Abraham Yehoshua: “L’Europa deve aiutarci”

Israele

“La normalità è avere uno Stato”.

“Il mio libro Fuoco amico parla della morte di un soldato ucciso per errore dal fuoco amico di un compagno. Non è stato ispirato dalla morte di Yuri il figlio del mio amico David Grossman che è avvenuta dopo che avevo già scritto il libro; inoltre lui è morto in combattimento durante la guerra con il Libano. Il cuore del romanzo ruota intorno alle vite di due famiglie molto legate. Una ha perso il
figlio a causa del fuoco amico e l’altra è invece una famiglia che sembra felice, normale. Ho voluto descrivere il lutto, la tristezza ma anche come questi due elementi si infiltrano nella famiglia felice e la
cambiano. Il libro non parla solo dei problemi tra israeliani e palestinesi ma descrive la quotidianità, le piccole cose della vita di tutti i giorni, anche le piccole stranezze. È un libro che fa anche sorridere e questo è il segreto della mia scrittura: quello di fare anche sorridere”.

Nel suo libro si sente il bisogno di normalità in un paese da troppo tempo in guerra.

Non esattamente. La normalità è una cosa molto relativa. Anche se c’è la guerra si continua a vivere una situazione di normalità nella quotidianità. Normalità è anche la capacità di potere controllare le
proprie azioni, fare le proprie scelte e noi in Israele lo facciamo visto che stiamo per festeggiare i 60 anni dalla nascita dello Stato d’Israele. Diciamo che abbiamo avuto dei problemi, e ne abbiamo ancora,
ma la situazione è andata via via normalizzandosi. La normalità è rappresentata dal fatto di avere uno Stato nostro, su cui abbiamo la sovranità e siamo responsabili nel bene e nel male di quello che
accade.

Ha voluto ambientare la storia durante la festa di Chanukkà; perché?

Ho scelto Chanukkà perché è una festa molto bella, una festa gioiosa. E nel libro c’è un continuo rimando alla metafora del fuoco. Tra il fuoco dolce delle candele e il fuoco degli spari.

Cosa pensa del boicottaggio da parte di alcuni intellettuali e
gruppi di estrema sinistra contro la Fiera del libro di Parigi prevista
per il 13 marzo e contro la fiera del libro di Torino che si svolgerà a
maggio, che quest’anno ha scelto Israele come paese ospite d’onore?

Sono molto dispiaciuto, molto, perché il boicottaggio non è una soluzione. Non è la soluzione che farà progredire né il dialogo, né gli sforzi per raggiungere la pace che vengono compiuti da tutti. Non
capisco proprio il perché. Abbiamo intavolato delle trattative con i palestinesi perché si arrivi alla soluzione di questo problema. Quindi non credo che un gruppo di intellettuali estremisti possano in un modo o nell’altro mettere a repentaglio un processo di pace che è stato iniziato e che deve continuare.
Non ha senso un boicottaggio contro la letteratura, contro la cultura e noi scrittori israeliani abbiamo sempre lottato per il dialogo. Da 40 anni a questa parte ci siamo impegnati perché si arrivasse alla pace, perché si desse la possibilità ai palestinesi di avere un proprio Stato. Questo boicottaggio ostacola solo una soluzione del problema.

Yehoshua nasce a Gerusalemme nel ’36, i suoi genitori giunsero nella città a metà del XIX secolo da Salonicco e Praga. Suo padre lavorava come orientalista e traduttore dall’arabo all’inglese e all’ebraico per il governo britannico. Che ricordo ha di quegli anni? Fra pochi mesi ci saranno le celebrazioni per il 60 anniversario dalla nascita d’Israele. Come vede il futuro?

In quel periodo ero un ragazzino di 12 anni e mi ricordo benissimo il giorno in cui fu fatta la dichiarazione dello Stato d’Israele.
Vivevo a Gerusalemme che era una città assediata, una città sempre in guerra. Anche il giorno della proclamazione dello Stato d’Israele si combatteva e io l’ascoltai dal rifugio. Dopo la guerra dei Sei giorni, quella di Yom Kippur non avrei mai immaginato di potere vedere con i miei occhi durante la mia vita un presidente egiziano arrivare e sbarcare da un aeroplano e visitare il nostro paese. Nonostante i molti anni di guerra abbiamo avuto anche episodi storici come quello di Sadat, di Hussein. Quindi nonostante lo scetticismo dei primi anni, ci sono state svolte positive. Lo Stato dal punto di vista economico e civile funziona bene. Adesso Israele è popolata dal 55% di ebrei all’inizio c’era solo 1% tutto questo in meno di 60 anni. Per quanto riguarda la questione palestinese l’Europa deve aiutarci a creare due Stati sovrani, con confini ben definiti, con passaggi che permettano gli scambi. Quello è il futuro e l’Europa si deve impegnare in modo molto più attivo per risolvere la tragedia della guerra che sta colpendo questi due popoli.

Abraham B. Yehoshua, Fuoco amico, Einaudi Supercoralli 2008, traduzione di Alessandra Shomroni

Il ricordo di un giovane soldato ucciso per errore dal «fuoco amico» dei compagni turba i cuori di una famiglia israeliana durante le feste di Chanukkà. Lasciato a Tel Aviv l’adorato marito Amotz, Daniela Yaari arriva in un villaggio della Tanzania per incontrare il cognato, padre del soldato morto, che vive laggiù in una sorta di esilio volontario.

Al rifiuto di continuare a vivere in un paese sempre in guerra, alla ferita insanabile per una morte assurda, si oppongono la sete di normalità di Amotz e Daniela, l’amore che li lega dopo tanti anni, la loro dedizione al lavoro, la testarda volontà di tenere unita la famiglia.

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