di Anna Balestrieri
Una ricerca condotta tra i direttori di venticinque musei ebraici europei mostra quanto il clima sia mutato. La maggioranza delle istituzioni ha segnalato un aumento dei messaggi ostili sui social network, dell’odio digitale e delle comunicazioni antisemite.
Gli episodi di violenza fisica all’interno dei musei restano relativamente limitati, ma sono aumentati gli atti vandalici e i danneggiamenti. Alcune istituzioni hanno registrato per la prima volta episodi di questo genere proprio dopo il 7 ottobre.
La dimensione più evidente è tuttavia quella online. Le piattaforme digitali amplificano accuse, campagne e intimidazioni, riducendo la distanza tra dibattito politico e aggressione personale.
Il museo non deve più proteggere soltanto le proprie collezioni: deve difendere anche il proprio nome, il personale e la legittimità stessa della sua presenza pubblica.
Una domanda che riguarda tutta l’Europa
Che cosa deve essere oggi un museo ebraico in Europa? Un luogo della memoria, uno spazio espositivo, un centro di ricerca, una scuola contro il pregiudizio oppure un’arena pubblica in cui affrontare il conflitto israelo-palestinese?
Dopo il 7 ottobre 2023 questa domanda ha smesso di essere teorica. L’aumento dell’antisemitismo, la polarizzazione politica, le cancellazioni di collaborazioni artistiche e la crescente difficoltà di parlare di Israele hanno modificato il lavoro quotidiano di molte istituzioni europee.
Il termine “ebraico”, che per anni aveva potuto indicare una storia, una cultura o una collezione, è diventato esso stesso un terreno di conflitto.
I musei si trovano così a dover difendere la normalità della vita ebraica e, nello stesso tempo, a rispondere alle tensioni che attraversano le società in cui operano.
Tre figure nella stessa porta girevole

Al Museo ebraico di Vienna, la mostra A Muslim, a Christian, and a Jew dell’artista israeliano Eran Shakine offre una possibile risposta. Nei suoi disegni, il musulmano, il cristiano e l’ebreo hanno corpi quasi identici. Indossano spesso gli stessi abiti e si trovano coinvolti nelle medesime azioni.
In un’opera osservano il mondo attraverso lo stesso oblò; in un’altra restano bloccati nella stessa porta girevole, spingendo tutti nella medesima direzione. L’ironia attenua soltanto in apparenza il messaggio: le identità religiose sono differenti, ma l’esperienza umana che le sostiene è comune.
La mostra era stata progettata prima del 7 ottobre, ma il contesto ne ha trasformato la ricezione. In un’Europa sempre più divisa, le immagini di Shakine diventano una replica alla logica della separazione assoluta.
La convivenza non nasce dal fingere che le differenze non esistano, ma dal riconoscere che nessuna differenza elimina la comune condizione umana.
Il giorno dopo
Per Emile Schrijver, direttore del Quartiere culturale ebraico di Amsterdam, il vero trauma non fu soltanto il 7 ottobre, ma il giorno successivo. Alla violenza dell’attacco seguì infatti la rapidità con cui una parte del discorso pubblico europeo lo reinterpretò come una forma di resistenza giustificabile.
Per il museo fu uno shock istituzionale oltre che comunitario. Come reagire quando la parola “ebraico” perde ogni apparente neutralità e viene immediatamente associata alle decisioni del governo israeliano?
Ad Amsterdam il numero dei visitatori diminuì sensibilmente. Anche Vienna registrò un calo, soprattutto tra il pubblico non ebraico. Il museo, un tempo percepito come luogo di storia e cultura, appariva improvvisamente a molti come un’istituzione politica, anche quando non aveva modificato la propria programmazione.
Il museo ebraico viene spesso chiamato a rispondere non per ciò che espone, ma per ciò che altri proiettano sulla parola “ebreo”.
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Odio digitale e danni reali
Accanto all’antisemitismo è emerso un secondo fenomeno: la cancellazione di collaborazioni e prestiti. Molti musei riferiscono di artisti che hanno rifiutato di partecipare alle mostre o hanno subordinato la propria presenza a una dichiarazione pubblica sulla guerra a Gaza.
A Vienna alcuni artisti hanno chiesto al museo di prendere posizione prima di accettare l’invito. In un caso, il prestito di un’opera dedicata alla guerra in Ucraina è stato condizionato all’aggiunta di un secondo cartellino con una dichiarazione dell’autore su Gaza. Il museo ha rifiutato.
La questione non riguarda il diritto degli artisti a esprimersi, ma il rapporto di forza che si crea quando a un’istituzione ebraica viene chiesto di superare una prova politica preliminare.
Non ogni museo dedicato alla cultura ebraica può essere trattato come un’ambasciata del governo israeliano. Quando questa distinzione scompare, anche il boicottaggio di Israele rischia di estendersi automaticamente a istituzioni ebraiche europee che hanno storia, finanziamenti e missioni del tutto autonome.
Educare dopo la frattura

Non tutte le conseguenze del nuovo clima sono negative. In alcune città è cresciuto l’interesse per la storia ebraica e per gli strumenti necessari a riconoscere l’antisemitismo.
Il Museo ebraico della Franconia, attivo in diversi centri della Baviera, ha registrato un aumento dei visitatori. La sua collocazione lontana dalle grandi capitali potrebbe averlo protetto da alcune forme di polarizzazione. Nello stesso tempo, il museo ha rafforzato i laboratori scolastici dedicati al pregiudizio antiebraico.
L’obiettivo non è soltanto suscitare empatia nei confronti delle vittime, ma offrire ai ragazzi strumenti per riconoscere l’odio e reagire nella società.
A Vienna, le collezioni di oggetti e immagini antisemite vengono utilizzate per smontare stereotipi ancora presenti. Altri programmi affrontano direttamente la storia del Medio Oriente, nel tentativo di sostituire la complessità all’immediatezza dei social media.
Un museo efficace non si limita a mostrare che l’antisemitismo è sbagliato: insegna a riconoscerne i meccanismi.
Le scuole chiedono aiuto
Dopo il 7 ottobre molti insegnanti europei si sono trovati impreparati ad affrontare in classe Israele, Gaza, antisemitismo e islamofobia. Il timore di alimentare conflitti o di utilizzare parole inadeguate ha spesso prodotto il silenzio.
Il Museo ebraico di Hohenems, in Austria occidentale, aveva già avviato un progetto dedicato alla possibilità di “essere diversi senza paura”. I laboratori affrontano identità, appartenenza, razzismo, antisemitismo, islamofobia e conflitto israelo-palestinese.
Dopo il 7 ottobre la domanda è cresciuta. Il museo ha assunto una funzione che va oltre l’esposizione: offrire un contesto protetto nel quale i giovani possano formulare domande difficili senza essere immediatamente costretti a scegliere uno schieramento.
Quando la scuola teme il conflitto, il museo può diventare il luogo in cui il conflitto viene finalmente nominato.
Israele non può essere evitato
Per i musei ebraici europei parlare di Israele è diventato inevitabile, ma ogni scelta rischia di scontentare una parte del pubblico.
Una posizione giudicata troppo conservatrice può provocare la reazione della sinistra ebraica; una programmazione più critica verso Israele può alienare la componente più tradizionale o filoisraeliana. Il risultato è un equilibrio fragile.
Ad Amsterdam, il ciclo di incontri And now?! affronta l’impatto della guerra in Medio Oriente sulla società olandese attraverso conversazioni, musica e performance. L’intenzione non è costruire una posizione ufficiale del museo, ma offrire spazio a persone disposte ad ascoltarsi.
La metafora scelta è quella di un tappeto molto largo: abbastanza ampio da consentire a sensibilità diverse di entrare nella stessa stanza. Il compito non è raggiungere un consenso impossibile, ma impedire che il dissenso renda impossibile la conversazione.
Le radici ebraiche nel mondo arabo
Alcuni musei hanno risposto alla polarizzazione mostrando le relazioni storiche tra mondo ebraico e mondo islamico.
A Hohenems una mostra ricostruisce il contributo degli studiosi ebrei alla nascita degli studi arabi, islamici e orientali. A Monaco, Yalla presenta il lavoro di artisti ebrei con radici familiari in Nord Africa e Medio Oriente.
La cultura mizrahi viene raccontata attraverso il rapporto con le lingue, la musica, il pensiero e le tradizioni arabe. La mostra mette in discussione l’idea che l’identità ebraica e quella araba appartengano a universi estranei.
Prima che la politica trasformasse ebrei e arabi in categorie contrapposte, secoli di storia li avevano collocati in spazi culturali condivisi.
Questa memoria non risolve il conflitto contemporaneo, ma impedisce di presentarlo come il risultato inevitabile di una separazione eterna.
Il personale in prima linea
Il nuovo ruolo dei musei ricade anche sul personale. Custodi, mediatori culturali, guide e addetti all’accoglienza devono gestire visitatori irritati, interventi provocatori, commenti antisemiti e accuse contro Israele.
Alcune istituzioni hanno organizzato corsi specifici per stabilire regole di dialogo e distinguere tra critica politica, provocazione e discriminazione. L’obiettivo è evitare sia la censura automatica sia la tolleranza passiva dell’abuso.
Questa preparazione mostra quanto sia cambiata l’esperienza museale. Una visita non è più soltanto un incontro con oggetti e opere, ma può diventare una discussione sul presente.
Il museo ebraico contemporaneo deve formare il proprio personale non soltanto alla storia dell’arte, ma alla gestione democratica del conflitto.
Non soltanto Shoah
Per decenni molti musei ebraici europei sono stati percepiti quasi esclusivamente come istituzioni dedicate alla persecuzione e alla Shoah. Quella funzione resta fondamentale, ma non può esaurire la rappresentazione di una presenza ebraica lunga secoli.
Ad Amsterdam si prepara una mostra sul ruolo degli ebrei nello sviluppo della magia e dell’illusionismo tra Ottocento e Novecento. Una nuova campagna intende rivendicare la normalità di quattrocento anni di vita ebraica nei Paesi Bassi.
È un’affermazione politica nel senso più ampio: gli ebrei non devono comparire nello spazio pubblico soltanto come vittime, sopravvissuti o oggetto di controversia.
Difendere la normalità della vita ebraica significa raccontarne anche l’umorismo, la creatività, il lavoro, le contraddizioni e la quotidianità.
In questo senso il museo deve resistere a una duplice riduzione: quella che identifica l’ebraismo soltanto con la Shoah e quella che identifica ogni ebreo con Israele.
Una camera di risonanza democratica
La vice direttrice del Museo ebraico di Monaco descrive il museo contemporaneo come una camera di risonanza. Non più soltanto un luogo che conserva e trasmette conoscenza, ma uno spazio nel quale idee differenti vengono amplificate, modificate e messe in relazione.
Il valore del museo risiede allora nella capacità di far incontrare persone che altrove non si parlerebbero. Questo non significa neutralità assoluta. Le istituzioni rivendicano valori democratici, rifiuto dell’antisemitismo e rispetto della dignità umana.
Ma all’interno di questi confini devono rendere possibile il confronto, anche quando è scomodo.
Il museo non è neutrale rispetto all’odio, ma può restare aperto rispetto alle domande.
Un nuovo scopo
Il 7 ottobre potrebbe rappresentare per gli ebrei europei e per le loro istituzioni un punto di non ritorno. Il pubblico è cambiato, il linguaggio politico è diventato più aggressivo e le vecchie strategie museali non sembrano più sufficienti.
I musei ebraici restano luoghi di conservazione, ricerca ed esposizione. Ma sono anche diventati presìdi civici, laboratori educativi, spazi di mediazione e luoghi di protezione simbolica della presenza ebraica.
La mostra di Eran Shakine a Vienna riassume questa trasformazione. Le tre figure nella porta girevole sono diverse e indistinguibili, separate dai nomi e unite dalla situazione. Nessuna riesce a uscire da sola.
Forse il nuovo compito del museo ebraico europeo è proprio questo: ricordare che nessuna società può liberarsi dalle proprie paure spingendo gli altri fuori dalla porta.
Il museo del futuro non dovrà rinunciare alla memoria. Dovrà però trasformarla in uno strumento per leggere il presente: non un rifugio dalla frattura, ma uno dei pochi luoghi in cui la frattura possa essere osservata senza diventare immediatamente una nuova forma di odio.



