di Murilo Cambruzzi (CDEC)
Pubblichiamo il discorso pronunciato in occasione di Shavuot del 1942al Tempio di Firenze da Rav Nathan Cassuto z”l, rabbino capo del capopluogo toscano dal 1943, deportato ad Auschwitz da Milano e scomparso nel 1945 presumibilmente ucciso durante la ritirata nazista.
(Nella foto, scattata alla Scuola ebraica di Milano, da destra Pio Foà, Rav Nathan Cassuto e un prof. Tedeschi, tutti deportati e uccisi ad Auschwitz).
Rav Nathan Cassuto Z’’L, nato a Firenze l’11 ottobre 1909, fu medico oculista e studioso di formazione sia scientifica sia rabbinica, laureandosi in medicina nel 1933 e completando gli studi rabbinici nel 1938. A causa delle leggi razziste fasciste perse opportunità di studio negli Stati Uniti; provò ad emigrare in Israele con la famiglia, ma non riuscì a causa delle restrizioni imposte dalle autorità britanniche. Nel 1939 divenne vicerabbino capo a Milano, dove insegnava lingua e pensiero ebraico nella scuola ebraica. Nel 1943 ritorna a Firenze come rabbino capo, dove si impegnò nel rafforzamento delle istituzioni ebraiche e nell’assistenza a profughi e perseguitati, anche con la collaborazione di ambienti cattolici e della resistenza.
Il 26 novembre 1943 fu arrestato dalla Gestapo insieme ai collaboratori; deportato da Milano attraverso vari campi di concentramento fino ad Auschwitz e poi in Slesia, scomparve nel 1945 presumibilmente ucciso durante la ritirata nazista. La moglie sopravvisse alla deportazione e rientrò in Italia per poi fare aliyà in Israele, dove rimase uccisa durante la guerra d’indipendenza israeliana. il 13 aprile 1948 in un attacco a un convoglio medico diretto all’ospedale Hadassah.
Cassuto lasciò anche contributi scientifici nel campo dell’oftalmologia pubblicati tra gli anni ’30.
Il discorso pronunciato per Shavuot al tempio di Firenze nel 1942
(Discorso conservato presso la Fondazione CDEC, Documenti e testimonianze su Nathan Cassuto)
Miei cari fratelli,
La Torà, che oggi celebriamo nel giorno fausto in cui fu donata al popolo d’Israel, la Torà, che fu creata da D.o prima ancora di dare inizio all’opera della creazione del mondo, presenta all’occhio attento di chi la studia con amore e con reverenza, un’armonia solenne e soave nello stesso tempo quale è quelle che si effonde dall’altra opera di D.o, dal creato, almeno per coloro che hanno educato la loro mente e i loro sensi a percepire questo immenso divino concerto. E ‘ armonia di numeri, quella della Torà, è armonia di parti, è armonia di architettura generale ed è armonia dei più minuti particolari – se pur talvolta possa cogliere il dubbio che certe corrispondente, certe coincidenze siano puramente casuali, solo frutto della nostra accesa fantasia, del grande amore e del lungo studio il voler vi sono brani della Torà medesima, come cui con quella essa si inizia, come quale il decalogo che testè abbiamo letto insieme, che, per la fondamentale importanza del loro contenuto dobbiamo immaginare curati nella sostanza e nella forma in maniera tale da dare un significato a tutti i più minuti particolari, a tutte le lettere, a tutti gli accenti.
E difatti, in tutti i tempi; i maestri ebrei si sono adoperati con tutta l’acutezza del loro ingegno a rendere palese anche a coloro che a prima vista non sono capaci di afferrare il senso di perfezione, di compiutezza, di sublime consonanza che si sprigiona da queste linee della Torà. Non è mio intendimento di approfondire oggi tutto l’interessante ed attraente argomento; desidero solo sfiorarne qualche particolare e farvene dono, mie cari fratelli, perché, nel giorno della festa della Tora, voi possiate portare con voi, nel vostro cuore, un elemento di più che vi induca all’amore per la Tora, all’ammirazione per la sua perfetta struttura e il desiderio di seguirne le leggi sante in genere ed una in particolare – Una prima singolarità si mette da sola in evidenza quando imprendiamo lo studio del Decalogo che è diviso, come è noto, in due tavole contenenti ognuna 5 comandamenti, e cioè il fatto che i primi 5 contengono tutti l’espressione ה׳ אלק׳ך, il Signore tuo Dio, che non compare invece in nessuno degli altri cinque. Sono, i primi, i comandamenti che riguardano i rapporti dell’ uomo con Dio, mentre gli altri regolano le relazioni fra uomo ed uomo, ed è naturale quindi che a suggello e conferma di questa differenziazione sia stato posto in ognuno dei primi il nome ineffabile di Dio Benedetto – Ed una corrispondenza, un’analogia è stata notata fra i comandamenti che occupano lo stesso poste nelle due tavole; così quello che è in testa alla 2a, che vieta di attentare all’esistenza dell’ uomo, è analogo al primo dell’altra tavola che afferma l’esistenza di D-o.
Ma uno di essi appare ad un primo sguardo superficiale come fuori del suo posto, e sembra quasi alterare l’armonia che cominciamo a intravedere nelle parole divise direttamente a Israel dal Sinai: כבד את אביך ואת אמך
È questo il 5° dei comandamenti, fa parte perciò della prima tavola e contiene il nome santo di D-o. – Eppure esso sembra trattare di rapporti esclusivamente umani fra i figli, da una parte, e i genitori dall’altra; eppure if nome di D-o, espresso incidentalmente, non sembra trasportare il commando stesso su una più elevata sfera, su quella dei rapporti dell’uomo con D’o – Hanno sentenziato i nostri maestri…
Tre voci si uniscono per dar vita all’individuo; il Santo, che Benedetto egli sia, il padre e la madre. Questa sentenza comincia ad aprire gli occhi ed ad arrivare sulla strada della retta interpretazione di questo precetto nel quadro generale del decalogo; il padre e la madre non sono da parti dello stesso piano di tutti gli altri uomini; essi hanno collaborato con la Sapienza divina nella nostra formazione, e devono perciò essere considerati dai figli come esseri speciali, distinti dalla massa comune degli uomini. Tutto questo però non è sufficiente ancora a spiegare la speciale posizione del comandamento perché pur mostrandoci la figura del padre e della madre sotto una luce del tutto scura, non li fa uscire, e non può farli uscire, dal complesso del genere umano… I maestri continuano però così il loro dire בגמן טאצה.
Quando l’uomo onora suo padre e sua madre, lui dici, il Santo che B. egli sia, glielo valuto come se anche io abitassi con loro ed egli onorasse me. L’onore reso al padre e alla madre è dunque onoro reso implicitamente al Signore, che si è servito dalle loro collaborazioni nella formulazione dell’individuo – Ecco dunque che comincia a delinearsi la grandissima importanza che D-o ha voluto attribuire a questo comandamento che è di transizione fra i due gruppi che abbiamo messo in evidenza, uno che sta, sotto l’aspetto teste illustrato, perfettamente al suo posto fra quelli che regolano la condotta dell’ uomo nei riguardi della divinità. E tale importanza risulterà ancora un’altra particolarità, è ciò che tutti i comandamenti sono espressi nella forma negativa del לו תעסה, del “non fare”, eccettuati il primo ed il quinto, quello cioè della sublime affermazione dell’esistenza di D-o, e il nostro che afferma dei collaboratori con D-o nella preparazione della umana specie sulla terra, i quali soli sono espressi in forma affermativa. In questa caratteristica sono pure accomunati i genitori a D-o, e l’avvicinamento non è da credersi puramente formale perché, come ho dette, tutte le particolarità hanno qui un significato profondo, tutte le apparenti coincidenze racchiudono in sé un insegnamento nascosto.
E non è da credere che la precedenza data nel nostro comandamento al padre debba necessariamente indicare che un maggior onore si debba rendere al padre stesso e che la madre invece debba venir relegata in posizione secondaria; che l’ebraismo ha sempre tenuto a mettere i due genitori sullo stesso piano senza fare alcuna differenza fra l’uno e l’altra. את אמו ואביו תיראו, ognuno di voi deve aver timore di sua madre e di suo padre, è detto in altro passo della Torà; e qui la madre precede il padre. Si è veduto in questo fatto l’assoluta uguaglianza dei genitori di fronte ai figli inquantochè è data la precedenza padre nel comandamento dell’onore do tributar loro, perché l’uomo sarebbe piuttosto portato a onorare e venerare la fragile femminilità della mamma, ed è data la precedenza alla madre nel comandamento del timore perché l’uomo sarebbe friú disposto a temere la figura maschia di suo padre. Invece no: nell’onore e nel timore ambedue i genitori devono essere considerati alla stessa stregua. Ed è questa una delle grandi conquiste dell’ebraismo, se pure ai giorni nostri, quando ormai questa legge morale ha già varcato da tempo i limiti della ristretta cerchia dei figli d’Israel e si è ormai imposta alla coscienza di tutti gli uomini civili, essa appaia qualcosa di ovvio, di naturale, direi quasi di superfluo, per lo meno nella sua affermazione teorica – Ho detto grande conquista, pensiamo infatti, miei cari fratelli, alla condizione di legale inferiorità in cui era tenuta la donna nell’antichità orientale e ci renderemo facilmente conto dell’immenso contributo apportato anche in questo campo al progresso morale dell’uomo dall’ebraismo, come l’affermazione esplicita dell’uguaglianza assoluta di doveri dell’uomo stesso verso suo padre e verso sua madre.
E quali sono questi doveri? Si dire che non fa d’uopo invero un insegnamento preciso a questo riguardo, perché ogni persona bennata e di buoni sentimenti sa quasi per natura come devi comportarsi verso i suoi genitori. Ma l’ebraismo, che niente lascia abbandonato al caso, che non ama l’imprecisione e l’incertezza, ha una letteratura ricca su questo argomento, ricca di norme e di aneddoti, di leggi penali e di consigli amorevoli.
Non mi soffermo, altro che per ricordarlo, che secondo la legge ebraica chi colpisce o soltanto maledice uno dei genitori può essere passibile della pena di morte; tali misfatti sono ormai così estranei alla mentalità dell’ebreo, che non vale la pena di illustrare con copia di parole simili disposizioni di legge. È utile piuttosto sapere che si rende onore al padre e alla madre, e si mostra il timore verso di loro, con la sottomissione completa alla loro volontà, con l’obbedienza assoluta, cieca, illimitata ai loro comandi e ai loro desideri. Non esistono quasi eccezioni a una simile linea di condotta. Per quanto il padre o la madre possano essere persone spregevoli, colpevoli, o in qualsiasi modo indegne di rispetto da parte di qualsiasi umana creatura, per quanto possa apparire sciolto il vincolo dell’affetto scambievole per colpa palese dei genitori, per quanto il giudizio umano possa essere disposto a concedere le più ovvie delle attenuanti, ciononostante il dovere del rispetto e dell’obbedienza ai genitori non cessa neanche in simili casi, e i figli sono tenuti a onorare un padre generalmente ritenuto indegno di onorare, per il solo fatto ch’egli è l’autore dei suoi giorni.
Se tale è la condotta che si deve tenere nel caso estremo di indegnità dei genitori, pensiamo, miei cari, quanto dev’essere grande la dedizione dei figli ai loro genitori buoni e onesti, e rendiamoci esattamente conto della devozione illimitata, della sottomissione assoluta che si richiede loro, particolarmente nel caso più comune in cui, per attuarlo, non occorra da parte dei figli nessun sacrificio né il superamento di alcun senso di disgusto.
Solo in questa maniera, nell’onorare i genitori, si onora Iddio; come l’onore verso D-o deve essere incondizionato, l’osservanza della sua legge indiscussa, così la subordinazione ai genitori non può subire eccezioni, non deve incontrare ostacoli. È evidente che una simile condotta può tenersi con profitto e senza sacrificio solo nel caso, che vale tanto per i rapporti con D-o, quanto per quelli con i genitori, che consideriamo gli autori dei nostri giorni con sguardo amorevole, con sincerità, con affetto. Sentimenti, questi, che sono i più naturali, i più elementari nell’anima dei figli, che siano degni di questo nome.
E infine è da notare che, caso unico in tutti i 10 comandamenti di Dio, è indicato esplicitamente nel testo il שכר מצוה, il premio per chi osserva il precetto stesso, ed anche questo fatto deve contribuire a rendere convinti, se ancora ne fosse necessità, della speciale posizione che è data al 5° comandamento rispetto agli altri. Iddio ha voluto legare una generazione alla precedente con vincoli di affetto בעבותות אהבה Osea 11,4, e mentre negli altri 9 comandamenti non ha annunziato premi, né minacciato punizioni, lasciando all’uomo la piena responsabilità delle sue azioni sul piano morale e su quello materiale, senza stimoli di sorta e senza allettamenti, nel caso specifico ha creduto evidentemente di dover recedere da una simile linea, e di dover tentare con le sue parole verificarsi. Ed ha annunziato che colui che onorerà col dovuto riguardo i suoi genitori sarà premiato in maniera analoga alla buona azione da lui compiuta: egli ha reso filiale omaggio di bontà e di devozione a coloro che sono autori della sua vita, e nella vita stessa egli avrà il premio, in quanto essa sarà lunga e felice. Ma come colui che, nel lanciarsi nei gorghi insidiosi di un fiume per salvare una vita umana pericolante, sa di compiere un dovere e un’azione di grande valore sociale, e sa anche che riceverà la testimonianza palese dell’ammirazione e della gratitudine della società per il suo gesto generoso, ma non certo da un desiderio di onori e spinto ad agire, bensì dalla nobiltà dell’ anima sua, ugualmente ormai dopo migliaia di anni dal ׳תון תורה il figlio onora il padre e la madre perché sa che tale è il suo dovere compiuto.
E dall’altra parte, dalla parte dei genitori qual è la condotta da seguire nei riguardi dei figli? Quale la maniera con cui essi possono insensibilmente contribuire al compimento di una tale מצוה per parte dei figli? Non gioverà certo l’assidersi su un trono di regale superiorità, non gioverà il condurre una vita che possa prestare il fianco a rimproveri, non gioverà il disinteressarsi dei figli – Tutto ciò è ovvio; non vale la pena spendere ulteriormente parole – E non parlo dei doveri dei genitori verso la prole, perché ciò mi porterebbe troppo lontano del mio assunto; non accenno nemmeno dovere di educare i figli, di insegnare loro la Tora e l’osservanza della Tora, di dare loro un mestiere, una professione. Niente di tutto ciò. E’ necessario invece un avvertimento: si guardino i genitori dall’ostacolare i figli nell’osservanza della Tora: è questa una questione di grande delicatezza, perché non si dovrebbe mai porre i giovani figli di fronte a un dilemma così grave: la Torà o i genitori? Perché la soluzione di un tale dilemma è indicata chiaramente dalla legge a favor sua; perché l’anima del giovane che si apre spontanea alla comprensione et all’attrazione di ciò che è santo ha pieno diritto di non incontrare ostacoli sul suo cammino e di ritrarne invece gioie e soltanto gioie.
In ogni generazione si è credulo e si crede di dover riscontrare un conflitto fra le idee dei padri e quelle dei figli. Niente di più fittizio, invero, miei cari fratelli, inquantochè il progresso innegabile che ha compiuto l’umanità in migliaia di anni ha un andamento così lento che non può essere avvertito da una generazione all’altra. Solo l’età diversa fa considerare le cose sotto diversi punti di vista; ed occorre perciò molta buona volontà da ambe le parti, e soprattutto dalla parte più anziana, che ha maggiore esperienza e deve avere maggior senso di responsabilità. E’ doverosa, ripeto, per parte dei figli un’assoluta dedizione, una cieca obbedienza, ed è necessario per parte dei genitori facilitare ai figli il compimento di un tale dovere; in una simile atmosfera l’esecuzione del כבר את אב׳ך non passerà più giocando perché si svolgerà in ambiente di amore reciproco e di scambievole comprensione. Un simile quadro, miei cari, non è un’utopia irraggiungibile, לא בשמ׳ם ה׳א, non sta nel cielo, talché si possa dire: Chi salirà per noi nel cielo e ce lo presiderà, ma, lo asserisco per esperienza, è perfettamente realizzabile. Questo piccolo sforzo bilaterale, הש׳ב לו אבות על ונו׳, riporterà i cuori de padri verso i figli e i cuori dei figli verso i loro padri. In tal maniera l’armonica costruzione della Tora, inserendosi nell’armonia del nostro mondo, la completerà e la porterà quanto a noi, dalle nascoste meraviglie della nostra legge avremo tratto ancora una volta l’insegnamento e l’ammaestramento che ci rendono piú buoni e che ci inducono ad agire in maniera da essere graditi agli uomini e a D’o Benedetto.
Amen
בהעאוא
Se nell’anima dei genitori non alberga la comprensione per gli altri ideali della Torà, se ripugna loro, figli di un’epoca eccessivamente e dolorosamente razionalista, la pratica osservanza quotidiana delle norme della Legge, accolgono per lo meno come segno di benedizione divina il ritorno della religione sotto il loro tetto attraverso la nuova generazione, spiritualmente provata e perciò spiritualmente affinata, e siano grati a chi porta nella loro casa una particelle di questa nostra ebraica santità.



