di Claudio Vercelli
[Storia e controstorie] Un problema del tempo che stiamo vivendo è la crisi del principio di autorità. Il rifiuto dell’autoritarismo, posto che quest’ultimo costituisce di per sé una patologia dei rapporti di potere, si è infatti progressivamente trasformato nel diniego di qualsiasi manifestazione di autorevolezza. La quale, invece, è un presupposto fondamentale affinché le società possano evolvere in libertà e giustizia. Poiché non riguarda mai una mera gerarchia di ruoli, ancor meno se imposti. Semmai costituisce il prodotto di relazioni continuative, tra gli individui così come tra essi e le istituzioni, basati sulla competenza effettiva, sulla reciprocità, sulla fiducia, sulla lealtà e sulla prevedibilità degli esiti di qualsiasi scambio relazionale.
C’è chi ha affermato che «l’autorevolezza è un equilibrio tra competenza e umanità, in cui l’ascolto attivo gioca un ruolo fondamentale. Per dirlo in maniera semplice: essere autorevoli non significa imporre la propria volontà, ma guadagnarsi la fiducia e il rispetto degli altri. Un leader autorevole è una persona che guida e motiva, creando un ambiente in cui le persone si sentono valorizzate e coinvolte.
L’autorevolezza si costruisce nel tempo, attraverso azioni coerenti e una comunicazione efficace». Mentre l’autoritarismo si basa sul ricorso alla paura, sulla richiesta di cieca obbedienza, con l’imposizione della sottomissione. All’attuale crisi di autorevolezza, non a caso, non si è accompagnata nessuna “liberazione” delle coscienze e della consapevolezza, così come non si è dilatato alcun spazio di libertà individuale. Più prosaicamente, si è invece generata una situazione per la quale si ritiene che la propria autonomia personale corrisponda con la diffidenza e il rifiuto preventivi verso qualsiasi competenza che non derivi da sé stessi, ovvero che non sia mera proiezione della propria individualità.
I Social Network, con le loro asfissianti logiche, che spesso travolgono la comunicazione pubblica, trasformandola in una sentina e in un immondezzaio di scempiaggini, sono un po’ lo specchio di queste dinamiche comuni. Non di meno, le istituzioni pubbliche si stanno progressivamente trasformando da strumento di coesione sociale in organi di certificazione formale.
Cosa implica tutto ciò? Il fatto medesimo per cui si accede ad esse per ottenere non dei reali benefici, condivisibili collettivamente, bensì per coltivare un interesse materiale proprio, quand’anche sia invece estraneo a quello dei più. Da ciò, inesorabilmente, deriva anche il diniego del magistero delle stesse istituzioni pubbliche rispetto alla sfera personale, privata. Quindi della loro stessa funzione di indirizzo della vita sociale, senza la quale – tuttavia – l’individuo non può in alcun modo soddisfare per davvero la maggior parte dei suoi bisogni. Che sono tali, invece, proprio perché condivisi dai suoi contemporanei.
In un tempo non troppo remoto esistevano ruoli e funzioni che un pensiero e una condotta condivisi tendevano a preservare, riconoscendo l’importanza per l’intera collettività delle mansioni svolte da organizzazioni collettive nella tutela degli interessi comuni. Tutto ciò aveva molto a che fare con un “ordine” della società, una sorta di patto implicito finalizzato a garantirne l’equilibrio, se non proprio la conservazione, scansando deviazioni impreviste verso rotte che quell’ordine avrebbero invece potuto sovvertire e disintegrare.
Cosa accade quando anche quegli argini vengono invece meno? Se la prima sensazione può essere quella di un affrancamento da vincoli vissuti come troppo stringenti, come anche non autentici, subentra poi la solitudine degli indifesi: quelle stesse persone che hanno contribuito a smantellare ogni forma di autorevolezza, rischiano ora di scoprire, a proprie spese, di non potere più ricorrere alle tutele che le istituzioni collettive avrebbero altrimenti garantito alla società. All’origine di questo atteggiamento c’è un nesso molto forte tra rifiuto di qualsiasi obbligo verso gli altri, chiusura in una dimensione sia individualista che familistica (ovvero depositaria di obblighi solo verso sé medesimi e i propri omologhi) nonché decadenza di un altro fondamentale principio collettivo, quello di responsabilità. Degli uni nei confronti degli altri.
Le società moderne, e con esse il sistema di garanzie rivolte ai cittadini, nascono invece proprio dal superamento delle appartenenze particolariste, di piccolo gruppo. Poiché i poteri, che pure continuano ad esistere quand’anche si dica di volerne mettere in discussione la legittimità, si fondano anche su quelle asimmetrie di ruoli, capacità e risorse tra individui che stanno all’origine delle società. Semmai si adoperano per mitigarne gli effetti maggiormente deleteri. Così, almeno, dispongono le moderne Costituzioni. Nessuna diseguaglianza (che è cosa ben diversa dal diritto alla differenza) potrà mai essere superata con il solo ricorso a sé stessi, nel rifiuto di qualsiasi logica di cittadinanza.
Quando decade l’autorevolezza delle norme e delle istituzioni che sono chiamate ad incarnarle e a farle rispettare, non si produce un maggiore spazio di libertà bensì un’imposizione crescente dell’arbitrio, quest’ultimo basato sul ricorso alla forza da parte di chi ne possiede di più rispetto al resto della collettività. Se può sussistere un criterio ricattatorio con il quale si mette la sordina e la mordacchia a qualsiasi forma di indipendenza, ossia un meccanismo coercitivo per cui organismi collettivi – nel tempo – hanno esercitato un’ingerenza continua nell’esistenza delle persone, è del pari impossibile disconoscere che la libertà dei singoli riposi nel rispetto delle norme di reciprocità, senza le quali c’è solo il ritorno al belluino rapporto di prevaricazione del più forte contro il più debole.
La rivendicazione della propria autonomia (una conquista della nostra modernità) non può prescindere dal riconoscimento che essa non è mai un assoluto bensì una dimensione personale che deve incontrarsi e interagire con l’autonomia l’altrui. Senza questo scambio, altrimenti, il rischio è che tutto precipiti nello sgretolamento proprio di quegli spazi senza i quali è impossibile vivere, e viversi, come soggetti liberi, ai quali è riconosciuta giustizia.



