di Nina Deutsch
Immagini generate dall’intelligenza artificiale, video riciclati da vecchi conflitti e perfino scene tratte da videogiochi stanno invadendo i social network, accumulando milioni di visualizzazioni. Un fenomeno che alimenta propaganda e disinformazione anche in questi giorni, mentre cresce la tensione tra Iran, Israele e Stati Uniti. Ma non è la prima volta che una notizia falsa conquista il pubblico: già nel 1938 Orson Welles dimostrò quanto sia facile convincere milioni di persone che qualcosa di irreale stia davvero accadendo.
La disinformazione non è una novità. Ma oggi sta crescendo con una velocità e una potenza mai viste prima. Video riciclati, immagini manipolate, fotografie create con l’IA e intere narrazioni costruite a tavolino stanno invadendo i social network proprio mentre le tensioni geopolitiche aumentano. Alcuni contenuti falsi hanno raggiunto centinaia di milioni di visualizzazioni nel giro di poche ore, influenzando percezioni, dibattiti politici e opinioni pubbliche in tutto il mondo.
È una dinamica pericolosa. Perché quando le informazioni diventano incontrollabili, la realtà stessa rischia di diventare negoziabile.
E allora le domande sono inevitabili: come si difende oggi un cittadino da questa valanga informativa? In che modo la disinformazione influenza le nostre teste, le nostre scelte politiche, la nostra visione del mondo? Quali sono le fake news più clamorose di queste settimane? E soprattutto: qualcuno sta davvero riuscendo a fermarle?
Il nuovo campo di battaglia: l’informazione
Un esempio emblematico arriva da un recente rapporto speciale pubblicato dal sito britannico Jewish News.
Secondo l’inchiesta, immagini generate con l’intelligenza artificiale e filmati di guerra riciclati stanno circolando in modo massiccio sui social mentre cresce la tensione militare tra Iran, Israele e USA. Scene di missili, città devastate e presunti attacchi militari vengono condivise milioni di volte prima che qualcuno riesca a verificarne l’autenticità.
A lanciare l’allarme è anche Full Fact, un’organizzazione indipendente britannica che da anni si occupa di fact-checking e verifica delle notizie online. Fondata a Londra nel 2009, la charity controlla dichiarazioni di politici, contenuti mediatici e post virali sui social, cercando di separare i fatti dalla propaganda.
I ricercatori dell’organizzazione hanno individuato almeno venti casi di immagini e video falsi o fuorvianti legati al conflitto mediorientale che sono stati condivisi migliaia, in alcuni casi milioni, di volte. Ma, avvertono gli esperti, si tratta probabilmente solo della punta dell’iceberg: una piccola frazione del materiale manipolato che sta circolando online. In molti casi il trucco è semplice ma efficace: prendere un vecchio video e presentarlo come un evento appena accaduto.
Un filmato virale che mostrerebbe un attacco iraniano su Dubai, ad esempio, risale in realtà al 2024. Un altro video condiviso su Instagram come prova della distruzione di una base americana in Arabia Saudita documenta invece un bombardamento avvenuto nello Yemen nel luglio dello stesso anno. E una spettacolare esplosione attribuita a un attacco su Tel Aviv proviene in realtà da un incidente industriale avvenuto in Cina nel 2015. La disinformazione non sempre inventa: spesso ricicla.
Quando le immagini non sono più reali
Ma la novità più inquietante riguarda l’uso crescente dell’IA. Durante il conflitto stanno circolando immagini completamente inventate: grattacieli in fiamme, città distrutte, satelliti che mostrerebbero basi militari rase al suolo. Alcune contengono perfino watermark digitali – filigrane invisibili che segnalano l’origine artificiale – ma il pubblico raramente se ne accorge.
Il problema è la velocità. Secondo diverse analisi, i video falsi legati alla guerra hanno raggiunto complessivamente centinaia di milioni di visualizzazioni sui social network.
In alcuni casi i video virali non provengono nemmeno da conflitti reali ma da videogiochi militari estremamente realistici: filmati tratti da simulatori di guerra sono stati condivisi sui social come se fossero immagini autentiche dal fronte, ingannando milioni di utenti.
In altre parole: la menzogna corre più veloce della verifica.
Disinformazione e propaganda: quando le fake news colpiscono Israele
Nel grande flusso di disinformazione che accompagna ogni conflitto, anche Israele è spesso al centro di narrazioni false o manipolate. Alcune sono critiche politiche legittime, altre invece sono vere e proprie fake news che, una volta diffuse online, contribuiscono a costruire un’immagine distorta e radicalizzata del Paese e degli israeliani nel loro complesso.
Tra i casi più clamorosi c’è l’esplosione dell’ospedale Al-Ahli di Gaza, avvenuta il 17 ottobre 2023. Nelle prime ore dopo l’esplosione la notizia rimbalzò sui social e su molte testate internazionali con un’accusa immediata: Israele avrebbe bombardato l’ospedale causando centinaia di morti. La versione si diffuse rapidamente in tutto il mondo. Analisi successive basate su immagini satellitari, traiettorie dei razzi e danni sul terreno hanno però indicato uno scenario diverso: secondo diverse valutazioni indipendenti l’esplosione sarebbe stata provocata da un razzo lanciato da Gaza e caduto accidentalmente sull’area dell’ospedale.
Un secondo esempio riguarda video virali di presunti bombardamenti israeliani su Gaza che in realtà provengono da contesti completamente diversi. Alcune spettacolari clip di esplosioni condivise milioni di volte sui social sono state ricondotte a eventi avvenuti anni prima in Siria o addirittura a incidenti industriali in Asia: immagini drammatiche, decontestualizzate e ripubblicate con nuove descrizioni per farle sembrare scene del conflitto in corso.
Il risultato non è soltanto un’informazione distorta sul conflitto. Le narrazioni manipolate contribuiscono a creare un’immagine demonizzata non solo di un governo – cosa legittima nel dibattito politico democratico – ma di un intero popolo. E questo clima si riflette spesso sugli ebrei della diaspora, alimentando tensioni e fenomeni di antisemitismo. È uno dei meccanismi più tipici della disinformazione: trasformare una questione geopolitica complessa in una narrazione emotiva e polarizzata.
Una storia antica, un problema nuovo
La disinformazione, in realtà, non è una novità assoluta. Nel 1938 migliaia di americani entrarono nel panico dopo aver ascoltato alla radio l’iconica trasmissione in diretta di Orson Welles sulla presunta invasione dei marziani. Era un esperimento teatrale, ma molti lo scambiarono per una notizia reale. Esplose l’isteria collettiva, con molti ascoltatori che credevano davvero all’attacco alieno nel New Jersey. La differenza è che allora la bufala viaggiava su un singolo mezzo di comunicazione. Oggi la stessa notizia falsa può rimbalzare simultaneamente su migliaia di piattaforme, tradotta in decine di lingue e amplificata dagli algoritmi.
Difendersi nell’era della realtà manipolata
In questo scenario non esiste una soluzione semplice. Né un algoritmo miracoloso che possa filtrare automaticamente il vero dal falso. La prima difesa resta quella più antica: il senso critico e la nostra intelligenza umana. Significa imparare a riconoscere le fonti affidabili, confrontare le informazioni, diffidare dei contenuti troppo spettacolari o emotivamente manipolatori. Significa soprattutto rallentare: non condividere immediatamente ciò che appare sullo schermo, ma chiedersi da dove arriva, chi lo ha prodotto, con quale interesse. È una forma di alfabetizzazione digitale che diventa sempre più indispensabile.



