Il Giappone e gli ebrei: il Piano Fugu, un libro e la storia

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”Il Piano Fugu: la storia mai raccontata dei giapponesi e degli ebrei durante la seconda guerra mondiale” è il titolo del libro di Marvin Tokayer, un rabbino che ha lavorato a lungo in Giappone, e di Mary Swartz, non ancora tradotto dalla sua edizione originale in inglese. A metà fra storia e romanzo, si basa su interviste e documenti finora inediti.

Il Piano Fugu fu un progetto messo a punto dai giapponesi attorno agli anni Trenta, che prevedeva che un certo numero di ebrei in fuga dall’Europa nazista si insediassero in Giappone, a vantaggio dell’Impero del Tenno. Il Piano fu delineato per la prima volta nel 1934 e messo a punto nel 1938, ma la firma nel 1940 del Patto Tripartito del Giappone con Germania e Italia ne impedì la piena realizzazione.

In tutta la letteratura dell’Olocausto e della Seconda Guerra, degli ebrei europei in fuga verso l’improbabile paradiso del Giappone non si era mai parlato. In questo libro si seguono le vicende dei profughi lungo il loro viaggio attraverso la Russia staliniana, le loro esperienze in Giappone e la loro lotta per la sopravvivenza in un ghetto asiatico.

All’inizio del ‘900 in Giappone non si sapeva neanche cosa fossero gli ebrei. Il primo ‘contatto’ che ebbero con loro i giapponesi era avvenuto attraverso la lettura di un classico dell’antisemitismo, “I protocolli dei savi di Sion”, durante la guerra che nel 1919 avevano combattuto a fianco dei Russi Bianchi (antisemiti) contro l’Armata Rossa. Non furono certo gli unici a divorare avidamente il libello, ma mentre in occidente e fra i musulmani esso fu pretesto per atteggiamenti ostili e fanatici, i giapponesi furono i soli a considerare positivamente il libello credendo veramente nella potenza malefica degli ebrei per sfruttarla e ispirarsi a essa per la modernizzazione del loro stato. Se gli ebrei erano così capaci di conquistare il mondo come andava predicando il libro, perché non aiutarli e farsene degli alleati?

La parola Fugu con cui si denominò il Piano è il nome di un pesce molto pregiato e apprezzato in oriente, ma che può essere velenosissimo se non lo si sa maneggiare con mani esperte ed estrema cautela: proprio come bisognava fare con gli ebrei insomma. Altrimenti il risultato sarebbe stato controproducente e gli ebrei avrebbero annientato i giapponesi col loro terribile potere.

Siamo fra il 1934 e il 1940, Tokio aveva già invaso la Manciuria (Manchukuo) e una consistente parte della popolazione ebraica che già vi risiedeva, soprattutto nella città di Harbin, ne era fuggita trovando rifugio a Shanghai. C’era assoluta necessità di ripopolamento, e il Piano Fugu offriva quindi garanzie e incentivi agli ebrei, e prevedeva che una volta installati là essi avrebbero dovuto trasformare quella regione in uno stato indipendente e farne una specie di tampone contro l’Unione Sovietica. Non si trattò di deportazione degli ebrei in questa nuova ‘Uganda’, ma di migrazione volontaria, per cui vennero presi contatti con alti funzionari dell’ebraismo per l’organizzazione e le prospettive per il futuro, si offrirono loro ampie assicurazioni sulla più completa libertà di religione, e strutture di vita sociale e comunitaria, di cui restano tracce tuttora nella città di Harbin. Tutto questo in cambio della loro abilità tecnica e finanziaria, del loro capitale e dell’influenza e simpatia che questa manovra avrebbe suscitato nell’ebraismo americano: tutto in funzione della costruzione dell’impero giapponese del 20° secolo, la cosiddetta “greater East Asia co-prosperity Sphere”.

Da parte della politica giapponese naturalmente le cose non si presentavano così semplici. Nel 1938 si tenne una famosa Conferenza detta ‘dei Cinque Ministri’ in cui venne dibattuto il problema di non compromettere le relazioni con la Germania, che si andavano facendo sempre più strette: d’altro canto gli ebrei cominciavano a fuggire dall’Europa. Il governo diede allora il consenso a che il Piano Fugu decollasse senza che però incrinasse in alcun modo i rapporti con la Germania. Seguirono anni di ulteriori difficoltà dovute al Patto di non-aggressione fra Russia e Germania che di fatto impediva il passaggio degli ebrei dall’Europa al Giappone. Il Piano quindi dovette essere portato avanti per vie non ufficiali. Altre vicende poi fecero sì che gli ebrei fossero in gran parte dislocati nella Shanghai occupata, subito dopo l’attacco di Pearl Harbor, dal Giappone.

L’entrata nel 1940 del Giappone nel Patto Tripartito avrebbe determinato il fallimento del Piano Fugu, tuttavia – mentre l’Olocausto infuriava per l’Europa – fu innegabile il suo contributo per la sopravvivenza di migliaia di ebrei. Certo avrebbero potuto salvarsi a milioni se il progetto avesse avuto successo – e l’autore del libro spiega perché ciò non avvenne – e forse la sua attuazione avrebbe addirittura impedito la guerra fra Giappone e Stati Uniti.

Nel 1942 il governo giapponese ufficialmente revocò la decisione dei ‘Cinque Ministri’ cancellando del tutto il suo già quasi inesistente sostegno al quasi inesistente Piano Fugu. La pressione nazista si fece ancor più pressante negli anni successivi, obbligando di fatto i giapponesi, che si erano comunque opposti alla ‘soluzione finale’ in Asia, a concentrare gli ebrei in quello che fu chiamato il ghetto di Shanghai da cui sarebbero stati liberati solo con l’attacco degli aerei alleati.

Il Piano Fugu era di fatto fallito. Gli ebrei che avevano trovato rifugio in Giappone e nella Cina controllata dal Giappone, non avevano contribuito per nulla a risollevarne l’economia con i loro presunti potenti mezzi. Quei poveri profughi che erano arrivati letteralmente con solo i vestiti che avevano indosso non erano certo i ricchi banchieri sul cui intervento prestigioso si contava. Tuttavia varie migliaia di loro vennero strappati alla triste fine che li avrebbe attesi in Europa da quell’offerta di rifugio in Asia e dall’atteggiamento filo-ebraico, ancorché temporaneo, dei giapponesi. E in tale contesto si ricorda l’opera meritoria del console giapponese in Lituania Sugihara Chiune che fornì a migliaia di ebrei falsi visti perché potessero raggiungere con la transiberiana la città di Kobe negli anni 1940-41. Il console nel 1985 venne insignito dallo Stato di Israele del titolo di Giusto fra le Nazioni.

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