Adozione e tradizione ebraica: il caso dei “single”

Ebraismo

di Paolo Mordechay Hirsch ben David Sciunnach

Nel Tanach i casi veramente riferibili all’adozione, a mio parere, sono due. Il primo è nella storia di Moshe che la figlia del faraone prende con sé: “il bambino crebbe e lo portò alla figlia del faraone e fu per lei come figlio” (Shemoth 2:10). L’altro caso è nella Meghillath Ester: Mordechai “allevava (wajhi omen) Hadassa, cioè Ester figlia di suo zio, perché non aveva padre e madre … e quando le erano morti il padre e la madre Mordechai se l’era presa come figlia” (Ester 2:7). Il verbo omn indica l’allevamento e il prendersi cura, l’essere per qualcuno come figlio.

La Torah non definisce con molta precisione l’istituto giuridico dell’adozione. Non significa tuttavia che l’adozione (Immutz) sia un fenomeno assente nella letteratura rabbinica.

C’è da precisare che mettere al mondo dei figli in modo naturale all’interno della coppia ebraicamente sposata è una Mitzvah positiva della Torah. Si sottolinea così l’importanza della famiglia ebraica e l’importanza dei legami del matrimonio. Lo Shulchan Aruch stabilisce che l’uomo ha compiuto questa Mitzvah quando ha un figlio e una figlia (Even HaEzer 1:5).

Dal punto di vista Halachico si pongono alcune domande:

Quale è lo status giuridico del bambino adottato?

In base alla Halachà lo status giuridico di un individuo si acquisisce alla nascita. Se la madre è ebrea, il figlio è ebreo. Se il padre è cohen e si unisce con una donna a lui consentita, il figlio è cohen e se anche viene adottato in una famiglia di ebrei non sacerdoti, non perde per questo la condizione sacerdotale; così anche se un cohen adotta un ebreo normale, non può conferirgli la discendenza sacerdotale. Un ebreo che adotta un bambino di nascita non ebraica non gli conferisce automaticamente con l’adozione la condizione di ebreo. Il legame familiare originario stabilisce pertanto un’identità che non può essere perduta. Nel diritto matrimoniale ebraico, è fondamentale il riconoscimento di identità naturale e giuridica, soprattutto per impedire possibili unioni incestuose tra consanguinei.

Dal punto di vista ebraico, in generale, l’adozione di un bambino che non ha genitori, o che è stato abbandonato dai suoi genitori è considerata una Mitzvah; e chi alleva un orfano in casa sua è come se l’avesse procreato. La Mitzvah di adottare dei bambini e di farli beneficiare di una famiglia ebraica, di una educazione ebraica è un atto molto nobile. Il Talmud afferma che colui che alleva un orfano è considerato, secondo la scrittura, come suo padre (Sanhedrin 19b).

Quale deve essere il nome di una persona adottata, visto che nell’Ebraismo le persone vengono indicate prima di tutto con il nome del padre (e in alcuni casi con il nome della madre): “ploni/ith ben o bath ploni/ith, il/la tale figlio/a del/la tal’altro/a”?

Proprio il principio etico che assimila il padre adottivo al padre naturale viene in questi casi usato in senso giuridico, per cui nelle manifestazioni pubbliche (come la salita a Sefer) la persona viene chiamata con il nome del padre adottivo. In documenti ufficiali più riservati, come la Ketubah, si usa generalmente aggiungere al nome del padre adottivo la dizione HaMegadel, “che lo fa crescere”.

Se il bambino adottato non è ebreo?

Se il bambino adottato è di nascita non ebraica, è dovere dei genitori ebrei farlo diventare ebreo. La procedura è quella del Ghiur (conversione), preceduta per i maschi dal Brith Milah (circoncisione). Con questo il bambino non è ancora pienamente ebreo, perché è necessaria una piena e cosciente adesione alla Torah e all’osservanza delle Mitzvoth, che può essere fatta (o negata) solo al momento della maturità (Bar o Bath Mitzvah), i tredici anni per i maschi e i dodici per le femmine, attraverso un Ghiur LeChumrah. Queste leggi pongono ulteriori difficoltà molto complesse, di cui si deve far carico, insieme alla famiglia ebraica, il Beth Din (Tribunale Rabbinico). Se ad esempio i genitori naturali del bambino sono noti, si pone il problema della loro eventuale autorizzazione alla procedura di conversione. Ogni atto della procedura va poi controllato formalmente dal Beth Din. La precondizione a tutto questo è l’impegno all’educazione ebraica da parte dei genitori. Sulla base della Halachà, su cui molto si insiste, la conversione di minori all’Ebraismo può essere eseguita solo se esistono le garanzie per una educazione all’osservanza globale delle Mitzvoth in una famiglia ebraica. Di qui la problematicità dell’accettazione della conversione di un minore in una famiglia che non è osservante.

I figli adottivi possono dire il Kaddish per i loro genitori adottivi?

La letteratura rabbinica è ricca di discussioni e problemi che riguardano l’adozione: le obbligazioni dei genitori adottivi nei riguardi dei figli adottivi, anche con riferimento agli aspetti economici ed ereditari; gli obblighi degli adottati nei confronti dei genitori adottivi. Ad esempio: bisogna far lutto? Si dice per loro il Kaddish? A queste due domande la risposta è positiva. Un altro problema, del tutto particolare, è se sia consentito il matrimonio tra figli naturali e adottivi, o tra figli adottivi di genitori naturali diversi adottati nella stessa famiglia. Tutti questi casi sono proibiti per motivi giuridici, essendo gli adottati formalmente considerati come fratelli naturali.

L’adozione è consentita a un genitore “Single”?

Si potrebbe tentare di rispondere a questa domanda, considerando la normativa Halachica che regola l’affidamento dei figli in caso di divorzio (Gheth). Esiste un principio generale per il quale le figlie minori rimangono con la madre, e i figli minori restano con la madre fino a 6 anni, e poi vanno con il padre. Questo perché si suppone che in età minore, e soprattutto fino a 6 anni i piccoli abbiano più bisogno della madre che del padre. Dopo i 6 anni, per i maschi, il principio si basa sulla necessità dell’educazione religiosa da parte del padre, perché è il padre investito direttamente dell’obbligo di dare un’educazione religiosa al figlio maschio.

Alla luce di queste brevi considerazioni potremmo dire che: la situazione ideale è sempre quella di una coppia di genitori ebrei sposati ebraicamente in armonia; è tuttavia possibile anche un ruolo di genitore separato, in base all’età e al sesso del bambino. Una donna ebrea “single” potrebbe avere le capacità di prendere con sé un piccolo, minore di 6 anni, maschio o femmina, sempre che ne possa garantire le condizioni di un sereno sviluppo. Diverso è il caso di un uomo ebreo, al quale potrebbe essere affidato un bambino di età superiore ai 6 anni. Ma si tratta di un principio generale, molto discusso, che il Beth Din può applicare in maniera molto differente, considerando le condizioni familiari e le attitudini dei due genitori ebrei. Le garanzie da chiedere per un armonico e sereno sviluppo devono essere molto rigorose. Si incoraggia l’adozione all’interno di una famiglia ebraica.

Per concludere: su queste basi, in generale, la maggioranza delle autorità rabbiniche proibisce la pratica della adozione al di fuori della coppia eterosessuale sposata ebraicamente.

Fonti indicative:

• Talmud Bavli, Sanhedrin 19b.

• Talmud Bavli, Ketubot 59b.

• Shulachan Aruch Even HaEzer 1, 5 e in altri punti.

• M. Feinstein, Igrot Moshe, Even Haezer 10; 11 e in altri punti.

• O. Yosef, Yabiah Omer, Even Haezer 1:6 e in altri punti.

• F. Rosner & J.D. Bleich (Yeshiva University), Jewish Bioethics (1979)

• Child Custody in Jewish Law: A Pure Law Analysis Michael J. Broyde (Ordination, Yeshiva University), in The Jewish Law Review, NY, 1988.

• Adozione nel Pensiero Ebraico di Rav Di Segni (“Israel”).

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