Il 4 luglio degli ebrei americani: gli Stati Uniti festeggiano 250 anni tra memoria storica e sfide per il futuro

Mondo

di Pietro Baragiola
Dalle mostre dedicate ai primi ebrei d’America alle attività di volontariato, questo anniversario ha rappresentato un’occasione per ripercorrere oltre due secoli di presenza ebraica americana, in un momento segnato da un forte clima di polarizzazione politica e dalla crescita dell’antisemitismo.

 

Il 4 luglio 2026 in tutta l’America sono partiti i festeggiamenti per il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza, una ricorrenza vissuta con particolare partecipazione anche dalla comunità ebraica americana che per l’occasione ha organizzato incontri e iniziative dedicate al contributo degli ebrei alla nascita e allo sviluppo degli Stati Uniti.

Dalle mostre dedicate ai primi ebrei d’America alle attività di volontariato, questo anniversario ha rappresentato un’occasione per ripercorrere oltre due secoli di presenza ebraica americana, in un momento segnato da un forte clima di polarizzazione politica e dalla crescita dell’antisemitismo.

Mostre e iniziative ebraiche

Uno dei principali appuntamenti è stato organizzato dalla storica Congregation Mikveh Israel, la più antica sinagoga degli Stati Uniti, che ha tenuto celebrazioni speciali e servizi religiosi per lo Shabbat del 4 luglio nella contea di Philadelphia.

Tra gli eventi ancora visitabili invece figura la mostra “The First Salute” del Weitzman National Museum of American Jewish History, dedicata al contributo dei mercanti ebrei sefarditi dei Caraibi all’Esercito Continentale, e l’esposizione “Circa 1776” del Jewish Museum di New York, che racconta la vita delle comunità ebraiche durante la Rivoluzione americana.

Quest’ultimo evento ripercorre anche il celebre scambio epistolare del 1790 tra il primo presidente degli Stati Uniti, George Washington, e Moses Seixas, presidente della sinagoga Touro di Newport, nel Rhode Island.

Nella sua risposta, Washington ha scritto: “possano i figli della stirpe di Abramo, che abitano questa terra, continuare a godere della benevolenza degli altri abitanti. Ognuno siederà al sicuro sotto la propria vite e il proprio fico e nessuno lo farà vivere nella paura.”

Parole che ancora oggi vengono considerate uno dei testi fondanti della libertà religiosa negli Stati Uniti.

Secondo un recente sondaggio citato durante le celebrazioni, il 77% degli americani ritiene che i Padri Fondatori oggi sarebbero “delusi” dallo stato del loro Paese. Proprio per questo, numerose organizzazioni ebraiche come Repair the World, lo Shalom Hartman Institute, il Pardes Institute e il Temple Emanu-El Streicker Center hanno scelto di affiancare i festeggiamenti a momenti di riflessione sul rapporto tra identità ebraica, libertà religiosa e partecipazione democratica.

Il discorso di Mamdani

Discorso di Zohran Mamdani, sindaco di New York, per il 4 luglio 2026

 

Le celebrazioni sono state inoltre accompagnate da un acceso dibattito politico dopo il discorso pronunciato dal sindaco di New York, Zohran Mamdani, che nel suo intervento per il 250° anniversario ha criticato le disuguaglianze economiche, le politiche migratorie e le risorse destinate alle spese militari anziché ai servizi sociali.

Le sue osservazioni hanno suscitato la reazione di numerosi esponenti del mondo ebraico, non tanto per il contenuto, quanto per il contesto in cui sono state pronunciate.

Il rabbino Mark Goldfeder, direttore del National Jewish Advocacy Center, ha ricordato che nella tradizione ebraica esiste un tempo per l’autocritica e uno per la celebrazione.

“L’ebraismo non reprime l’autocritica ma la disciplina attraverso il calendario” ha affermato il rabbino. “Esiste Tisha B’Av per riflettere sulle nostre colpe. Il 4 luglio è una festa nazionale e Mamdani ha trasformato una celebrazione in un elogio funebre.”

Anche il rabbino David Wolpe ha definito il discorso “poco saggio”, mentre il collega Menachem Levine lo ha paragonato al racconto biblico degli esploratori inviati da Mosè nella Terra Promessa, osservando che il sindaco avrebbe posto l’accento quasi esclusivamente sugli aspetti negativi degli Stati Uniti: “cominciano riconoscendo che la terra è buona, ma insistono sui pericoli fino a scoraggiare il popolo.”

Di tono diverso il commento del rabbino Daniel Friedman, che ha richiamato il pensiero del compianto Rav Jonathan Sacks, ex rabbino capo del Commonwealth, affermando che l’eccezionalismo americano non risiede nella forza economica o militare del Paese, ma nel suo essere una “nazione fondata su un patto”, costruita da generazioni di immigrati uniti da valori condivisi, responsabilità reciproca e libertà religiosa.

A 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza, il 4 luglio continua così a rappresentare per gli ebrei americani non solo una festa nazionale, ma anche il simbolo di una lunga storia di integrazione, partecipazione civile e libertà di culto, in un momento in cui il dibattito sul futuro della democrazia americana resta più acceso che mai.