Attacco a Tel Aviv: una settimana dopo, ecco cosa ne pensano gli opinionisti israeliani

Israele

di Roberto Zadik

An Israeli eye witness sits with her dog at the scene of a shooting attack in Tel Aviv, Israel, Friday, Jan. 1, 2016. A gunman opened fire at a popular bar in the central Israeli city of Tel Aviv on Friday afternoon, killing two and wounding at least three others before fleeing the scene, police said. (AP Photo/Oded Balilty)

Venerdì primo gennaio: questo 2016, comincia per Israele con un tremendo attacco terroristico dove vengono uccisi due ragazzi a Tel Aviv in un bar. L’ennesima violenza che è uno dei tantissimi episodi di questo pesantissimo periodo di accoltellamenti, aggressioni, assalti da parte di “lupi solitari” palestinesi ai danni di civili israeliani, spesso inermi e disarmati. Ma tante ombre si nascondono dietro alla semplice cronaca di quanto accaduto a Tel Aviv,fino a poco tempo fa definita “la bolla” in quanto oasi di divertimento e relativa tranquillità nel quadro complesso e tormentato dello Stato ebraico e del suo perenne conflitto con gli arabi.

Cosa è successo esattamente quel tragico venerdì e come sono andate le cose? Come ha fatto l’aggressore a farsi largo fra la folla e sparare in quel  luogo nella centralissima Dizengoff Street, una delle principali vie di Tel Aviv, nel locale che dista a solo un chilometro dalla stazione di polizia? Se lo stanno chiedendo autorevoli opinionisti israeliani come Yossi Yehoshua, firma del sito Ynet news, che dedica un ampio articolo a questi fatti e pone una serie di interessanti interrogativi sulle dinamiche di questo ennesimo atto criminale. Com’è stato possibile che l’aggressore, Nashat Melhem, sia passato indisturbato in quell’area e abbia cominciato a sparare senza che nessuno lo fermasse? Come mai la polizia non ha imposto di bloccare le strade e non ha chiuso la via all’aggressore al momento giusto? Si poteva impedire che questa tragedia avvenisse?

nashat melhemCome risultato, sottolinea Yehoshua, l’incidente è passato da un attacco concreto in un evento in piena evoluzione del quale si sta parlando anche a diversi giorni di distanza. Da una prospettiva più concreta, qualcuno poteva anche sparare sull’aggressore durante l’attacco e tutto sarebbe finito diversamente, ma invece nessuno l’ha fermato. Oltre a questo il giornalista ha ritenuto importante  focalizzarsi su una decisione problematica che è stata presa, dai servizi segreti israeliani, subito dopo il fatto. Lo Shin Bet, in particolare, ha evitato che venisse pubblicata la foto dell’aggressore, Nathan Melhem, fino a sabato sera. Un ufficiale del Servizio Generale di Sicurezza che ha definito “deludente” questa decisione.

Vari professionisti nel settore della sicurezza e dell’investigazione hanno concordato con questa osservazione del sito Ynet  sottolineando che le foto di Melhem avrebbero dovuto essere diffuse prima possibile e dappertutto, così che migliaia di persone avrebbero potuto vederle e provare a localizzare dove si trovasse. Il pubblico non doveva vedere quelle foto, secondo lo Shin Bet, ma avrebbe dovuto ricevere informazioni in tempo reale e questa è un’altra questione complessa. Il nuovo capo della polizia ha introdotto, in materia un nuovo regolamento dalla sua esperienza nei servizi di sicurezza e nello Shin Bet, che stabilisce che gli ufficiali lavorano e i portavoce parlano. Questo può funzionare in momenti ordinari, ma non certo in fatti di tale gravità come l’aggressione di venerdì.Così i media e le informazioni sono circolate senza che nessun portavoce le gestisse e le mandasse al comandante delle forze dell’ordine della zona per calmare gli abitanti della zona subito dopo l’accaduto.

Varie sono le problematiche in come è stato gestito il tutto, sia dai servizi segreti che dalla polizia. Chi poteva fare qualcosa e non l’ha fatto, chi ha confuso i ruoli e i compiti, Yehoshua non risparmia critiche e osservazioni pungenti citando l’articolo che il giornalista e opinionista Eitan Haber scrisse contro gli ufficiali di polizia che pensavano solo a farsi intervistare e ad apparire sui media. Poi il Commissario Shlomo Aharonishki ha letto, copiato e distribuito l’articolo fra gli alti gradi della polizia e c’è chi si è offeso con Haber e chi invece ha continuato a farsi intervistare. Per l’editorialista di Ynet la polizia dovrebbe pensare alle sue responsabilità specialmente in tragedie del genere. Comunque, invece di aver avuto delle forze dell’ordine in grado di fornire un report aggiornato della situazione, puntualizza Yehoshua, tutte le autorità pubbliche hanno dato una descrizione isterica dei fatti a cominciare dal numero dei feriti e bisognerebbe curare maggiormente il rapporto fra polizia e mezzi di comunicazione.

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