La debolezza della democrazia, la crisi della Unione Europea e il rischio della fine del mondo così come lo conosciamo

Opinioni

di Claudio Vercelli

[Storia e controstorie]

Che l’Unione europea sia un organismo declinante è oramai cosa evidente. Non si tratta di fare i menagrami, gli uccelli del malaugurio o, peggio ancora, le Cassandre compiaciute del catastrofismo. Poiché la crisi che ha investito, da almeno una decina d’anni, questa non solo incompleta ma anche informe organizzazione, sospesa a metà tra il continuare ad essere una conferenza intergovernativa, con qualche prerogativa in più di quelle tradizionali, e il manifestarsi come un progetto del tutto incompiuto sul piano di ipotetiche funzioni federali, è destinata a colpirci per i suoi effetti di lungo periodo.

Peraltro le difficoltà e le incongruenze dell’Unione sono lo specchio di un più ampio processo di trasformazione che chiama in causa non solo il nostro Continente, ma l’intero pianeta. Gli equilibri e gli assetti di lungo periodo che avevano caratterizzato il mondo intero dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi, e che solo in parte erano risultati erosi dalla fine del bipolarismo nel 1989, ora rivelano la loro progressiva estinzione. In storia, comunque, nulla è destinato a sopravvivere a sé, ovvero alla sua funzione. Quando quest’ultima termina, viene a mancare anche la ragione della sopravvivenza del soggetto che la incorpora. Questo per ribadire non solo che ciò che generiamo non è immortale, ma che dopo gli equilibri e le istituzioni trascorse altre ne seguiranno. Non siamo alla fine del mondo ma, forse, del nostro mondo, ovvero del modo in cui continuiamo a concepirlo. Sta di fatto, tuttavia, che le transizioni sono sempre piene di incognite. La debolezza della democrazia, nelle sue diverse forme, soprattutto liberale e sociale, è un fatto evidente.

Le frizioni che si ingenerano con le evoluzioni dei mercati, quand’essi non siano sottoposti a qualche vincolo sovrano, sono non meno palesi. I modelli di democrazia con i quali ci siamo confrontati, e nei quali abbiamo vissuto, costituiscono il prodotto di un’evoluzione storica che proprio dal “patto” postbellico, sottoscritto nel 1945 sulle macerie fumanti dell’Europa (e non solo di essa), ha tratto la sua forza e la sua legittimazione. Venendo meno quel patto democratico, poiché le condizioni in cui nazioni, collettività, individui si trovano comunemente ad operare sono radicalmente cambiate, anche la nozione e le pratiche politiche sono destinate a mutare.

Il declino dell’Unione europea si inscrive dentro queste dinamiche, essendosi trovata, a più di cinquant’anni dalla costituzione delle Comunità europea, a essere un soggetto senza partitura, qualcosa che avrebbe dovuto dare corpo a un progetto condiviso che si è rivelato, alla resa dei conti, non in grado di realizzare. Era un’impresa ambiziosa, ma non impossibile. L’obiettivo centrale della medesima, al netto di tante altre ragioni pur nobili, era creare le premesse di una maggiore giustizia sociale, in un continente che, proprio a causa delle iniquità, aveva dato ripetutamente fuoco alle polveri della guerra. La ricchezza economica delle nazioni che la compongono era la chiave fondamentale di un tale, possibile sviluppo. Le cose si stanno disponendo diversamente e si vedrà cosa ne potrà derivare. Rimane un problema di fondo, che rimanda anche alle ragioni di queste righe. La costruzione, sia pure complessa, di una struttura continentale federata, doveva servire non solo a garantire il benessere delle maggioranze, ma anche a tutelare le specificità delle minoranze. Poiché nessun nazionalismo, per quanto possa essere bene intenzionato in tale senso, può offrire pari certezze. Per sua stessa natura, infatti, la nazione tende ad omogeneizzare: non crea solo un unico centro politico e istituzionale, lo Stato, ma propende ad attenuare le diversità culturali e storiche di coloro che la compongono.

Entro certi limiti tutto ciò non ha in sé nulla di male, poiché l’essere cittadini implica senz’altro il chiedere di venire riconosciuti come persone, con la propria specificità, ma anche l’accettare di essere leali nei confronti delle norme e delle regole che garantiscono la vita insieme. Tra di esse, la fedeltà alle istituzioni. Ma bisogna poi vedere quali siano, e cosa comportino, queste regole. Soprattutto, da chi vengano dettate e con quali obiettivi. Poiché non sono il prodotto di qualcosa di astratto, ma di concreti rapporti di forza. Non sempre la legalità, infatti, corrisponde alla legittimità. È legale ciò che è conforme alle regole vigenti; è legittimo ciò che risponde ad imperativi morali non sindacabili.

La questione del potere, ossia di chi ha la forza di decidere e di imporre sugli altri la propria volontà, è allora strategica. In una democrazia liberale e sociale i centri di potere, non a caso, sono molti. Principalmente per evitare che troppa forza si concentri in poche mani. Quando questo invece avviene, le minoranze quasi sempre sono a rischio. Non per capriccio del potente di turno, autocrate, despota, dittatore o capo che sia (anche il “popolo” può essere dispotico, se vogliamo ragionare in questi termini), ma per l’ossessione che si crea rispetto a chi non è omologabile agli interessi e agli obiettivi di una maggioranza che viene completamente schiacciata su un conformismo che è funzionale al potere medesimo. Chi non aderisce a tale principio di “fede” è da subito messo ai margini. Per non dire di peggio. Sarebbe allora meglio guardare con più attenzione cosa sta avvenendo in alcuni Paesi, non solo europei, rispetto alle libertà del corpo, a partire da quelle degli omosessuali. Non per un atto di “condiscendenza” o di simpatia o di identificazione, ma per interesse proprio. Poiché tutti i dispotismi moderni si sono costituiti su alcuni assi tra i quali la distruzione dei diritti delle minoranze (nel nome della prevalenza dell’assolutismo di una presunta “maggioranza”) e la repressione delle condotte che venivano (e continuano ad essere) definite come “immorali”. L’omofobia, d’altro canto, è strettamente legata all’antisemitismo. E l’antisemitismo è, a sua volta, parte di un più ampio insieme di pratiche che, colpendo il diritto alla differenza, obbliga all’uniformità di condotte e pensieri. La crisi dell’Unione europea, che evidentemente non è solo una questione di “tecnocrazie” e bilanci, ci impone di riflettere sulla traiettoria che andiamo assumendo. Per non uscire da una democrazia non solo liberale, ma anche libertaria.

 

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