Simone Veil: una militante appassionata, dei diritti e della libertà

Di: 

Ilaria Ester Ramazzotti

31/07/2017
Simone Veil

Simone Veil

Une vie, sceglie di intitolare la sua autobiografia, uscita nel 2007 in occasione dei suoi ottant’anni; eppure quella di Simone Veil non appare così semplicemente definibile. La sua vita incarna piuttosto un concatenarsi di eventi personali, storici e politici fusi in un connubio capace di raccontare la sua straordinaria esperienza insieme alla vita del popolo ebraico e alla storia europea del Novecento.
Morta nella sua casa di Parigi il 30 giugno, Simone Veil, nome che prende da Antoine Veil che sposa nel 1946, lascia tre figli e un’eredità di primo piano a più livelli: come donna, intellettuale, accademico, politico.
Una persona forte, determinata, indignata, appassionata, ma serena e libera. Così la descrive chi l’ha conosciuta e così sarà ricordata questa donna complessa e combattiva, sopravvissuta alla Shoah e poi diventata avvocato, magistrato, parlamentare, ministro della Repubblica francese e primo Presidente, nel 1979, del Parlamento europeo. Simone Veil era l’espressione della «Francia migliore, possa il suo esempio ispirare i nostri connazionali», scrive di lei il 30 giugno in un tweet il presidente francese Emmanuel Macron. «Resterà immortale», commenta invece Nicolas Sarkozy. È tumulata al Panthèon di Parigi insieme ai grandi di Francia.
La sua vita rimane forgiata più di tutto dalle vicende vissute come giovane ebrea nell’Europa del secolo buio. Nata a Nizza nel 1927 con il nome di Simone Jacob, deportata ad Auschwitz nel 1944 e liberata nell’aprile del 1945, insieme a sua sorella sopravvive ritrovandosi al centro di un’Europa distrutta, dopo aver perso la madre, il padre, l’altra sorella e il fratello. Porterà sempre inciso sulla pelle il numero di matricola 78651, per sua precisa scelta, e la convinzione che gli «uomini sono capaci del meglio e del peggio». Di quell’esperienza lacerante farà un bagaglio privato e pubblico, un confine oltre il quale sentirà sempre il dovere urgente della memoria, della lotta per i diritti civili e della costruzione democratica di una nuova Europa.

Le battaglie civili
Nominata ministro della Sanità nel governo di Jacques Chirac, nel 1974 si batte per l’approvazione della legge sulla legalizzazione dell’aborto in Francia, ottenuta dopo duri attacchi e critiche feroci. «Nel corso della sua lunga carriera promuove l’emancipazione femminile e difende i diritti delle donne con coraggio e dignità», come ha scritto in un comunicato Francis Kalifat a nome di Crif, Conseil Représentatif des Institutions Juives de France. Femminista «lo sono sempre stata», dice di se stessa, «e nei tempi recenti ancora di più».
Si batte anche per la dignità dei detenuti nelle carceri. Come Presidente del Parlamento Europeo, dal 1979 al 1982, si impegna a difendere l’autorità delle nuove istituzioni di Strasburgo e, nel 1984, viene rieletta europarlamentare. Nel marzo 1993 è nominata ministro della Sanità, degli Affari Sociali e delle Aree Urbane nel governo di Edouard Balladur. Resterà in carica fino al maggio 1995. Dal 1998 al 2007 fa inoltre parte del Consiglio Costituzionale.

Simone Veil nell'uniforme della Accademia di Francia

Simone Veil nell’uniforme della Accademia di Francia

Simone Veil è altresì eletta membro della prestigiosa Académie française nel 2008 ed è tra i soci fondatori e presidente onorario della Fondation pour la Mémoire de la Shoah.
Fra le sue diverse esperienze e appassionate battaglie, rimane costantemente una militante e una promotrice della memoria della Shoah. «I convogli, il buio, la paura, il lavoro forzato, la prigionia, le baracche, la malattia, il freddo, la mancanza di sonno, la fame, l’umiliazione, l’avvilimento, le grida di dolore strazianti, nulla si cancella», scrive Simone Veil nella sua autobiografia sessant’anni dopo quei fatti.

Una testimonianza che definisce necessaria delle prove superate a nome «di tutti quei morti che ci sono stati così cari, conoscenti o sconosciuti, che tacciono.
So – afferma – che non ci libereremo mai di loro».

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