Channukkà giorno 8. Finisce la festa che esalta iI futuro, pilastro dell’identità ebraica

di Rav Giuseppe Laras

hanukkah

In occasione della festa di Channukkà, pubblichiamo otto pensieri scritti da Rav Giuseppe Laras sui significati della festa. Questo il sesto. QUI il primo. QUI il secondo. QUI il terzo. Qui il quarto. QUI il quinto. QUI il sesto. QUI il settimo.

Siamo giunti quasi alla fine della celebrazione annuale di Hanukkhah e le ultime ore stanno sgocciolando via. La Menorah è accesa, il Santuario illuminato, l’altare consacrato.

Una delle Halakhoth di Hanukkhah (in estrema sintesi) ricorda che, qualora uno dei lumi si dovesse spegnere prima del tempo, non occorrerebbe a rigore riaccenderlo (anche se è bene farlo), dato che è, di sera in sera, l’accensione a costituire in sé la mitzvah e la sua esecuzione.

Come abbiamo considerato all’inizio di questi giorni, ciò che è fondamentale per mettere in crisi l’oscurità più buia è l’accensione di una singola, solitaria e forse anche fragile luce. Il “crescendo” che sperimentiamo a Hanukkhah -sino allo splendore finale delle otto luci che ci ricordano la Menorah illuminante appieno il Santuario-, per cui la tenebra regredisce sempre più e la luce sopravanza, è solo una conseguenza di quell’unica piccola, fragile luce, rinnovata di sera in sera, che, indipendentemente da quanto sia esigua ed esposta a spifferi, costituisce l’archetipo e la prolessi della sconfitta di ogni tenebra.

Questo slancio, come abbiamo riflettuto, si appoggia su varie componenti umane: la necessità umana di vedere e di capire; la necessità umana di libertà e di autodeterminazione; l’emunah, la fede, che in ebraico significa etimologicamente “saldezza”, rinviando così a un’idea di resistenza e di tenacia. Questo slancio è, dunque, una scommessa -o, forse, più correttamente- un investimento sul futuro.

Tutta la storia, la fede e l’essenza di Israele è declinata verso il futuro. L’ebraismo “archeologico” e “ammuffito” è una tentazione e un’illusione malinconica -più o meno confortevole, più o meno disposta a piagnistei, più o meno risentita-, ma non è l’ebraismo in sé. L’ebraismo vuole incidere nel presente, perché nel presente (i tuoi figli -“banàikh”) ravvisiamo i nostri costruttori (“bonàikh”), come insegna una celebre mishnah che dovremmo mantenere incisa nelle nostre menti e nei nostri cuori. E se il passato che celebriamo e che, per così dire, riattiviamo di giorno in giorno è fondamentale, lo è perché ma‘asseh Avòth simàn la-banìm”, perché l’opera dei Padri è segnale, segno e fissazione delle “ascisse” e delle “ordinate” dei “piani” entro cui si svilupperanno le vicende delle generazioni a venire.

Hanukkhah è un’esaltazione del futuro e un investimento radicale nel presente: vi è fede, vi è tenacia, vi è coraggio, vi è determinazione, vi sono timori ma, ancor più, vi è speranza. È per questo motivo che un noto adagio nei nostri Maestri collega giustamente l’etimologia di Hanukkhah a Chinnùkh, educazione e formazione. E non è questo uno dei caratteri inalienabili, più fondamentali, interiorizzati e intimi della nostra Tradizione?

Forse che insegnare, apprendere, studiare, educare e formare non è stato e non è tuttora il futuro del nostro Popolo, in Diaspora e in Eretz Israel? Forse che questa non è una delle mitzvòth della Torah che “veicola tutte le altre”? Forse che i primi Sionisti, seppur in parte declinandolo laicamente, non attestarono proprio questo, fondando l’Università Ebraica di Gerusalemme prima che lo Stato di Israele vedesse la luce? Vi è forse un futuro per Kehillòth senza una scuola ebraica, che sia veramente tale? Non vi è forse, infine, un tradimento -non tanto dei nostri Padri, ma piuttosto drammaticamente dei nostri figli e di noi stessi- nel non investire quotidianamente, di casa in casa, sull’educazione alla Torah e alle mitzvoth?

Il nostro modello religioso, culturale, morale e politico -la nostra strategia di esistenza e di sopravvivenza- non è mai stato e non deve essere in alcun modo il “museo”, bensì Hanukkhah. Ed è per questo che le luci di Hanukkhah devono avere per gli ebrei un carattere “pubblico” e non “privato”, non intimistico ma programmatico, non romantico ma operativo. E il carattere “pubblico” della Festa ci rinvia, infine, alla forza simbolica che, a dispetto dei numeri esigui, l’ebraismo possiede (anche quando occultata o negata) e alla necessità continua, da parte nostra, anche rispetto al mondo non-ebraico, di un uso sapiente, accorto e coerente con l’ebraismo e i suoi autentici e autonomi contenuti (ivi incluso il riferimento imprescindibile alla Terra di Israele -e dunque allo Stato di Israele-, che è, a differenza della Diaspora, parte essenziale del patto tra Dio e il Popolo Ebraico) di tale prezioso e delicato valore simbolico.