di Marina Gersony
Tra memoria della Shoah, crescita degli episodi antisemiti e crisi demografica, torna l’idea di incentivare l’immigrazione ebraica come risposta strutturale a più crisi intrecciate. Una proposta che unisce sicurezza, economia e dimensione simbolica, ma che riapre un nodo centrale per l’Europa contemporanea.
“Più ebrei, per favore! Un appello per una nuova politica migratoria in Germania”: il titolo, già di per sé spiazzante, pubblicato dalla Jüdische Allgemeine, ha il tono di un paradosso politico e insieme di una provocazione storica. Un’esortazione che non può essere letta in superficie, senza che immediatamente si attivino le memorie più dolorose del Novecento europeo, quando la presenza ebraica veniva cancellata città dopo città, con conseguenze irreversibili per la vita culturale, civile e morale del continente.
L’eco più potente, quasi inevitabile, rimanda a un piccolo classico della letteratura mitteleuropea: Die Stadt ohne Juden, “La città senza ebrei”, scritto da Hugo Bettauer. In quelle pagine, Vienna appare svuotata, impoverita, privata non solo di una comunità, ma di una parte essenziale della propria identità culturale ed economica. Un’opera visionaria e inquietante, pubblicata nel 1922, che valse al suo autore enorme notorietà nella Vienna degli anni Venti e, pochi anni dopo, un destino tragico. Più che una distopia, una premonizione: la dimostrazione letteraria di quanto fragile possa essere una società quando scivola nell’odio sistemico.
Oggi, a distanza di oltre un secolo, quel tipo di immaginario torna a risuonare in un contesto europeo che si credeva definitivamente vaccinato contro certe derive. E invece, i dati raccontano altro. A Berlino, nel 2025, sono stati documentati 2.197 episodi di antisemitismo secondo il rapporto del centro di ricerca e informazione sull’antisemitismo RIAS (Recherche – und Informationsstelle Antisemitismus). Non si tratta soltanto di numeri: dietro le statistiche si delinea un clima sociale percepito da molti cittadini ebrei come sempre più ostile, fatto di intimidazioni, aggressioni, esclusione simbolica e una pressione quotidiana che incide sulle scelte di vita.
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Dal 7 ottobre 2023 in poi, la situazione si è ulteriormente inasprita. In molte città tedesche, ma non solo, il conflitto in Medio Oriente ha prodotto un effetto di traslazione immediata e spesso indiscriminata: la distinzione tra critica politica e antisemitismo si è fatta più fragile, più confusa, talvolta deliberatamente ignorata. Ne è derivato un clima in cui una parte della comunità ebraica percepisce di essere diventata bersaglio non solo di vecchi pregiudizi, ma anche di nuove forme di ostilità che si presentano come “progressiste” o “antisioniste”, ma che finiscono per alimentare dinamiche di esclusione reale.
Non è un dettaglio marginale che sempre più ebrei in Germania stiano valutando l’emigrazione. È un segnale che, nel paese della memoria per eccellenza, suona come un cortocircuito storico. Dopo il 1945, e ancora di più dopo la riunificazione, la presenza ebraica era tornata a crescere lentamente, simbolo di una rinascita civile. Oggi, quella traiettoria appare meno lineare, più incerta.
In questo contesto si inserisce la proposta avanzata da Mathias Döpfner, CEO della casa editrice Axel Springer: introdurre un regime preferenziale di immigrazione e naturalizzazione per famiglie ebraiche, come risposta strutturale alla nuova ondata di antisemitismo. Un’idea che può apparire controintuitiva – perché affronta la minaccia non con la ritirata, ma con una forma di presenza rafforzata – ma che si fonda su un principio politico preciso: rendere la vita ebraica più visibile, più radicata, dunque più protetta proprio attraverso la sua normalizzazione nello spazio pubblico.
Non è la prima volta che la Germania si confronta con l’idea di un’immigrazione ebraica strutturata. L’esperienza degli anni ’90 e 2000, legata all’arrivo di ebrei dall’ex Unione Sovietica, viene spesso citata come un precedente di successo. Quelle comunità, inizialmente arrivate come rifugiati o beneficiari di quote, si sono integrate nel tessuto sociale tedesco con una rapidità sorprendente. Molti loro figli e nipoti sono oggi medici, ingegneri, avvocati, giornalisti, artisti: una presenza che ha contribuito in modo significativo alla società contemporanea.
Oggi lo stesso ragionamento viene riproposto in un contesto però molto diverso. La Germania, secondo uno studio dell’Institut der deutschen Wirtschaft (IW) si prepara a una trasformazione demografica profonda: nei prossimi dieci anni il numero dei pensionamenti supererà di gran lunga quello dei nuovi ingressi nel mercato del lavoro, con una carenza stimata di oltre quattro milioni di lavoratori entro il 2036. In questo scenario, l’immigrazione qualificata non è più soltanto una scelta politica, ma una necessità strutturale.
Ed è qui che il discorso si intreccia con la geopolitica delle diaspore. Professionisti altamente qualificati – da Israele all’Argentina, dalla Russia a Israele – rappresentano già oggi un bacino globale di competenze in settori come l’informatica, la medicina e la ricerca scientifica. Una parte di queste persone guarda alla Germania con interesse, ma anche con cautela, proprio alla luce del clima politico e sociale degli ultimi anni.
La proposta di incentivare l’immigrazione ebraica non è quindi soltanto una misura demografica o economica. È, nelle intenzioni dei suoi sostenitori, anche un messaggio simbolico: riaffermare che la vita ebraica appartiene stabilmente alla Germania contemporanea. Alcuni esponenti politici lo ripetono con formule nette: senza ebrei, non può esistere una Germania pienamente democratica. Ma le dichiarazioni, da sole, non bastano. Richiedono politiche, infrastrutture, protezione concreta, e soprattutto continuità.
Il nodo centrale resta infatti culturale prima ancora che legislativo. La presenza ebraica non può essere trattata come una variabile sostituibile in un algoritmo demografico. È una questione di fiducia, di sicurezza percepita, di spazio pubblico condiviso. E qui il rischio più evidente è che l’antisemitismo contemporaneo – meno esplicito ma non meno pervasivo – continui a ridefinire i confini dell’appartenenza, spingendo fuori, lentamente ma costantemente, chi dovrebbe invece essere parte integrante della società.
A distanza di un secolo dalla Vienna descritta da Bettauer, la domanda rimane inquietante nella sua semplicità: che cosa diventa una società quando si abitua all’assenza di una delle sue componenti storiche? La risposta, allora come oggi, non riguarda solo le minoranze coinvolte. Riguarda l’idea stessa di Europa.



