Jewish and the City / I Comandamenti della libertà

di Carlotta Jarach e Davide Foa

valabrega-Pesach è la festività dell’ordine, ma anche della rottura dall’ordine: e così non c’è da stupirsi se non proprio tutto va come avevamo pianificato. Non erano abbastanza i posti a sedere per tutti coloro che ieri, 15 settembre, si sono affollati davanti all’entrata della Fondazione Corriere della Sera per partecipare a quello che veniva presentato come un ”talk show”, una maratona in cui professori e filosofi, ebrei e no, attraverso versetti della Torà si interrogavano per soli 15 minuti a testa sui vari aspetti della libertà.

”Comandamenti della libertà”, il titolo dell’evento: ”Non si parlerà davvero del Decalogo, ma abbiamo individuato dieci tappe fondamentali (diventate nove vista l’assenza di Lorenzo Cremonesi ndr), all’interno del Pentateuco, che verranno commentate”, così esordisce Stefano Jesurum, giornalista e membro del Comitato Promotore di Jewish and the City, moderatore dell’evento, sulle note del violino del musicista Marco Valabrega.

 

Jesurum-DisegniE dopo i ringraziamenti agli organizzatori e ai relatori, il primo a parlare è stato Rav Riccardo Di Segni, Rabbino Capo di Roma, con un intervento incentrato sul rapporto tra legge e libertà. ”La parola cherut in ebraico significa incisa, ma noi sappiamo che l’ebraico è una lingua consonantica, e possiamo cambiare le vocali mantenendo inalterata la parola. Possiamo quindi anche leggere charut che significa libero. Come a dire che solo chi è libero può occuparsi della Torà, della legge, che è appunto stata incisa”.

Incisione e libertà sono strettamente legate: mentre sulla pergamena ciò che viene scritto può essere lavato via, sulla pietra l’incisione è permanente. La legge incisa che diventa libertà, diventa parte di noi, stessa imperitura sostanza.

 

“Io sono il signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dalla Terra d’Egitto, dalla casa della schiavitù” (Esodo, 20;2). Inizia così l’intervento di Orietta Ombrosi, professoressa di Filosofia morale all’Università La Sapienza di Roma.

La docente ammette di provare tremore e timore nella lettura e nell’ascolto di questo verso, gli stessi sentimenti provati dagli israeliti quando intuirono la discesa del Signore, anche se invisibile. In quel caso fu il suono dello shofar a intimorirli di fronte a tanta potenza e infinitezza. Essi volevano comprendere cosa stesse accadendo, ma allo stesso tempo riconoscevano la loro impotenza.

Dopo il tremore e il timore, arriva però la rassicurazione per il popolo ebraico, contenuta tutta nelle parole con cui Dio si presenta.

La relatrice sottolinea il “tu” a cui il Signore si rivolge; quel “tu” indica, secondo Ombrosi, la volontà di stabilire una relazione Dio-uomo, necessaria per l’incisione (la stessa di cui parlava Rav Di Segni) della Torà nell’anima del singolo.

Dio poi rievoca la storia e precisamente il momento in cui ha liberato il popolo ebraico, “ti ho fatto uscire dalla Terra d’Egitto e dalla casa della schiavitù”. Una liberazione necessaria e il cui valore respiriamo ancora oggi: chi non è stato liberato non può considerarsi libero.

 

Viene quindi il turno di Andrea Molesini, autore e vincitore del premio Supercampiello nel 2011, e in questa maratona commentatore di Esodo 13, 8: “Tu poi spiegherai a tuo figlio, in quel giorno: ‘Noi pratichiamo questo culto in onore del Signore per tutto quello che Egli operò in mio favore alla mia uscita dall’Egitto'”.

Questo versetto mostra l’importanza della parola, come caratteristica dell’uomo, che lo responsabilizza facendolo divenire essere parlante. La parola, mezzo per liberare e allo stesso tempo per soggiogare, come per il Faraone, che con il suo assenso libera gli ebrei schiavi e che sempre con una parola attua il proprio ripensamento. Tu, padre, nel momento del racconto sarai colui che porterà la luce, libererai il figlio dall’oscurità: la libertà, come la parola, è scelta, è responsabilità. E a conclusione del suo quarto d’ora, Molesini termina il suo elogio alla parola citando il Re Lear di Shakespeare e una poesia di Borges. La narrazione e la descrizione come portatrici di bellezza.

 

La parola passa a Marco Ottolenghi, studioso di ebraismo e insegnante presso il Centro di Judaica Goren Goldstein dell’Università degli Studi di Milano. Egli ha il compito di affrontare il tema dell’obbligo di mangiare pane azzimo (Esodo 12, 18-20). Ma perché dobbiamo mangiare pane azzimo? Il relatore ricorda come esistano due spiegazioni possibili; la prima, e forse più nota, è quella di Rabban Gamliel, secondo cui dobbiamo mangiare pane azzimo per ricordare quello cotto in poco tempo dagli ebrei al momento della liberazione. La seconda invece ci ricorda che il pane azzimo fu il pane degli schiavi.

Lo stesso pane, dunque, è sia simbolo di schiavitù che di liberazione. Ottolenghi pone l’accento sul valore del precetto e soprattutto sull’importanza di porsi delle domande in merito al precetto stesso, proprio come è stato fatto per quello della matzà.

Solo grazie alla continua ricerca di un significato e alle continue domande in merito a obblighi e precetti, la Torà ci rende vivi, ci sprona ogni giorno.

 

I successivi quindici minuti sono affidati a Silvano Petrosino, docente di Filosofia all’Università Cattolica di Milano e al suo commento al Levitico 19,34: amerai lo straniero come te stesso poiché anche voi foste stranieri in terra d’Egitto. Nessun rapporto verticale col Creatore, spiega il Professore, può prescindere dal rapporto con la creatura. ”Una topologia sorprendente: per avere un rapporto diretto, sei costretto a deviare”. Per citare Rav Israel Salanter, i bisogni materiali del mio prossimo sono per me bisogni spirituali: per raggiungere quella che è la giustizia spirituale, ma soprattutto terrena, e rifuggire il grande mostro della vendetta, ricorda che anche tu sei stato l’ultimo tra gli ultimi. Ricorda, e non trasferire sugli altri la tua esperienza durissima: nulla giustifica il male, nemmeno l’averlo subito.

 

Tocca quindi al Preside della Facoltà di Teologia dell’Italia settentrionale, Monsignor Pierangelo Sequeri. Il suo è un discorso molto profondo capace di toccare da vicino ma con estrema cautela il verso 17 del capitolo 19 di Vaykrà. “Non odierai il tuo fratello in cuor tuo; ammonisci pure il tuo prossimo, ma non ti caricar d’un peccato a cagion di lui.”

Sequeri sottolinea due parole fondamentali: odio e ammonimento.

Chi è capace di frenare il sentimento d’odio, saprà ammonire il proprio fratello. L’ammonimento assume per altro un doppio valore; da un lato libera dall’odio chi lo pratica, dall’altro distoglie dal male il destinatario.

Chi ammonisce, un po’ come una sentinella, si sottrae alla complicità del male e il giorno in cui non ci saranno più persone capaci di ammonire, allora potremo considerarci perduti. Dio stesso mostra il suo amore con i suoi ammonimenti.

 

C’è spazio anche per un breve video di Daria Bignardi, scrittrice e conduttrice televisiva, che si sofferma sulla malvagità delle calunnie.

La conduttrice si ricollega a un discorso di Papa Francesco in cui il pontefice ricordava la radice della parola “diavolo”. Dal greco “dià” (attraverso) e “ballo” (scagliare), la parola sta a indicare proprio chi utilizza la calunnia per far del male al prossimo.

Il termine “diavolo” era infatti utilizzato in passato per indicare un bugiardo.

 

E dopo lo stacco multimediale, Rav Alberto Somekh, Professore presso la Scuola Rabbinica di Milano, ci parla del ben noto comandamento ”Ama il prossimo tuo come te stesso”.

”Nella lingua originale notiamo che amare non regge l’accusativo. Vi è scritto le, che significa per: questo sta ad indicare un amore attivo, non solo contemplativo”. L’amore visto come forma di rispetto, per le cose, e per le persone, per se stessi prima che per gli altri. Per la vita. Un imperativo teocentrico diventa così, potremmo dire, antropocentrico. E questo ”come”, questo fare un paragone, ci ricorda che siamo tutti diversi, e che l’amore passa prima attraverso il riconoscimento della diversità e delle diverse identità, e non attraverso un disconoscimento o una tentata supremazia.

 

L’ultimo dei relatori è il presidente della Fondazione Corriere della Sera, Pierangelo Marchetti, a cui il conduttore, Stefano Jesurum, rivolge fin da subito sentiti ringraziamenti per l’ospitalità.

A Marchetti è stato affidato il famoso tema del “due pesi e due misure” “Non avrai nella tua sacchetta due pesi, uno grande e uno piccolo.” Deuteronomio 25,13.

Il problema, come sottolinea il relatore, è la perdita di valore che questo precetto ha subito nel corso degli anni, diventando, oggi, un modo di dire che tutti conoscono ma a cui nessuno presta davvero attenzione.

La nostra Costituzione riprende questo verso della Bibbia nel suo terzo articolo eppure, ammette Marchetti, dipendiamo oggi, economicamente e politicamente, da paesi che questo precetto non lo applicano affatto.

Solo il merito può in un certo modo legittimare due pesi e due misure. Questo però, conclude il giurista, non deve intaccare la dignità umana, superiore a qualsiasi merito e necessaria per la nostra libertà.

 

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