Israele: dalla Terra promessa
alla Terra promettente

Israele

Un primo ministro d’Israele che giunge a Roma. Incontra il Papa, il presidente del Consiglio, il leader dell’op- posizione, il ministro degli Esteri, e una schiera di rappresentanti del mondo politico, imprenditoriale, religioso. Infine, prima di lasciare l’Italia, riunisce i leader ebraici di una minoranza piccola nei numeri e immensa nella storia, nel coraggio di essere se stessa e sempre viva attraverso i millenni. La città bloccata dal viavai delle autorità e dalle eccezionali misure di sicurezza, la diplomazia in fibrillazione, e infine, prima della partenza, il grande abbraccio degli ebrei italiani all’uomo che rappresenta il Governo di Gerusalemme. La tensione, la commozione, la gioia di un breve incontro. E infine Ehud Olmert che con la dignità, la semplicità e la concretezza cui sta abituando il mondo, si ferma un attimo e conclude una giornata vorticosa ammettendo: “Gli incontri importanti che hanno costellato questa giornata sono innumerevoli, ma solo adesso mi sento a casa”.

La solennità, la commozione che abbiamo conosciuto già mille volte da quando lo Stato di Israele costituisce un miracolo realizzato e che il tempo trascorso non scolora, erano autentici. Ma allora, cosa c’è di nuovo. Cosa andava oltre i contorni di un rituale già ben collaudato?
A guardare le cose da vicino le novità sono numerose. E sarebbe un peccato perderle di vista.
A cominciare dall’indirizzo di saluto di Renzo Gattegna, il presidente di un’Unione delle comunità ebraiche italiane che segna il nuovo corso e non si sbrodola di parole. Un intervento breve, concreto, per dire che noi ebrei italiani veniamo da molto lontano e non ci siamo persi di coraggio per via. Dopo 2300 anni di storia, in una società complessa e contraddittoria come è la nostra, rappresentiamo ancora il sigillo di garanzia del pluralismo e della democrazia. E per le ragioni spesso misconosciute dello Stato di Israele e della democrazia in Medio Oriente siamo ancora una forte tutela.
“È stato un saluto breve – ha commentato il presidente della Comunità ebraica di Milano, Leone Soued – ma molto significativo. Olmert ha dimostrato la volontà di incontrare i leader comunitari italiani in una giornata intensissima non solo per metterci in guardia dai pericoli che incombono, a cominciare dall’Iran. Ma anche per darci notizie confortanti e un messaggio di fiducia. Ancora una volta – ha concluso Soued – la realtà ebraica milanese ha riconfermato la sua centralità non solo nella sintonia con le ragioni di Israele, ma anche nel sostegno, leale e concreto, che gli ebrei italiani sono in grado di offrire”.
Olmert ha mostrato di comprendere bene il senso del saluto di Gattegna e il calore del saluto dei leader comunitari, e ha voluto rispondere con altrettanta chiarezza. Certo, chiamando a raccolta il mondo progredito contro i deliri di una dittatura iraniana che non si accontenta di opprimere i propri cittadini, ma aspira a costituire una minaccia per il mondo intero. Che si riduce a negare la Storia e la Shoah pur di negare Israele e gli ebrei. Certo, ricordando che Gerusalemme deve mantenere aperte fra le diverse opzioni anche quella di esercitare nuovamente la forza per fermare gli attacchi organizzati da Hezbollah e da tutti gli estremismi che premono sulle frontiere della sola democrazia del Medio Oriente.

Ma il Primo ministro è andato oltre. Ricordando che Israele è progetti, è futuro, è obbiettivi conquistati e miraggi da conquistare. Per la prima volta in 59 anni di storia, oggi il Paese ebraico chiude l’anno economico con la bilancia dei pagamenti in attivo. Non sono numerose le realtà a questo mondo che possono vantare un saldo positivo fra la spesa per le importazioni e le entrate delle esportazioni. E negli scorsi 12 mesi i capitali stranieri investiti hanno sfondato la barra record di 20 miliardi di dollari.
“Ma ciò che più conta – ha aggiunto Olmert – è che durante le difficili settimane del conflitto estivo, nemmeno un dollaro investito ha lasciato Israele. Questo dimostra che, nonostante le difficoltà, il sistema Israele diffonde una sensazione di stabilità e di sicurezza”. Difatti quando negli scorsi mesi Warren Buffett, il più potente investitore privato al mondo sui mercati finanziari ha deciso per la prima volta di muovere i propri capitali al di fuori degli Stati Uniti, ha spostato 4 miliardi di dollari sulle biotecnologie israeliane.
Difatti il colosso dei microprocessori Intel ha recentemente compiuto in Israele investimenti per 5 miliardi di dollari. Difatti, invertendo una storica tendenza, lo shekel continua ad acquistare valore nonostante la caduta del dollaro e il costo del denaro a Tel Aviv è per la prima volta più basso di quanto non lo sia a New York.
Perché Israele, questo è il senso dell’incontro di Roma, non è solo una Terra promessa, ma anche, e soprattutto, una Terra promettente.

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