Ultime notizie da Israele: incontro con il giornalista Michael Sfaradi

Eventi

di Anna Balestrieri
Ci sarà un ingresso militare a Rafah? Perché il parziale ritiro delle truppe dal sud di Gaza, significa che la guerra sta finendo o altro? Come procede la trattativa per il rilascio degli ostaggi? Stiamo andando verso le (ennesime) elezioni? Una serie di interrogativi che preoccupa ognuno di noi.

Il giornalista Michael Sfaradi ha cercato di darvi risposta durante un evento online organizzato il’8 aprile dall’Unione Associazioni Italia-Israele, sottolineando l’importanza di analizzare la situazione con calma e senza farsi trascinare dalle emozioni. Ha iniziato ponendosi la domanda su chi avesse la responsabilità di proteggere i confini a sud di Israele, evidenziando una mancanza di preparazione sia a livello politico sia militare. I dubbi che erano stati sollevati circa lo stato della difesa dei confini meridionali nelle settimane precedenti il 7 ottobre sono stati ignorati. Si fa sempre più impellente quindi la necessità di un’indagine indipendente per individuare i responsabili ed epuri le forze armate dalle mele marce per garantire che simili errori non si ripetano. Una risposta parlamentare adeguata dovrà essere fornita non solo a familiari ed amici delle vittime del massacro, ma ugualmente ai cari dei più di 600 soldati che hanno perso la vita a partire dall’inizio del conflitto.

Insensato, secondo Sfaradi, indire elezioni prima che le responsabilità politiche e militari siano state accertate. Chi mai vorrebbe che chi ha fallito sieda nella prossima Knesset? “Una democrazia è pulita solo se si fa pulizia prima”, ha commentato il giornalista, rimarcando la differenza tra l’opinione della strada e quanto riportato dai media internazionali. “Bisogna prima capire chi sia degno di sedere nelle 120 poltrone della Knesset, poi votare il primo ministro e capire quale tipo di governo prenderà in carico una nazione ferita”.

Il giornalista ha anche discusso delle trattative per il rilascio degli ostaggi, esprimendo preoccupazione sulle possibili conseguenze di una liberazione massiccia, citando il precedente del caso Shalit e le implicazioni a lungo termine di simili negoziati con Hamas. Ha evidenziato il dilemma etico e strategico di dover bilanciare il desiderio di riportare a casa gli ostaggi con il rischio di creare incentivi per futuri attacchi e sequestri. E’ noto che tra i 1100 terroristi liberati per riportare a casa il giovane soldato vi fu l’ora ricercato Sinwar e con lui molti altri che hanno partecipato al pogrom del 7 ottobre, La domanda della nazione circa il prezzo da pagare per la liberazione degli ostaggi e’ quindi comprensibile, sapendo che Hamas terrà sempre qualcuno in prigionia per tenere Israele sotto scacco drammatizzando le divisioni interne fra chi ha visto i suoi cari tornare a casa e chi li sa ancora in balia del nemico.

Una lose-lose situation

Sfaradi ha criticato la comunità internazionale per l’ipocrisia nella gestione del conflitto, che fa pressioni solo su Israele ignorando la parte che ha aggredito. Il giornalista ha evidenziato il doppio standard applicato sia dall’Italia sia dalla Gran Bretagna nell’approccio alla fornitura di armi ad Israele in quanto paese belligerante. Standard costituzionale non applicato dagli stessi paesi nel caso ucraino, nel quale ad attaccare è stato, quantomeno, un paese di diritto, e non un’organizzazione terroristica come nel caso di Hamas.

Ha criticato anche l’approccio selettivo degli Stati Uniti nel fornire armamenti, evidenziando la necessità di considerare le conseguenze di tali decisioni. Sfaradi ha sottolineato il ruolo guida di Israele nell’antiterrorismo europeo e ha esortato le democrazie europee a unirsi per affrontare le sfide legate all‘estremismo islamico.
Ha sollevato interrogativi sulla politica estera italiana, chiedendosi il motivo di una presunta filo-arabia. Sfaradi ha richiamato un episodio storico del 1973, quando gli aiuti ad Israele furono impediti di attraversare i cieli europei, evidenziando la crescente preoccupazione per la presenza dell’islamismo radicale nel continente, citando esempi come Birmingham e le celebrazioni del Ramadan.

Il giornalista ha poi esaminato l’atteggiamento dei palestinesi di Gaza verso gli ostaggi, criticando la mancanza di solidarietà e sottolineando il sostegno diffuso ad Hamas nonostante la distruzione causata dalla guerra. Ha ribadito che il conflitto non è solo una questione territoriale, ma anche una lotta contro il terrorismo.

L’incontro della Unione Associazioni Italia-Israele, condotto da Celeste Vichi, ha guidato i più di cinquanta partecipanti attraverso le intricate dinamiche socio-politiche interne ed internazionali del conflitto. Rispondendo a qualche domanda e ponendone di nuove.