi tutto il mito degli ospedali israeliani. Sono ritenuti da sempre un’isola di tolleranza e di buona convivenza, dove medici ebrei, musulmani e cristiani si prodigano con eguale impegno verso i pazienti, incuranti dalla loro confessione religiosa e senza mai tirarsi indietro nemmeno di fronte a “nemici malati’’: come quelli che giungono dalla Siria o da altri Paesi ostili. Anche dall’Iran. All’interno di questo mito nazionale israeliano – peraltro fondatissimo, vedi l’Ospedale Barzilai di Ashkelon che cura i palestinesi di Gaza e quello di Haifa che ha salvato una bambina siriana malata di leucemia con un trapianto di midollo- ce n’è un altro: il mito del parto in sé. Un’operazione alla cui riuscita si mobilitano i migliori scienziati del Paese per abbassare quasi a zero la mortalità infantile e per offrire il dono della procreazione anche a donne che in generazioni ed epoche passate non avrebbero mai potuto sperare di materializzarlo.
Possibile mai che allora, in questo ambiente di benefattori incalliti, si annidasse il morbo del pregiudizio razziale? Che qualcuno, in questa occasione, tornasse a rileggere la prosa odiosa dello scrittore francese Edouard Drumont che nel suo La France Juive nel 1886 scriveva: “Perfino nei momenti di massimo dolore, anche in punto di morte, il cristiano francese è obbligato oggi – a causa della laicizzazione e della “democrazia” nelle nostre principali istituzioni pubbliche – a sopportare negli ospedali la vicinanza di quelle persone avide e assassine di Gesù… quella terribile cacofonia dei figli di Israele, che trasforma la vita dei malati cristiani in un inferno ebraico?’’.
Centotrenta anni dopo, fingendosi in avanzato stato di gravidanza, la cronista di Radio Gerusalemme ha telefonato ad alcuni ospedali delle principali città tastando prudentemente il terreno per verificare se dopo il parto ci fosse il modo di garantirle che avrebbe trascorso i giorni di degenza fra partorienti ebree, possibilmente distante dalle donne arabe. In alcuni casi è stata subito tranquillizzata, in altri le è stato assicurato che sarebbero andati incontro ai suoi desideri se lo spazio lo avesse consentito. Solo due ospedali le hanno fatto comprendere senza peli sula lingua che domande del genere erano per loro rivoltanti. Sulla carta, il Ministero della sanità – guidato con mano ferma ed illuminata dal rabbino ortodosso Yaakov Litzman – non ammette distinzioni di sorta, né etniche né religiose e anche in questa occasione ha seccamente ribadito le direttive. Ma nella distribuzione delle stanze di ricovero delle partorienti – ha scoperto con sbigottimento l’emittente – è stata finora tollerata una separazione strisciante.
L’intera questione ha polarizzato il dibattito politico nazionale. Il deputato arabo Ahmed Tibi (che peraltro è anche un ginecologo) ha lamentato che «lo spirito di razzismo che si diffonde nella società israeliana ha contagiato anche gli ospedali». Altri sono tornati col pensiero alle discriminazioni patite dagli ebrei nella Diaspora. Il Ministro dell’istruzione Naftali Bennet (leader del partito di destra Focolare ebraico) ha ribadito, citando i testi sacri, che «tutte le creature vengono al mondo a somiglianza del Padreterno». Ma proprio un deputato del suo partito, Bezalel Smotrich, ha dato fuoco alle polveri sostenendo che i familiari delle partorienti arabe «sono spesso rumorosi, impediscono alle altre degenti di riposare». In una apparizione televisiva, sua moglie è andata oltre: «la nascita di un bebè – ha spiegato – è per me un momento sacro, un momento puro, un momento ebraico». Poi, la staffilata velenosa: «un momento del genere – ha stabilito – non deve essere reso “impuro’’ dalla presenza di arabi».
Quanti la pensano come lei ? Radio Gerusalemme ha rilevato che il 40 per cento degli israeliani sono in misura più o meno decisa per le separazioni nei reparti di ostetricia, e il 60 per cento si oppongono. I “separatisti” sono per lo più giovani, religiosi, di destra. E le donne arabe? Il 97 per cento – secondo l’emittente – non ha alcun problema a condividere con donne ebree l’esperienza del parto.
La posizione dei coniugi Smotrich tuttavia non caratterizza quella dei coloni nazional-religiosi in Cisgiordania. In materia, spicca la figura di Dafna Meir – una colona infermiera nell’Ospedale Soroka di Beer Sheva – accoltellata a morte da un terrorista palestinese sulla porta di casa, mentre faceva da scudo ai figli. La Meir dedicava tutta se stessa ai suoi pazienti, quali che fossero, e ai suoi funerali era presente lo staff arabo del Soroka. Anche Hadassah Froman – vedova del celebre rabbino di Tekoa, Menachem Froman – ha aspramente biasimato gli Smotrich dalle pagine del giornale di destra Makor Rishon. Citando il rabbino Tzvi Yehuda Kook – la “bussola” morale del movimento dei coloni – ha ribadito che «il nazionalismo ebraico deve essere scevro da qualsiasi macchia di razzismo. Altrimenti – ha avvertito – non avrà diritto di esistere».

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