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Israele e la crisi dell’immagine internazionale: «Serve una campagna globale per difendere legittimità e sicurezza»

Israele

di Nina Deutsch
Il diplomatico Akiva Tor, ex ambasciatore israeliano in Corea del Sud e responsabile del progetto dell’INSS dedicato al recupero dell’immagine internazionale di Israele, lancia l’allarme: la perdita di consenso internazionale non è più soltanto una questione di comunicazione, ma un problema che riguarda direttamente la sicurezza nazionale. Tra le proposte indicate, la creazione di fondi per la cooperazione tra università israeliane e occidentali e una campagna internazionale per affrontare le accuse rivolte a Israele nei tribunali internazionali.

 

Dal 7 ottobre l’immagine di Israele nel mondo ha subito un deterioramento senza precedenti, fino a trasformarsi, secondo diversi analisti israeliani, in una crisi strategica capace di incidere sulla reputazione internazionale del Paese, sulla sua legittimità politica e sulla sicurezza delle comunità ebraiche della diaspora. Non si tratterebbe più soltanto di una battaglia diplomatica o di una difficoltà nel comunicare le proprie ragioni, ma di una vera e propria vulnerabilità nazionale.

È questa la tesi sostenuta da Akiva Tor, diplomatico israeliano, già ambasciatore a Seul e oggi responsabile del progetto dell’Institute for National Security Studies (INSS) dedicato al recupero dell’immagine internazionale di Israele. In un’intervista pubblicata dalla Jüdische Allgemeine, Tor analizza gli errori compiuti nella gestione della comunicazione israeliana durante la guerra di Gaza e propone una strategia per invertire la tendenza.

Secondo il diplomatico, la situazione è diventata talmente grave da richiedere un cambio di paradigma. «Normalmente l’INSS non si occupa di immagine pubblica o relazioni pubbliche, perché il nostro lavoro riguarda la sicurezza nazionale. Tuttavia siamo arrivati alla conclusione che questo tema non sia più soltanto una questione di comunicazione: è diventato un problema di sicurezza per Israele».

Per Tor, il danno reputazionale accumulato negli ultimi mesi rappresenta una minaccia concreta perché può modificare nel tempo il rapporto tra Israele e i suoi principali alleati, soprattutto tra le nuove generazioni. Il diplomatico richiama il dibattito negli Stati Uniti, dove il sostegno a Israele appare più fragile rispetto al passato.

«Quando una larga parte dei giovani americani dichiara di simpatizzare maggiormente per la parte palestinese o araba rispetto a Israele, ci troviamo davanti a un problema esistenziale», afferma. A suo giudizio, la percezione negativa dello Stato ebraico non può essere liquidata come un fenomeno passeggero o come il semplice risultato di campagne ostili: riguarda la capacità di Israele di mantenere consenso e sostegno internazionale nel lungo periodo.

La mancanza di un obiettivo politico chiaro

Akiva Tor

Uno dei punti centrali dell’analisi realizzata da Tor insieme a Ofir Dayan riguarda il ruolo della gestione politica della guerra di Gaza. Secondo il diplomatico, una delle principali cause del deterioramento dell’immagine israeliana è stata l’assenza di un messaggio politico chiaro e coerente sugli obiettivi del conflitto.

«Quando una guerra ad alta intensità produce immagini drammatiche, è impossibile uscirne senza danni reputazionali, soprattutto se il conflitto si prolunga nel tempo», spiega Tor. «Il problema è che il governo israeliano ha avuto difficoltà a definire una linea politica comprensibile e questa mancanza di chiarezza ha lasciato spazio a interpretazioni secondo cui la guerra sarebbe stata percepita come una punizione collettiva contro i palestinesi».

Il diplomatico paragona questa dinamica alla cosiddetta “vietnamizzazione” di un conflitto: una fase nella quale la durata della guerra finisce per modificare profondamente la percezione pubblica e politica. La differenza, osserva, è che nel caso americano la pressione arrivava soprattutto dall’interno, mentre Israele oggi deve affrontare una pressione internazionale crescente.

Una comunicazione paralizzata dalle divisioni politiche

Secondo Tor, uno degli elementi più problematici è stato il rapporto tra politica interna e comunicazione esterna. La gestione dell’immagine israeliana sarebbe stata condizionata dalle divisioni all’interno della coalizione di governo, fino a produrre una sorta di paralisi strategica.

«Non abbiamo mai avuto un governo così poco attento alla propria immagine internazionale», sostiene, precisando però che «questa critica non riguarda necessariamente ogni singola componente dell’esecutivo».

Un esempio riguarda la comunicazione sugli aiuti umanitari destinati alla popolazione di Gaza. Secondo Tor, alcune informazioni disponibili presso il Coordinator of Government Activities in the Territories (COGAT), l’organismo israeliano incaricato del coordinamento delle attività nei territori palestinesi, non sarebbero state utilizzate efficacemente per rispondere alle accuse rivolte a Israele sulla crisi umanitaria. «Il COGAT disponeva di dati importanti che avrebbero potuto essere utilizzati per contestare alcune accuse, ma la situazione politica interna ha impedito una comunicazione efficace», afferma.

Il problema, sostiene il diplomatico, non riguarda soltanto i contenuti, ma soprattutto il metodo: «Chi non riesce a presentare le proprie argomentazioni, a rispondere ai giornalisti e a sviluppare una strategia comunicativa proattiva difficilmente potrà ottenere risultati».

Il peso delle dichiarazioni dei ministri e la politicizzazione della hasbara

Nel rapporto dell’INSS viene criticata anche la politicizzazione della hasbara, ossia la comunicazione e la diplomazia pubblica israeliana.

Tor sottolinea che alcune dichiarazioni controverse di esponenti del governo hanno avuto conseguenze internazionali perché non sempre sono state corrette o controbilanciate da una posizione ufficiale più moderata.

«Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir non rappresentano da soli la posizione dello Stato israeliano. Ma quando il governo non prende le distanze dalle loro affermazioni, l’impatto internazionale può essere enorme», osserva.

A questo si aggiunge, secondo Tor, un problema organizzativo: durante il conflitto non sarebbe stato nominato un responsabile nazionale stabile per la hasbara e la leadership del Ministero degli Esteri sarebbe cambiata più volte.

«Le pressioni politiche interne hanno creato una paralisi comunicativa», afferma. «Israele avrebbe bisogno di una struttura centralizzata, professionale e capace di agire rapidamente».

La sfida dei social network e la necessità di una nuova strategia

La guerra dell’informazione si combatte oggi soprattutto sui social media, un terreno particolarmente complesso per gli Stati e le istituzioni tradizionali. Tor riconosce le difficoltà, ma respinge l’idea che Israele sia destinato inevitabilmente a perdere questa battaglia.

«Gli algoritmi rendono tutto più difficile, ma questo non significa che Israele debba rinunciare. Abbiamo capacità importanti, ma dobbiamo organizzarci diversamente».

Secondo il diplomatico, attualmente troppe strutture governative operano senza un coordinamento sufficiente. La soluzione sarebbe una partnership stabile tra istituzioni pubbliche, settore privato, esperti digitali e società civile.

Il ruolo della diaspora e degli alleati internazionali

Una parte significativa delle proposte avanzate nel rapporto riguarda il coinvolgimento delle comunità ebraiche nel mondo e degli alleati filo-israeliani.

«Dobbiamo creare le condizioni perché giovani israeliani, comunità ebraiche, comunità evangeliche e sostenitori di Israele possano produrre e diffondere contenuti», spiega Tor. Tra le iniziative indicate vi è il rafforzamento di programmi di conoscenza reciproca come Birthright Israel e la creazione di fondi destinati alla cooperazione tra università israeliane e occidentali.

«Se si parla di investimenti nell’ordine di centinaia di milioni di dollari per la ricerca comune, molte istituzioni potrebbero riflettere prima di aderire a campagne di boicottaggio», sostiene.

L’obiettivo, secondo Tor, è costruire una rete internazionale più ampia e coordinata, capace di difendere la posizione israeliana nei diversi ambiti della società globale.

La battaglia legale sul genocidio e la necessità di una campagna internazionale

Tra le priorità indicate dal diplomatico vi è anche la risposta alle accuse di genocidio rivolte a Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia e, più in generale, la gestione della pressione legale internazionale.

«La cosa più importante oggi è affrontare questa accusa con una strategia completa», afferma Tor, sostenendo che, a suo giudizio, l’accusa non avrebbe una base giuridica solida. Israele avrebbe già preparato documenti legali attraverso il proprio apparato diplomatico, ma questo non sarebbe sufficiente: servirebbe una vera campagna internazionale di comunicazione e diplomazia pubblica.

«Israele deve difendere la propria posizione con la stessa determinazione con cui gli avvocati difendono un cliente in un processo importante», afferma. «Se riuscissimo a ottenere un risultato positivo sul piano giuridico internazionale, cambierebbe radicalmente l’atmosfera che circonda il Paese».

La conclusione è un appello a un cambio di approccio: Israele, secondo il diplomatico, non può più permettersi di considerare la battaglia dell’immagine come un elemento secondario. In un mondo nel quale consenso politico, reputazione internazionale e sicurezza nazionale sono sempre più intrecciati, la comunicazione è diventata parte integrante della strategia di difesa dello Stato.