Devar Torà / L’umiltà di Moshè

di Ufficio Rabbinico di Milano

6 Adàr 5771
“L’Eterno chiamò Moshè…” (Vayikrà 1, 1).

La parola “vayikrà” con cui comincia la parashà è scritta con una alef più piccola rispetto alle altre lettere. Secondo Rabbènu Yaakov ben Ashèr, conosciuto come Bal Haturim, Moshè desiderava che la parola “vayikrà” fosse scritta nello stesso modo con cui il Signore si espresse nei riguardi di Bilàm, cioè senza la alef finale (“vayiker”) (Bemidbàr 23, 4): questa espressione indica una rivelazione casuale. Moshè pensa che anche questa rivelazione in questa parashà sia casuale, egli infatti non ritiene di essere degno di un’attenzione particolare da parte di Dio. Il Signore invece fa aggiungere la alef alla parola, per indicare che non si tratta affatto di una rivelazione casuale e che il rapporto con Moshè è ben diverso da quello con Bilàm. La alef è però scritta più piccola per ricordare l’umiltà di Moshè.

Halakhà

Lo Shabbàt che precede la festa di Purim, è chiamato Shabbàt Zakhòr e durante questo sabato si estraggono dall’Aròn due sefarim. Nel primo si legge per 7 salite la parashà della settimana – Tzav; nel secondo si legge per il maftìr chiamato il brano di Zakhòr – Deuteronomio 25 – 17-19. La lettura di questa parashà ci è comandata dalla Torà, pertanto sia chi legge sia chi ascolta deve proporsi di uscire d’obbligo. (Ktz. Sh. Ar. 140, 2-3).

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