Il risveglio del Giappone? Solo se saprà far uscire l’israeliano che ha in sè

Glenn Newman è docente della facoltà di legge dell’Università dell’Illinois, ma è anche un profondo conoscitore della cultura e della realtà del Giappone contemporaneo, oltre che dei costumi e della lingua giapponese. Qualche giorno fa sul Japan Times ha pubblicato un interessante articolo con un titolo che suona più o meno così, “Il giapponese deve far uscire l’israeliano che ha in sé” (Japanese must tap their inner israeli). La tesi di fondo di tutto l’articolo è che Giappone e Israele, pur essendo profondamente diversi, hanno tuttavia degli aspetti in comune. Proprio da questi il Giappone dovrebbe partire, sfruttando e prendendo ad esempio il modello di sviluppo israeliano.

“Ho lavorato con gli israeliani piuttosto spesso negli ultimi anni, scrive Newman, e per temperamento posso dire che israeliani e giapponesi sono quasi ai due poli opposti”. Il giapponese aborre i conflitti e lotta per la ricerca dell’armonia; gli israeliani amano discutere in ogni momento per qualsiasi motivo; il giapponesi pianifica meticolosamente ogni cosa; gli israeliani amano improvvisare. I giapponesi sono formali e riservati, gli israeliani informali e diretti. In mezzo a tutte queste differenze, c’è una cosa che li unisce e li accomuna: sono due paesi con un popolo ma scarse risorse naturali.

Proprio le risorse umane sono state la chiave del successo che nel dopoguerra hanno portato questi due paesi da una condizione di privazione ad una di prosperità, e in tempi rapidissimi storicamente parlando. Giappone e Israele, afferma ancora Newman, hanno la loro maggiore ricchezza nell’ingegno delle loro popolazioni.

Mentre però l’espansione del Giappone ha raggiunto il suo picco e si è interrotta due decenni fa, quella israeliana prosegue e anzi oggi, in un momento di crisi economica mondiale, vive una delle sue epoche migliori con una crescita che sembra non volersi fermare. Israele oggi “è caratterizzato dalla stupefacente innovazione tecnologica delle sue imprese, grandi e piccole, e dallo sviluppo strepitoso di start-up”.

Alla luce di ciò, si chiede Newman, ci sono elementi del modello di sviluppo israeliano che il Giappone può prendere a modello?

Secondo Newman ci sono alcuni fattori in particolare che hanno contribuito al successo di Israele e sono: il sostegno dell’imprenditoria da parte del governo; il processo decisionale antigerarchico, il pensiero globale, e l’immigrazione.

Imprenditoria
Dal punto di vista imprenditoriale, Israele è una fucina sempre aperta a nuove iniziative ed attività specie nel settore dell’High Tecnology:  start-up nel settore delle telecomunicazioni, software, semiconduttori, dispositivi medici, clean-tech e via dicendo. Si tratta di un fenomeno recente, che risale più o meno, ai primi anni ’90.

Da dove deriva il successo di tutte queste imprese?

Innanzitutto deriva da una precisa linea politica. Il governo ha scelto di incoraggiare le nuove imprese, soprattutto nel settore dell’HT, abbassando le imposte sulle nuove società, eliminando oneri e creando programmi innovativi di collaborazione pubblico-privato in modo da incanalare i capitali di rischio nelle start-up più promettenti.

In secondo luogo, deriva dal fatto che gli israeliani non temono il rischio e non hanno paura dei fallimenti: il successo di alcuni, osserva Newman, agisce sugli altri come una forza motrice che li spinge a tentare nuove imprese, a lanciarsi in nuovi progetti. Il successo alleva il successo, come in circolo virtuoso.

Quanto al Giappone, esso ha alle sue spalle storie di grandi successi imprenditoriali – si pensi ad aziende come Honda, o Sony, o Panasonic solo per citare qualche nome. Guardando agli uomini che hanno fondato questi giganti economici, nessuno potrebbe negare che lo spirito imprendiatoriale non appartenga ai giapponesi. Eppure oggi gli ingranaggi sembrano bloccati, dice Newman, non solo mancano gli incentivi del governo, non solo i capitali latitano, ma gli stessi giovani laureati preferiscono rimanere sicuri all’ombra delle grandi aziende o del settore pubblico, piuttosto che aprirsi ad imprese sui cui risultati pende il rischio del fallimento. È vero, osserva ancora Newman, iniziare una nuova impresa implica un rischio, e probabilmente molti fallirebbero nell’impresa, ma è anche vero che il successo di imprese come quelle di Honda o Sony “è costruito sul coraggio e sulla volontà di imparare anche dagli insuccessi, e sulla  perseveranza (come dicono i giapponesi, shippai wa seiko no moto – il successo si fonda sul fallimento).

Il processo decisionale antigerarchico
Le compagnie israeliane non sono verticistiche e i rapporti, anche con i superiori sono tutto sommato informali. Gli israeliani tendenzialmente non consentono che le loro convinzioni siano messe in discussione solo per ragioni di anzianità o gerarchia.
Il risultato di questo atteggiamento è maggiore innovazione da un lato e un modo di pensare non convenzionale.

Il caso dei microchip della Intel, sotto questo punto di vista, è emblematico.

Gli ingegneri israeliani della Intel si sono impegnati in una dura battaglia con i loro capi del quartier generale in California per ottenere un cambiamento radicale dei modi di progettazione dei microprocessori. Alla fine hanno vinto e i chips disegnati dagli ingegneri israeliani si sono rivelati un enorme vantaggio per la Intel.
A differenza di quella israeliana, quella giapponese ha l’aria di essere una società molto gerarchica, scrive Newman. All’interno di una società, tutti conoscono età e rango dei loro superiori, e si mostrano deferenti con essi. Ma, sostiene ancora Newman, “come per molte cose in Giappone, le apparenze possono ingannare”.

Il Giappone è una società notoriamente fondata sul consenso. E se è vero che titoli e gradi sono importanti, è anche vero che le decisioni non possono essere facilmente prese per “decreto esecutivo”. Le decisioni devono ottenere il consenso della maggioranza e questo può portare anche al ribaltamento delle gerarchie, in quanto tutti i livelli di una organizzazione vengono coinvolti nel processo decisionale.

Quello che spesso manca ai giapponesi (ai livelli più alti come a quelli intermedi o bassi) è la sicurezza di poter sfidare le decisioni dei vertici o di poter promuovere direzioni nuove o alternative. Olympus e Daio Paper sono due esempi estremi della generale riluttanza a contestare l’autorità. Mentre Toyota Prius e Sony Playstation, ricorda Newman, si sono sviluppate attraverso una forte opposizione interna.

Pensiero globale
Giappone e Israele sono due isole (geograficamente il Giappone; Israele perché i suoi confini sono in gran parte chiusi a causa dei conflitti con i vicini). L’effetto di questo isolamento sulle persone è stato molto diverso.

I Giapponesi, osserva sempre Newman, hanno spesso una mentalità introspettiva. Questa tendenza è stata ulteriormente accentuata dal grande mercato interno giapponese sia per i beni che per i servizi, cosa che ha permesso a molte imprese di reggersie prosperare anche guardando al solo mercato interno. Certamente molte grandi aziende giapponesi hanno avuto molto successo esportando i loro prodotti, ma il numero di persone in Giappone, con significative esperienze all’estero, competenze linguistiche e vedute globali, è molto ristretto.

Al contrario, per gli israeliani ogni occasione sembra buona per uscire dall’ isolamento del Medio Oriente. “Un gran numero di giovani israeliani viaggia per il mondo dopo aver completato il servizio militare, si espongono ad altre culture e modi di pensare. Molti lavorano all’estero per sostenersi durante i loro viaggi, sviluppando competenze nel business e prendendo contatti che serviranno loro nel corso della vita. Poichè il mercato israeliano è così piccolo e l’ebraico parlato da così pochi, gli uomini d’affari israeliani sanno di dipendere dai mercati esteri, e parlano inglese, per raggiungere il successo aziendale”.

Anche in questo caso, sostiene Newman, il Giappone potrebbe imparare molto da Israele. “Il mercato giapponese si sta restringendo e potrebbe gradualmente diventare troppo piccolo per produrre buoni posti di lavoro e la prosperità che i giapponesi si aspettano e meritano”. “Per crescere, molte aziende di piccole e medie dimensioni, che finora si sono concentrati unicamente sul loro cortile di casa dovranno cercare nuovi mercati all’estero. E non saranno in grado di farlo parlando giapponese”.

Il Giappone ha affrontato questa sfida con successo già nei primi anni della Restaurazione Meiji quando molti giapponesi d’elite furono inviati in Europa e negli Stati Uniti per acquisire sapere e conoscenze tali da permettere la costruzione di una società moderna. Nel dopoguerra, ancora molti uomini d’affari giapponesi andati all’estero per promuovere le loro società. Oggi il Giappone ha bisogno di ripetere questa impresa, ma questa volta, come già in Israele, la diffusione del pensiero e delle lingue straniere (soprattutto dell’inglese) deve arrivare fino agli strati più profondi della società giapponese. In un mondo basato sulla conoscenza, in cui l’economia è globale, non è sufficiente che solo una piccola élite sia in grado di comprendere e interagire con il resto del mondo.

Immigrazione
A differenza del Giappone, Israele è terra d’immigrazione. L’immigrazione anzi, secondo Newman è stata una delle principali ragioni del successo economico di Israele. Esiste un legame innegabile fra l’arrivo di migliaia di immigrati  dall’ex Unione Sovietica negli anni ‘80 e ’90, fra cui molti ingegneri altamente qualificati,  e la rapida crescita del settore HT. Cittadini con il giusto know-how, conoscenze  e abilità linguistiche, hanno dato ad Israele una marcia in più sui mercati esteri. Senza considerare poi il fatto che di norma gli immigrati sono più affamati di successo dei ‘nativi’, aggiunge Newman

Quale lezione può apprendere il Giappone dall’esperienza israeliana con gli immigrati?Almeno un paio, secondo Newmann.

Innanzitutto Israele conduce una politica di “affinità di base” con i suoi immigrati. Gli stranieri per qualificarsi devono avere la cittadinanza israeliana o essere ebrei. Così, benchè fra gli immigrati in Israele ci siano forti diversità culturali, c’è un elemento che tutti essi condividono e sono le comuni radici ebraiche.
Il secondo elemento è dato dal fatto che Israele ha costruito un robusto sistema di integrazione degli immigrati nella società israeliana, fra cui non trascurabile è il programma intensivo per l’apprendimento della lingua ebraica.

“Non molto tempo fa, racconta Newman, un amico giapponese si stava preparando per un incontro con un alto dirigente israeliano, di origine russa, e mi aveva chiesto quali potevano essere dei possibili argomenti di conversazione. Uno  di questi, gli ho risposto, potrebbe essere l’immigrazione e, in particolare, come Israele è stato in grado di mantenere il suo carattere e unità nazionale  a fronte di una massiccia immigrazione”.

Ora nel caso del Giappone, affinità di base e politiche di integrazione potrebbero costituire per il Giappone una sorta di ‘road map’ per la sua riforma sull’ immigrazione.

Rispetto alla diaspora ebraica, la diaspora giapponese è molto più piccola e contenuta, in termini sia relativi che assoluti, afferma Newman. “Tuttavia non si può dimenticare che fuori del Giappone vivono circa 2,5 milioni di discendenti di emigrati giapponesi, soprattutto negli Stati Uniti e Brasile. Se anche una piccola percentuale di essi dovesse stabilirsi in Giappone, potrebbe dare un contributo importante sul piano di nuove idee, di conoscenza delle pratiche e delle mentalità degli stranieri, contatti e conoscenze linguistiche”. “Considerando il depresso mercato del lavoro americano, molti americani, giapponesi potrebbero essere interessati a opportunità in Giappone, soprattutto se fosse preparato per essi un buon tappeto di benvenuto. E dato il nuovo status del Brasile come potenza BRIC (Brasile, Russia, India, Cina), rinnovati sforzi per attirare brasiliani giapponesi (questa volta magari preferendo i laureati) potrebbero dare alle società giapponesi un vantaggio unico in quel vasto mercato in rapida crescita”.

Il Giappone dunque, afferma Newman dovrebbe prendere in considerazione l’adozione di un programma di immigrazione basato sull’ ‘affinità’ e concedere visti a lungo termine a quei giapponesi che vivono all’estero e che sarebbero disposti a trasferirsi in Giappone. “Per dare al paese il tempo di adattarsi, in un primo momento il loro numero potrebbe essere limitato, richiedendo ai candidati di avere una laurea e almeno uno dei genitori o dei nonni giapponesi. Il governo dovrebbe anche incoraggiare l’acquisizione della cittadinanza giapponese e, per rendere più agevole la loro integrazione, offrire assistenza finanziaria  e corsi intensivi di lingua giapponese e formazione culturale”.

Se il Giappone è in grado di imparare qualcosa dall’Israele del 21 ° secolo, dalla  storia del suo successo economico, conclude Newman, può essere anche in grado di emularlo. “Il Giappone avrà un futuro brillante se i giapponesi riusciranno a trovare in sé e coltivare il loro “israeliano interiore”.