Linda Sarsour

Linda Sarsour: americana, palestinese, musulmana, anti-israeliana

di Nathan Greppi

Da quando Donald Trump è stato eletto alla Casa Bianca, negli USA molte minoranze hanno cominciato a sentirsi minacciate da questo presidente tanto ambiguo: musulmani, neri, ispanici, gay, tutti questi gruppi si sono coalizzati portando avanti numerose proteste nel loro paese. Ciò ha portato alla ribalta nuove figure nel campo dell’attivismo politico, alcune delle quali molto controverse. Una di queste è Linda Sarsour, tra i principali portavoce della comunità islamica statunitense e nota soprattutto per essere stata tra gli organizzatori, il 21 gennaio 2017, della Marcia delle Donne su Washington (per cui hanno manifestato a migliaia anche nel resto del mondo, comprese Milano e Roma).

Ma chi è Linda Sarsour? Come raccontava nell’agosto 2015 il New York Times, è nata a Brooklin 37 anni fa da genitori palestinesi, e a 17 si è sposata in un matrimonio combinato. Ha iniziato la sua carriera lavorando per l’Associazione Araba Americana di New York (di qui è stata direttrice dal 2011 al febbraio 2017), e dopo l’11 settembre ha partecipato a numerose manifestazioni per impedire alla polizia di sorvegliare i musulmani newyorkesi. Alle presidenziali del 2016 ha preso parte alla campagna in favore di Bernie Sanders, e il 21 gennaio di quest’anno, esattamente il giorno dopo che Trump ha prestato giuramento, è stata tra le guide della Marcia per le Donne, tanto che la rivista TIME l’ha inserita nella lista delle 100 persone più influenti dell’anno.

Tuttavia, oltre a ottenere la stima e l’ammirazione di molti liberal americani, la Sarsour è stata anche al centro di numerose polemiche: infatti, oltre a essere una fervente sostenitrice del movimento BDS, in un’intervista rilasciata al settimanale The Nation ha dichiarato che il sionismo è incompatibile con il femminismo, e che chi sostiene i diritti delle donne deve sostenere anche i palestinesi. Inoltre, come ha raccontato il Tablet Magazine, il 2 aprile ha partecipato a un evento organizzato a Chicago dall’organizzazione ebraica antisionista Jewish Voice for Peace (JVP) e in cui l’”ospite d’onore” era la terrorista Rasmea Odeh, che nel ’69 uccise a Gerusalemme due studenti universitari, e che 11 anni dopo fu rilasciata in uno scambio di prigionieri. A ciò va aggiunto che in un altro evento, sempre tenuto dal JVP, ha affermato che l’antisemitismo “è diverso dal razzismo anti-nero e dall’islamofobia in quanto non è sistemico”.

Ma le sue affermazioni più inquietanti non sono legate solo al mondo ebraico: infatti, alla convention annuale dell’Islamic Society of North America, la Sarsour ha usato chiaramente la parola jihad in riferimento alle proteste contro le politiche di Trump: “Spero che… quando scendiamo in campo contro coloro che opprimono le nostre comunità, che Allah lo accetti come una forma di jihad da parte nostra, poiché stiamo combattendo contro tiranni e dominatori non solo laggiù in Medio Oriente o dall’altra parte del mondo, ma qui in questi Stati Uniti d’America, dove avete fascisti, suprematisti bianchi e islamofobi che regnano alla Casa Bianca”. Nonostante ciò abbia suscitato molta indignazione, la Sarsour non si è scusata, e anzi è arrivata a dire, in un’intervista al Washington Post, che quello di jihad è un concetto pacifico, di cui la destra vorrebbe storpiare il significato.

Un altro scandalo di cui si è resa protagonista è quello in cui venne contestata da Ayaan Hirsi Ali, un’attivista somala-americana per i diritti delle donne che a 5 anni subì la mutilazione genitale femminile, la quale accusò la Sarsour di non essere una vera femminista; quest’ultima ha ribattuto su twitter dicendo che “vorrei tanto poterle strappare via la vagina. Non merita di essere una donna.”

Per placare in parte le accuse nei suoi confronti, a febbraio la Sarsour ha promosso una raccolta fondi per ristrutturare diversi cimiteri ebraici che poco tempo prima avevano subito atti di vandalismo, riuscendo a raccogliere ben 162.000 dollari da circa 5000 donatori; tuttavia, a fine luglio, la rivista ebraica Algemeiner ha riportato che la Sarsour non ha ancora dato un solo dollaro: in particolare, al Cimitero Golden Hill di Lakewood, in Colorado, ne aveva promessi 100.000 per marzo. Per difendersi, la Sarsour ha dichiarato sul suo profilo facebook di essere stata presa di mira da “sionisti di destra.”

 

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