di Anna Balestrieri
Il Jewish Cultural Center di Lubiana tiene insieme ciò che altrove sarebbe diviso in edifici e funzioni diverse: una sinagoga, un museo, un centro culturale, un luogo di studio, di teatro, di preghiera e di accoglienza. Ma mancano i fondi, e dopo i massacri del 7 ottobre è diventato un bersaglio. la sua vita è in pericolo, e insieme a esso la memoria di una comunità ebraica.
A Lubiana la memoria ebraica non ha la monumentalità delle grandi sinagoghe europee, né la protezione retorica dei luoghi ormai consegnati al turismo della storia. Sta piuttosto in una casa, in una strada del centro, in un’istituzione minuta e ostinata.
Il Jewish Cultural Center di Lubiana tiene insieme ciò che altrove sarebbe diviso in edifici e funzioni diverse: una sinagoga, un museo, un centro culturale, un luogo di studio, di teatro, di preghiera e di accoglienza.
Al centro di questa resistenza c’è Robert Baruh Waltl, fondatore e direttore del Jewish Cultural Center Ljubljana, nato nel 2013. Attore, uomo di teatro, approdato all’ebraismo dopo aver scoperto le radici ebraiche della nonna e dopo un percorso di studio e conversione, Waltl è diventato nel tempo il custode quasi solitario di questa presenza.
La sua frase più amara dice molto più di una statistica: se non è lui a Lubiana, non c’è nessuno nemmeno per aprire la porta. In un Paese dove gli ebrei sono oggi circa centocinquanta, il centro non è dunque soltanto un’istituzione culturale: è una soglia fisica, quotidiana, fragile, attraverso cui passa ciò che resta della vita ebraica slovena.
Più di un museo
Il Jewish Cultural Center è una di quelle istituzioni che sembrano sproporzionate rispetto alle proprie forze. Piccola nella struttura, enorme nella funzione.
In un Paese dove la presenza ebraica è stata ridotta dalla storia a una traccia fragile, il centro non custodisce soltanto oggetti, documenti o rituali: custodisce la possibilità stessa che l’ebraismo sloveno non diventi esclusivamente materia d’archivio.
Questa fragilità ha radici profonde. Prima della Seconda guerra mondiale, la presenza ebraica più consistente in Slovenia si trovava nel Prekmurje, nel nord-est del Paese. Dopo l’occupazione e le deportazioni verso Auschwitz, circa il novanta per cento di quella comunità fu sterminato. A Lubiana, inoltre, la storia ebraica era già stata interrotta secoli prima, con l’espulsione degli ebrei nel 1515.
Il dopoguerra jugoslavo non ricostruì davvero quella memoria. Cimiteri, scuole, tracce materiali furono distrutti, abbandonati o rimossi dalla narrazione pubblica. Per anni, a chi chiedeva notizie della storia ebraica di Lubiana, veniva spesso risposto che dopo il 1515 non c’era più nulla da raccontare. Il lavoro del centro nasce anche contro questa cancellazione.
Waltl ha contribuito a installare la prima targa commemorativa nel luogo dell’antica sinagoga medievale di Lubiana e ha portato in Slovenia il progetto delle Stolpersteine, le pietre d’inciampo dedicate alle vittime della Shoah. Oggi Lubiana e le città vicine ne contano decine, insieme a una grande pietra che ricorda centocinquanta rifugiati ebrei espulsi dalla Croazia e accolti temporaneamente in città.
Vandalismi, fondi scarsi, isolamento
La sua vicenda recente ha il carattere amaro di molte storie culturali europee contemporanee: vandalismi, isolamento, scarsità di fondi, fatica quotidiana. Ma a Lubiana questa fragilità ha assunto, dopo il 7 ottobre, una forma più esposta e più violenta.
Nel novembre 2023, sulla porta del centro è stata dipinta una grande svastica accostata alla Stella di David. Il cimitero ebraico è stato profanato durante il Festival of Tolerance, l’iniziativa antirazzista fondata da Waltl insieme a Branko Lustig, sopravvissuto ad Auschwitz e produttore premio Oscar di Schindler’s List e Gladiator. Quando il centro ha tentato di proiettare per il corpo diplomatico le immagini dell’attacco di Hamas, centinaia di manifestanti pro-palestinesi si sono radunati davanti all’edificio e la proiezione è stata annullata.
Il centro è diventato così, suo malgrado, anche un bersaglio simbolico. In Slovenia non c’era fino a pochissimo tempo fa un’ambasciata israeliana – l’annuncio dell’apertura è del 4 giugno – e, agli occhi di molti contestatori, il Jewish Cultural Center finisce per rappresentare Israele, il Medio Oriente, la guerra, tutto ciò che viene proiettato sulla minoranza ebraica locale.
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A questa pressione si aggiunge la precarietà materiale. Il centro porta sulle spalle un mutuo di circa sessantamila euro, acceso per interventi urgenti dopo i danni causati dai terremoti a un edificio di cinquecento anni, segnato da infiltrazioni d’acqua e problemi strutturali. Per anni ha vissuto quasi solo di donazioni, piccoli contributi, micro-finanziamenti dell’ambasciata tedesca e del sostegno indiretto delle attività teatrali di Waltl. Lo Stato sloveno non ha mai garantito un finanziamento stabile.
La domanda, qui, non riguarda soltanto una comunità religiosa. Riguarda l’idea europea di memoria. Che cosa resta vivo quando i testimoni scompaiono, quando le comunità si assottigliano, quando i luoghi non sono abbastanza grandi da diventare simboli nazionali ma sono troppo importanti per essere lasciati morire?
Una memoria viva, non solo commemorativa
Il centro di Lubiana è nato per fare cultura e per aprire una porta. Mostre, lezioni, spettacoli, incontri, celebrazioni: non un museo del silenzio, ma un luogo in cui la memoria entra in relazione con la città.
Per anni ha funzionato anche come sinagoga, sostenuta dalla presenza dei turisti israeliani e da rabbini arrivati da Trieste, Lussemburgo e Vienna; dopo il Covid, anche questa rete si è fatta più fragile e intermittente.
La memoria ebraica, in Slovenia, non viene presentata soltanto come lutto o assenza, ma come pratica culturale viva.
Quando un luogo si spegne
Eppure proprio questa vitalità rende più doloroso il rischio della chiusura. Perché quando un luogo del genere si spegne, non si perde solo un edificio.
Si perde una forma di presenza. Si perde la possibilità di trovare una soglia aperta. Si perde un pezzo di quella geografia morale dell’Europa fatta non solo di capitali e musei nazionali, ma di piccole istituzioni che resistono alla cancellazione.
La storia del Jewish Cultural Center di Lubiana parla dunque anche a noi. Ricorda che la cultura non è mai soltanto produzione di eventi, ma manutenzione di legami.
La memoria, per restare viva, ha bisogno di cose molto concrete: muri riparati, bollette pagate, persone presenti, porte che possano ancora aprirsi.
Una prova per l’Europa
In un tempo in cui l’antisemitismo torna spesso sotto forme nuove, e in cui il dibattito pubblico confonde con troppa facilità identità, politica e appartenenza, la sopravvivenza di un centro come quello di Lubiana assume un valore che va oltre la dimensione locale.
È un test sulla capacità europea di proteggere le sue minoranze non solo quando sono già diventate passato, ma mentre chiedono ancora di avere un futuro.
Waltl lo dice con una formula drastica: se un giorno smettesse di occuparsene, in Slovenia rischierebbe di non esserci più vita ebraica organizzata.



