“Torn”, il documentario sui manifesti degli ostaggi israeliani strappati dalle strade di New York, vince l’Emmy

Personaggi e Storie

di Pietro Baragiola
“In queste sequenze vediamo passanti strappare o imbrattare le fotografie degli ostaggi e, quando vengono interrogati sulle ragioni del loro gesto, alcuni reagiscono sorridendo o mostrando il dito medio, mentre altri rispondono con insulti o slogan politici”, ha aggiunto Shapira.

Manifesti affissi per le strade di New York con i volti degli ostaggi di Hamas, i passanti che li strappano e le tensioni che attraversano gli Stati Uniti dopo il 7 ottobre 2023: è questo il fil rouge di Torn, il documentario del regista israeliano Nim Shapira che sabato 10 ottobre ha vinto il New York Emmy Award nella categoria “Miglior Documentario”.

Uscito nel 2024, questo film di 75 minuti ripercorre la controversia nata attorno alla campagna “Kidnapped from Israel”, che nei giorni seguenti l’attacco ha portato i volti dei rapiti sui muri di New York e di altre numerose città del mondo.

Inizialmente concepiti come strumenti di sensibilizzazione questi poster sono rapidamente diventati i protagonisti di uno scontro politico: alle fotografie degli ostaggi accompagnate dai loro nomi si sono contrapposte le azioni degli attivisti propal che hanno cominciato a rimuovere o danneggiare i manifesti, alimentando le discussioni in merito.

 

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La battaglia dei manifesti

La campagna “Kidnapped from Israel” è nata pochi giorni dopo il massacro del 7 ottobre, portando i primi manifesti nelle stazioni della metropolitana, all’esterno di ristoranti e in numerosi altri luoghi pubblici.

“Attraverso decine di interviste agli ideatori della campagna, agli attivisti impegnati nella sensibilizzazione sugli ostaggi e ai famigliari dei rapiti, il nostro documentario vuole ricostruire come quei manifesti siano diventati uno dei simboli più controversi nel dibattito americano sul conflitto israelo-palestinese” ha spiegato Shapira nella sua intervista al Times of Israel.

Non essendo riuscito a ottenere dichiarazioni dirette degli attivisti responsabili della rimozione di questi volantini, il regista ha utilizzato filmati televisivi e video condivisi sui social per documentarne le reazioni.

“In queste sequenze vediamo passanti strappare o imbrattare le fotografie degli ostaggi e, quando vengono interrogati sulle ragioni del loro gesto, alcuni reagiscono sorridendo o mostrando il dito medio, mentre altri rispondono con insulti o slogan politici” ha aggiunto Shapira.

“Andate a colonizzare da un’altra parte” afferma una delle persone riprese. “I vostri manifesti sono propaganda” sostiene un’altra, mentre in un ennesimo filmato, qualcuno propone di “affiggere le fotografie dei 3.000 bambini rapiti a Gaza”.

L’appello di Shapira

Per Shapira Torn non nasce con l’intenzione di raccontare soltanto il conflitto in Medio Oriente, ma soprattutto le conseguenze che questo ha avuto sulla società americana.

“Chiedo alle persone che hanno strappato i manifesti di pensare a quelle vittime e a quegli ostaggi che non avevano fatto nulla di male” ha spiegato il regista. “Ma chiedo anche comprensione, diciamo, alla mia parte, affinché riconosca che la ragione principale per cui molte persone rimuovevano quei manifesti era il numero crescente di morti a Gaza durante la guerra.”

Una riflessione che attraversa l’intero documentario, nel tentativo di comprendere le motivazioni dei protagonisti senza perdere di vista la vicenda umana delle persone rapite.

“Il mio film non parla di Israele o Palestina. Parla di New York e dell’America” ha precisato Shapira. “Non vedo l’ora che arrivi il giorno in cui questo documentario non sarà più attuale, ma siamo più divisi e polarizzati che mai. Viviamo in camere dell’eco differenti, in mondi separati. La guerra dei manifesti non ha soltanto strappato quei fogli, ma ha lacerato anche il tessuto sociale della città”.

La settimana precedente alla premiazione, il regista era tornato sull’argomento, affrontando la difficoltà, riscontrata in parte del pubblico, di riconoscere le vittime israeliane come meritevoli di solidarietà.

“Dobbiamo ricordare questi manifesti in quanto sono il simbolo di una battaglia sulla memoria, sull’empatia e sulla possibilità di riconoscere la sofferenza dell’altro” ha concluso Shapira.