Channukkà giorno 5. Ricordiamo la guerra combattuta in nome della Torà e di Israele

di Rav Giuseppe Laras

rivolta maccabei
Il guerriero Giuda Maccabeo, disegno di Julius Schnorr von Carolsfeld (1794-1872)

In occasione della festa di Channukkà, pubblichiamo otto pensieri scritti da Rav Giuseppe Laras sui significati della festa. Questo il quinto. QUI il primo. QUI il secondo. QUI il terzo. Qui il quarto.

Vi sono due tesi contrapposte: una afferma il rifiuto della guerra in ogni condizione e circostanza, ed è nota come pacifismo; l’altra, diametralmente opposta, fa della guerra un’esaltazione, sì che la morte in battaglia è vista come il trionfo delle umane virtù o, addirittura, una speciale grazia di Dio e un merito dinanzi a Lui. Utopia da un lato e ideologia dall’altro.

L’ebraismo non si identifica né con la prima né, tantomeno, con la seconda posizione. La pace è un bene sommo da perseguire e tutelare, da amare e da inseguire (ohèv shalom ve-rodèf shalom, insegna la Mishnah – “ama la pace e insegui la pace”). Shalom, come è noto, infine, è nella Tradizione ebraica un Nome di Dio.

La Bibbia, il Talmùd e tutte le fonti rabbiniche, normative e teologiche, non hanno però mai sostenuto alcuna forma di “pacifisimo” (nemmeno il Profeta Isaia!) e la guerra è riconosciuta come un dato presente nella realtà umana, per come l’essere umano è e non per come questi dovrebbe essere. La nostra Tradizione parla esclusivamente dell’uomo dinanzi a Dio in questo mondo concreto, finito, contraddittorio. In un’espressione sintetica: nel mondo reale. È esattamente per questo motivo che noi benediciamo Dio prima di mangiare o dopo aver fatto i nostri bisogni fisici; ci interessiamo delle norme sulla sepoltura; normiamo la vita sessuale maschile e femminile; trattiamo a livello religioso e rituale di agricoltura, cucina, macellazione, medicina e ricerca scientifica, incroci e innesti, contratti, commercio, mestruazioni e perdite di seme, divorzi e circuiti elettrici e, tra le altre cose, anche guerre. È in questi ragionamenti che in larga misura si sviluppa il “genio” proprio della fede e della Tradizione spirituale di Israele. La nostra spiritualità è “concreta”, ancorata alla materia, ravvisante la spiritualità inespressa della materia e impegnata a rendere “spirituale” ciò che è “materiale”. Dimenticare, occultare o non comprendere ciò significa fraintendere l’edificio intero dell’ebraismo dalle sue basi. Da questo punto di vista, se c’è una cosa che l’ebraismo rifugge e detesta è l’utopia, capace solo di falsare il pensiero. La nostra Tradizione tiene insieme simultaneamente poesia e legge; misericordia e giustizia; guerra e pace; tenerezza e rigore; particolarismo e universalismo; severità e duttilità; Halakhah e Haggadah. Se si toglie ideologicamente uno dei due aspetti, si otterrà qualcosa di molto diverso dall’ebraismo: o un’utopia religiosa universalista destinata a dissolversi o un’ideologia religiosa totalitaria. Ma, ripeto, non ebraismo.

La Bibbia conserva il concetto di guerra prescritta (milkhemeth mitzvah), ossia combattuta per ordine del Signore, non -quindi- per ragioni di interesse nazionale o di arricchimento. Anche la conquista della Terra di Israele di cui narra la Torah, che corrispose evidentemente a un interesse pubblico per l’intero Popolo, fu in primo luogo la risposta a un decreto divino, dato che la maggioranza del nostro Popolo, a più riprese, voleva tornare in Egitto (Es XVI,3; Nm XI,20; Nm XIV,4), ritenuto dagli ebrei assai preferibile.

È significativo che nessuna festa ebraica celebri però questi eventi bellici. Scriveva Yeshayahu Leibowitz: “Questi fatti ci insegnano una cosa grande e importante, di valore inestimabile. Le guerre che secondo le espressioni moderne sono designate come nazionalistiche, e che sono combattute per l’interesse del popolo e del paese, nel mondo ebraico non ricevettero mai una santificazione religiosa. (…) La guerra per dei valori umani è una necessità che proviene dalle situazioni, tuttavia non possiede nessun valore religioso o significanza religiosa, salvo che non sia combattuta in osservanza della Torah.”

L’unicità della ricorrenza di Hanukkhah -che corrisponde all’unico evento bellico che trova ricordo e celebrazione solenne nell’ebraismo-, è allora la santificazione (la sola!) di una guerra combattuta da ebrei in primo luogo contro altri ebrei, in difesa della Torah e, quindi, della sopravvivenza stessa di Israele, laddove alcuni figli del nostro Popolo ritenevano che la Rivelazione dovesse parzialmente o in toto essere abrogata, aggiornata e, quindi, profanata. I Maccabei intuirono, più o meno distintamente, che si era giunti al punto di non-ritorno ed è questo, in definitiva, il motivo per cui ancora oggi ricordiamo le loro gesta.

La nostra Tradizione, tuttavia, dà principalmente enorme valore a un’altra guerra, come risulta evidente da migliaia di pagine e citazioni lungo i secoli: la vittoria sopra i nostri istinti (Avòth IV,1). L’ebraismo non ha mai negato utopisticamente la nostra istintualità e fisicità né lo yètzer ha-ra‘ (l’istinto al male) che è dentro ciascuno di noi. L’ebraismo ha invece sempre insegnato e scommesso sulla riconduzione al servizio divino dell’istinto al male. Come recitiamo due volte al giorno “e amerai il Signore Tuo Dio con tutto il tuo cuorebe-khol levavekha -”, laddove i Maestri, nella strana doppia lettera veth di levavekha, intendono i “due cuori” di ciascuno di noi, l’istinto al bene e l’istinto al male. Come ammoniva Rav Israel Salanter: “ogni buon ebreo deve possedere tutte le qualità umane e i loro contrari”. Il grande obiettivo è allora quello di servire Dio con entrambi. Contestualmente, è doveroso ricordare che in una simile battaglia, ciascuno di noi riporta conquiste, sconfitte, avanzamenti e retrocessioni. Ciò che è fondamentale, tuttavia, è impegnarvisi, sapendo che richiede allenamento, studio e verifica. E che, ovviamente, è nostro preciso dovere non sottrarci a tale lotta. Come scriveva Rav Soloveitchik: “la Halakhah ha raccordato la miseria umana alla capacità dell’uomo di rinnovarsi e auto-trasformarsi. Il confronto dell’essere umano con il male e la sofferenza deve risolversi, secondo la Halakhah, nel grande atto della teshuvah (ritorno/ pentimento).”

Ma, allora, nuovamente, perché i Maestri, in relazione a Hanukkhah, hanno insistito tanto sul miracolo dell’olio e non su quello militare?

Nonostante la vittoria riportata, i problemi continuarono. E nel 152 a.e.v. il nuovo re seleucide, Demetrio I, avendo bisogno di validi combattenti, si rivolse a uno dei fratelli Maccabei, Yonathàn, per reclutare e guidare nuove truppe. In cambio Yonathàn ottenne, essendo cohén, il ruolo di Sommo Sacerdote. Fu così che i due fratelli Shim‘òn e Yonathàn Maccabì si spartirono, sovrapponendoli, poteri religiosi e politici.

La coalizione ebraica all’inizio guidata da Mattatià abbracciava, come si è ricordato, fazioni diverse: gente comune, i Maccabei e i loro sostenitori, donne, gruppi di ebrei ampiamente esposti alla cultura ellenistica (diremmo noi “assimilati”) ma tuttavia risolutisi a schierarsi con gli insorti, frange di combattenti reclutati tra i gruppi di ebrei più devoti. Con la svolta politico-teocratica delle successive generazioni di Asmonei questa coalizione andrò in frantumi. Il punto più infimo fu raggiunto dal re asmoneo Alessandro Ianneo. I Farisei via via si opposero sempre più energicamente contro questa unificazione del potere politico e religioso. Chiaramente i Farisei intuirono che alcuni compromessi morali e religiosi erano inevitabili e che, nel darsi delle società umane, è positivo che certe generali idealità e norme religiose abbiano delle traduzioni o delle eco istituzionalizzate. Tuttavia, essi compresero perfettamente che quando religione e stato si identificano appieno vi è luogo unicamente per grande corruzione a detrimento di entrambe queste preziosissime realtà, in particolare quella religiosa, che ne esce profanata. Scriveva sempre Rav Soloveitchik: “se la religione si corrompe con l’immoralità, essa volta faccia e diviene una forza negativa e distruttrice”.

E fu così, allora, che i Maestri del Talmùd, sulla scorta dell’insegnamento delle generazioni precedenti di rabbini, esclusero dalla Torah Orale i riferimenti agli Asmonei, enfatizzando anzitutto il miracolo divino dell’olio.

Tuttavia, le nostre preghiere quotidiane in questi giorni ricordano comunque l’impresa bellica di Mattatià e dei suoi figli e dell’eterogenea coalizione ebraica da loro capitanata. Effettivamente, la prima generazione di Maccabei salvò la Torah e Israele e il loro trionfo ha permesso all’ebraismo di persistere. E, dunque, fu a tutti gli effetti una Redenzione. Una Redenzione “moderna”, ovvero con delle ombre, fragile in quanto storica, portata avanti da una realtà umana disomogenea e con delle ambiguità, in cui da sempre ravvisiamo, oltre a indomito eroismo e amore per Israele e la sua Torah, anche errori e limiti umani. Ma Hanukkhah, ciononostante, Redenzione fu.

Questa sera, nel sostare alla luce dei lumi di Hanukkhah, concentriamoci sull’inalienabile forza spirituale contenuta ed espressa in ‘Am Israel, nel Popolo Ebraico. E preghiamo ardentemente il Santo e Benedetto che sempre alimenti, accresca e rinsaldi la forza spirituale di ogni ebrea e di ogni ebreo, di tutto il nostro Popolo, in Diaspora e in Eretz Israel.