Yosef Gutman Levitt, il jazz e l’arte di ricominciare: il viaggio imperfetto di un’anima in ascolto

Personaggi e Storie

In alto:  Yosef Gutman – photo by Ronen Goldman

di Anna Balestrieri

Con Perfect Traveler, il contrabbassista e compositore sudafricano-israeliano intreccia jazz, melodie ebraiche yemenite e marocchine e poesia. Dopo aver lasciato la musica per oltre dieci anni, ha ritrovato la propria voce a Gerusalemme. «A New York cercavo di dimostrare qualcosa. Quando sono tornato, non avevo più niente  da dimostrare, soltanto qualcosa da cantare».

C’è una notte d’inverno, un treno che attraversa New York e una domanda rimasta senza risposta. Yosef Gutman Levitt sta tornando a casa dopo aver suonato allo Zinc Bar, uno dei locali della scena jazz della città. Si chiede perché continui a fare musica. Non riesce a rispondersi. È il momento in cui decide di congedarsi dal jazz e dalla sua chitarra basso, senza sapere che quella separazione durerà più di dieci anni.

Oggi, a Gerusalemme, Levitt è tornato a suonare. Il suo nuovo album, Perfect Traveler, pubblicato il 31 luglio 2026 dall’etichetta Soul Song Records, nasce proprio da questa lunga deviazione: non il racconto di una vocazione finalmente compiuta, ma quello di un percorso in cui le interruzioni hanno finito per rivelarsi importanti quanto le conquiste. La musica che Levitt cerca oggi non è quella con cui voleva affermarsi da giovane, ma quella che può permettersi di ascoltare senza dover dimostrare niente.

Il disco riunisce quattordici brani, registrati in due giorni nello studio dell’artista, nel quartiere gerosolimitano di Nachlaot. Al pianoforte c’è Yonathan Avishai, musicista legato all’etichetta ECM e già compagno di Levitt nel precedente Shir Yedidot. Accanto a loro, i fiati di Gilad Ronen e la batteria di Daniel Dor ampliano un tessuto musicale nato soprattutto dall’incontro fra contrabbasso e pianoforte. Alle composizioni originali si alternano melodie della tradizione ebraica, in particolare yemenita e marocchina, fra cui Dror Yikra, Nin’alu e Hareshut. In quattro tracce, inoltre, la voce del musicista recita versi di sua composizione.

Ma Perfect Traveler non è soltanto un disco jazz che dialoga con un repertorio tradizionale. È una riflessione sul ritorno, sulla capacità di ricominciare e su una forma di libertà che non coincide con il controllo assoluto del proprio cammino. Per comprenderlo, bisogna risalire a quella notte sul treno.

Da New York a Gerusalemme, passando per il silenzio

Cresciuto in una fattoria nei pressi di Johannesburg, in Sudafrica, Levitt ha studiato al Berklee College of Music e si è poi trasferito a New York, dove ha cercato di costruirsi una carriera nella scena jazz. Gli inizi sono stati quelli di molti musicisti: lavori per mantenersi, concerti organizzati con tenacia, collaborazioni e la speranza di trovare una propria identità artistica. Poi, racconta nella sua intervista a Mosaico, l’entusiasmo si è progressivamente spento.

«Ero passato dal servire ai tavoli a SoHo, usando il denaro guadagnato per pagare ottimi musicisti con cui suonare ogni settimana a Brooklyn, al tentativo di cimentarmi nella musica commerciale. A un certo punto, lungo la strada, l’eccitazione era scomparsa».

La decisione è stata netta: «Ho salutato il jazz e detto addio al mio basso».

Al posto della musica è arrivata la tecnologia. Levitt ha imparato da autodidatta a sviluppare software e ha fondato un’azienda per aiutare i musicisti a trovare ingaggi. Il progetto si è trasformato in Mad Mimi, società specializzata nell’email marketing, acquisita da GoDaddy nel 2014. Nel frattempo, è arrivato anche un cambiamento personale: il matrimonio e il trasferimento in Israele, nel 2009, dopo un soggiorno di due mesi a Gerusalemme.

A convincerlo a stabilirsi nella città è stato anche il desiderio di costruire una vita scandita da un ritmo diverso. Levitt individua nello Shabbat, il sabato ebraico, un’esperienza decisiva, capace di ridefinire il rapporto con il lavoro, il tempo e la spiritualità. «Ciò che mi ha portato a diventare un ebreo religioso è stato lo Shabbat: un tempo nettamente delimitato in cui disconnettersi dal lavoro, in ogni senso, e aprirsi alla luce. In un mondo senza Shabbat c’è una sorta di oscurità, e io stavo cercando la luce. Lo Shabbat è davvero un tempo illuminato».

Nel 2018, un consiglio inatteso lo ha spinto a fare della musica la sua occupazione principale. Il ritorno non ha significato riprendere semplicemente da dove si era fermato. Al contrario, gli anni trascorsi lontano dallo strumento gli hanno permesso di liberarsi di modelli e aspettative che prima considerava indispensabili.

«Quegli oltre dieci anni senza toccare il basso mi hanno aiutato a disimparare la musica, ad allontanarmi dalle trappole più comuni e a entrare in contatto con chi sono davvero. Ho accettato ciò che ero e ciò che non ero. A New York cercavo di dimostrare qualcosa. Quando sono tornato, non avevo più niente da dimostrare, soltanto qualcosa da cantare».

È forse questa la chiave più significativa per entrare nell’album: la rinuncia a dimostrare il proprio valore diventa la condizione per trovare una voce personale. Non si tratta di abbandonare l’ambizione, ma di sottrarsi alla necessità di assomigliare a qualcun altro.

Il viaggiatore perfetto non esiste

Il titolo dell’album contiene un paradosso, che Levitt ricava da alcuni versi della propria poesia Where Falling Becomes Flying: «C’è una saggezza nelle ferite e una conoscenza nelle notti trascorse a cercare, che il viaggiatore perfetto non trova mai».

Chi è, dunque, il viaggiatore perfetto? La risposta del musicista introduce una dimensione esplicitamente religiosa, che attraversa il disco senza trasformarlo in un’opera didascalica.

«Per me, il viaggiatore perfetto è lo tzaddik: un’anima che proviene da un luogo spirituale molto elevato e vive in uno stato di elevazione, separata da tutto ciò che non è pienamente connesso alla divinità. È una condizione rara, riservata a determinate anime. Io certamente non ne faccio parte!».

Lo tzaddik, nella tradizione ebraica, è una figura di giustizia e rettitudine spirituale. Può vedere il cammino dall’alto, mentre gli altri lo percorrono inciampando, imparando a conoscere ogni pietra della strada. Eppure, proprio chi cade può raggiungere una meta che non è necessariamente accessibile a chi non ha mai deviato: la teshuvà, il ritorno, il movimento attraverso cui ci si allontana da una condizione e si sceglie di tornare.

«La perfezione non è una destinazione verso cui sto cercando di dirigermi. E, a dire il vero, l’album non parla di trovare la mia voce interiore. Parla di qualcosa di più semplice: vivere una vita di teshuvà. Cadere, tornare e, ogni volta, tornare un po’ più forti».

Il concetto sposta il significato del viaggio. Non c’è una versione definitiva di sé da conquistare una volta per tutte, né una linea retta che conduca necessariamente alla realizzazione. Il percorso è fatto di allontanamenti e ritorni, e la possibilità di ricominciare non cancella ciò che è accaduto: lo trasforma in esperienza.

Levitt lo ha imparato anche attraverso il confronto con i modelli musicali che aveva cercato di emulare. A New York, spiega, pensava di dover diventare un contrabbassista capace di suonare con uno stile fortemente ritmico e trascinante, fino a misurarsi idealmente con musicisti come Steve Swallow e Jaco Pastorius.

 

«Ci sono voluti anni per capire davvero che il mondo non aveva bisogno di un’ombra di Steve Swallow, né di un altro Jaco, e certamente neppure di una versione impaziente e ancora inesperta dell’uno o dell’altro. Gli anni lontano dalla musica mi hanno permesso di disimparare. Gerusalemme, lo Shabbat e la mia famiglia mi hanno insegnato a che cosa serve la musica».

La deviazione, in questa prospettiva, non è un incidente da correggere. È una parte del percorso che può rendere possibile un ritorno diverso. «Ho imparato che una deviazione non è tempo sprecato, se torni con gli occhi aperti. Oggi suono meno, ascolto di più e ho molta meno paura di cadere. A volte, se si è fortunati, cadere diventa volare».

La tradizione non ha bisogno di essere salvata

In Perfect Traveler, il rapporto con il passato musicale non si risolve nella riproposizione filologica di melodie antiche, ma neppure nella loro trasformazione in un repertorio indistinguibile dal jazz contemporaneo. Levitt cerca una terza via: lasciare che le melodie conservino la propria identità, costruendo intorno a esse uno spazio armonico nuovo.

Il punto di partenza è un rispetto che non ha nulla di museale. Brani come Dror Yikra, Nin’alu e Hareshut non sono materiali da aggiornare per renderli più accessibili al pubblico contemporaneo. Sono musiche vive, che portano con sé una storia e una forza espressiva già compiute.

«A volte si parla di melodie come Dror Yikra, Nin’alu o Hareshut come se avessero bisogno di essere salvate, aggiornate o rivestite di una nuova patina. Io non le sento affatto così. Sono estremamente eleganti e piene di vita. Non sono io a riscriverle: sono loro a riscrivere me».

È una dichiarazione che ribalta il rapporto fra interprete e repertorio. L’artista non si presenta come colui che restituisce attualità a una tradizione altrimenti immobile. Accetta, piuttosto, che sia la tradizione a modificare il suo modo di suonare e, in qualche misura, il suo modo di stare al mondo.

«Non puoi suonare con superficialità una melodia del genere. Non vuole essere decorata. Vuole che tu ti faccia da parte. Perciò cerco di eliminare tutto ciò che non è necessario».

La conseguenza musicale è precisa: la melodia resta intatta, mentre la libertà dell’improvvisazione si esercita nell’armonia, nelle pause, nel dialogo fra gli strumenti. È ciò che Levitt definisce, in una formula tanto semplice quanto impegnativa, «un’armonia ponderata e una melodia intoccata».

Il musicista è consapevole della memoria collettiva custodita da questi brani. Le melodie ebraiche yemenite e marocchine sono nate e si sono trasmesse all’interno di comunità specifiche, accompagnando generazioni di fedeli e assumendo significati che non possono essere ridotti alla loro struttura musicale. Per Levitt, tuttavia, rispettare questa eredità non significa rinunciare alla creatività.

«Non voglio privare la musica delle sue radici, né costringerla dentro una cornice moderna. Voglio permetterle di trovare da sola un nuovo spazio».

È un equilibrio delicato. L’improvvisazione non invade il nucleo della melodia, ma si sviluppa attorno a essa: nella conversazione con il pianoforte di Avishai, nelle armonie e nel silenzio fra una frase e l’altra. La melodia diventa così qualcosa a cui l’ascoltatore può aggrapparsi, un filo riconoscibile che attraversa il brano senza impedirgli di esplorare territori nuovi.

Due musicisti, una conversazione

La registrazione di Perfect Traveler è durata appena due giorni, ma il lavoro si è sviluppato attraverso un processo in cui l’ascolto reciproco ha avuto un ruolo essenziale. Levitt e Avishai avevano già collaborato in Shir Yedidot e potevano contare su una fiducia consolidata. Le prime tracce sono nate da sequenze e improvvisazioni registrate mentre prendevano forma; soltanto in seguito il materiale è stato rielaborato, con l’aggiunta delle melodie e degli interventi di Gilad Ronen ai fiati.

Levitt racconta il processo con una punta di ironia: «Abbiamo trascorso due giorni nel mio studio a Gerusalemme ascoltandoci a vicenda, anche se, a dire il vero, ero soprattutto io ad ascoltare lui».

Il pianista, osserva, ha la capacità di affidare a poche note un peso espressivo considerevole. «Yonathan suona pochissime note, e ognuna conta. Ha detto che è diventato “più espressivo con meno note”, e si sente. Quando suoni con qualcuno così, anche tu suoni meno e ascolti di più. Per me il processo funziona quando ascolto».

È una descrizione che restituisce anche la filosofia del disco. L’improvvisazione non coincide con la libertà assoluta di riempire ogni spazio, ma con la disponibilità a lasciare che la musica si sviluppi senza controllarne in anticipo ogni passaggio.

«Voglio sentire la vita nella musica, e questo significa correre dei rischi e, ogni tanto, cadere. Lo stato mentale ideale è essere un po’ vuoti, sentirsi divertiti, giocosi. Se nella stanza ci sono amore, gratitudine e gioia, è molto probabile che accadano cose belle. E quando non accadono, basta suonare la nota successiva».

Dopo le registrazioni, la musica è stata ulteriormente modellata attraverso gli arrangiamenti e le sovraincisioni dei fiati. Il risultato non è una documentazione grezza dell’improvvisazione, ma un lavoro costruito in due tempi: prima l’incontro, con la sua imprevedibilità; poi la ricerca di una forma capace di conservare qualcosa di quella spontaneità.

La voce, la preghiera e la poesia

Per la prima volta nella sua discografia, Levitt inserisce in quattro brani alcune poesie recitate sulla musica. Non considera, però, Perfect Traveler un album vocale: resta un disco prevalentemente strumentale, nel quale le parole entrano come una tessitura aggiuntiva, un altro strumento, con tutte le imperfezioni della voce umana.

L’idea è nata da un suggerimento della moglie. Una volta registrate le improvvisazioni, Levitt ha cominciato a lavorare con gli elementi vocali come se stesse dipingendo con i suoni. Il risultato è una forma di preghiera personale, distante dalla recitazione di un testo liturgico.

«Quello che cerco di comunicare è la mia preghiera: non una preghiera tratta da un libro, ma una preghiera che esprima ciò che desidero davvero, e intendo davvero, desiderare».

In Modeh Ani, brano il cui titolo richiama la preghiera ebraica del risveglio e del ringraziamento, il messaggio si riduce a una gratitudine essenziale: «Per la luce nei miei occhi, per il respiro nei miei polmoni, per il cuore nel mio petto, grazie».

Parole semplici, che non cercano di spiegare la musica né di guidare eccessivamente l’ascoltatore. La loro funzione è indicare una direzione; spetta poi al suono renderla un’esperienza.

«Le parole possono indicare qualcosa. Possono dire “grazie” oppure “aiutami a farmi più piccolo”, in modo diretto, senza possibilità di equivoci. La musica, invece, può accompagnarti fin lì. Una parola può dirti per che cosa sono grato; una melodia può farti sentire dall’interno che cosa significa provare gratitudine».

La distinzione è centrale nella poetica di Levitt. Il linguaggio articola un’intenzione, mentre la musica permette di abitarla senza doverla tradurre interamente in concetti. Per questo, nei quattro brani recitati, le parole sono poche e lasciano ampio spazio agli strumenti.

In Channel Small, Levitt formula un’immagine che riassume anche il suo atteggiamento verso le melodie della tradizione: «Sono più utile quando sono piccolo. Non piccolo nel senso di privo di valore, ma piccolo come un canale, come un flauto vuoto, affinché la musica possa fluire».

L’immagine del canale restituisce un’idea dell’artista come tramite, non come proprietario del materiale che interpreta. È un atteggiamento che riguarda tanto la musica quanto la dimensione spirituale: fare spazio, sottrarre il superfluo, non confondere la propria voce con l’intera esperienza che si cerca di esprimere.

Gerusalemme, crocevia di melodie

Il luogo in cui l’album ha preso forma non è un semplice sfondo biografico. Gerusalemme è per Levitt una casa, scelta anche attraverso una decisione linguistica e culturale: vivere in ebraico, accettando il tempo necessario per imparare a esprimersi in una lingua nuova.

«Mi sono sentito accolto da Gerusalemme fin dall’inizio. Abbiamo percepito un senso di appartenenza alla terra e abbiamo deciso che era il posto in cui volevamo vivere. Ho scelto di vivere la mia vita in ebraico, e il sacrificio di un paio d’anni in cui sembravo uno sciocco quando parlavo ne è valsa la pena».

Lo studio di Nachlaot, il quartiere in cui Levitt vive, è anche il luogo in cui le diverse provenienze della città diventano una presenza quotidiana. «A Gerusalemme, ebrei provenienti da ogni angolo del mondo vivono a poche strade di distanza gli uni dagli altri, e anche le loro melodie convivono fianco a fianco».

La città ha dunque influenzato il modo in cui il musicista si avvicina al repertorio ebraico. Ma esiste anche una corrispondenza più profonda, che Levitt racconta senza insistervi troppo: per generazioni, le comunità ebraiche dello Yemen e del Marocco le cui melodie compaiono nell’album hanno pregato rivolgendosi verso Gerusalemme.

«C’è qualcosa di discretamente commovente nel sentire quelle melodie suonate proprio qui, in un piccolo studio di Nachlaot. Cerco di non attribuire a questo fatto un significato eccessivo, ma lo sento».

Non occorre caricare questa coincidenza di simbolismi per coglierne la forza. Melodie nate in comunità lontane, tramandate attraverso migrazioni e generazioni, risuonano nella città verso cui quelle comunità si sono rivolte nella preghiera. La geografia musicale si sovrappone così a quella della memoria e dell’appartenenza.

Il silenzio che resta dopo l’ultima nota

Che cosa dovrebbe portare con sé chi ascolta Perfect Traveler? Levitt preferisce non stabilire in anticipo un significato univoco. Il disco, spiega, non è pensato per imporre la storia personale del suo autore, ma per lasciare spazio a quella di chi ascolta.

«L’ascoltatore non prende qualcosa da questo album per poi lasciarselo alle spalle. È l’album che cammina insieme a lui, ovunque lo conducano i suoi viaggi».

La musica, in questa prospettiva, non è una destinazione né un messaggio da decifrare. È una presenza che accompagna, senza chiedere a tutti di vivere la stessa esperienza. Levitt cerca di rappresentare nella propria musica qualcosa che definisce «puro e unicamente ebraico», ma esita a tradurre in parole ciò che vorrebbe suscitare in chi ascolta.

«È un po’ come quando qualcuno parla profondamente con te: se poi cerchi di riassumere tutto in una frase, quella frase non riesce a contenere ciò che hai provato. Preferisco che l’ascoltatore arrivi alla musica senza preconcetti, attraversi il proprio percorso e si lasci accompagnare dalla sua narrazione».

C’è, infine, una scoperta che lo stesso Levitt ha fatto soltanto riascoltando le registrazioni. Si è accorto di quanto silenzio fosse rimasto dentro il disco e di quanto la musica vivesse proprio in quello spazio.

«Da anni dico che, su uno sfondo silenzioso, le note risuonano con molta più profondità e brillantezza. Ma non credo di averlo mai sentito così chiaramente nella mia stessa musica».

Il silenzio, allora, non è ciò che rimane quando la musica si interrompe. È ciò che le permette di esistere, di risuonare e di raggiungere chi ascolta. Come la pausa di un musicista che ha smesso di suonare per più di dieci anni, per poi scoprire che il ritorno non consisteva nel recuperare il tempo perduto, ma nell’imparare a fare spazio.

Forse è qui che Perfect Traveler trova il suo significato più profondo. Il viaggiatore perfetto non è colui che non sbaglia strada, ma chi accetta di percorrerla senza pretendere di controllarne ogni svolta. E la musica, come la vita, non richiede sempre una risposta definitiva: a volte basta ascoltare, lasciar risuonare una nota e avere il coraggio di suonare quella successiva.

 

Perfect Traveler — Yosef-Gutman Levitt, Soul Song Records, CAT020, pubblicato il 31 luglio 2026. Con Yosef-Gutman Levitt (basso acustico a cinque corde e contrabbasso), Yonathan Avishai (pianoforte), Gilad Ronen (fiati) e Daniel Dor (batteria). Registrato a Gerusalemme; mix e mastering di Stefano Amerio presso gli Artesuono Recording Studios. Fotografie: Ronen Goldman.

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