di Anna Balestrieri
Secondo quanto emerge da un reportage del Times of Israel, le comunità chassidiche stanno reagendo in maniera differenziata: alcune vedono nell’IA un rischio per la trasmissione della tradizione religiosa, altre la considerano invece uno strumento da governare e integrare.
L’intelligenza artificiale non sta trasformando soltanto il lavoro, l’industria e la finanza. Oggi entra anche nelle comunità religiose più tradizionali, costringendo l’ebraismo ortodosso americano a ridefinire il rapporto tra tecnologia, conoscenza e autorità spirituale.
A Williamsburg, nel cuore della comunità Satmar di Brooklyn, perfino uno smartphone può diventare oggetto di un processo di “kasherizzazione“. Non si tratta soltanto di installare filtri contro contenuti ritenuti inappropriati: oggi la richiesta più frequente riguarda la rimozione degli assistenti basati su intelligenza artificiale. Un segnale evidente di come i grandi modelli linguistici, da ChatGPT in poi, abbiano aperto interrogativi che vanno ben oltre la tecnologia.
Secondo quanto emerge da un reportage del Times of Israel, le comunità chassidiche stanno reagendo in maniera differenziata: alcune vedono nell’IA un rischio per la trasmissione della tradizione religiosa, altre la considerano invece uno strumento da governare e integrare.
Quando l’algoritmo mette in discussione il rabbino
Il nodo centrale non riguarda tanto la precisione delle risposte fornite dai sistemi di IA, quanto la natura stessa dell’autorità religiosa.
Nel giudaismo ortodosso il rapporto con il rabbino non consiste semplicemente nell’ottenere una risposta giuridica o teologica. La relazione personale, la conoscenza del contesto familiare e spirituale del fedele rappresentano elementi imprescindibili dell’interpretazione della halakhah, il complesso delle norme religiose ebraiche.
L’intelligenza artificiale rischia dunque di trasformare un rapporto umano in una consultazione impersonale, sostituendo l’autorevolezza costruita nel tempo con l’immediatezza della risposta algoritmica.
Una ricerca informale condotta nel 2025 dalla studiosa Ruth Tsuria su un campione di ebrei ortodossi mostra la rapidità del fenomeno: il 94% degli intervistati utilizza strumenti di IA almeno una volta alla settimana e circa due terzi li consulta anche per quesiti relativi alla legge religiosa.
La risposta di Chabad: creare un’intelligenza artificiale “ebraica”
Non tutte le comunità hanno scelto la strada del divieto. Il movimento Chabad-Lubavitch ha deciso di sviluppare una propria piattaforma, Rav Dicta, realizzata dal docente di informatica Moshe Koppel.
Il progetto non sostituisce i grandi modelli linguistici esistenti, ma li specializza attraverso un archivio costituito esclusivamente da Torah, letteratura rabbinica e commentari tradizionali. In questo modo il sistema produce risposte coerenti con l’orientamento teologico del movimento.
L’obiettivo non è sostituire il rabbino, bensì offrire uno strumento di studio controllato e teologicamente affidabile.
Non a caso ogni risposta è accompagnata da un avvertimento esplicito: il sistema è destinato allo studio e non può sostituire il giudizio di un’autorità rabbinica.
Il mercato della “kosher tech” cresce insieme all’IA
La vicenda evidenzia anche la nascita di un vero e proprio ecosistema economico.
Negli ultimi anni, attorno alle comunità ultraortodosse si è sviluppato un settore specializzato nella produzione di telefoni “kosher”, software di filtraggio e servizi digitali conformi alle prescrizioni religiose.
L’arrivo dell’intelligenza artificiale ha accelerato ulteriormente questa evoluzione.
Società come TAG, Geder e Meshimer lavorano oggi allo sviluppo di filtri capaci di limitare o controllare l’accesso ai modelli linguistici, censurando automaticamente contenuti ritenuti incompatibili con i valori religiosi.
Si tratta di una vera corsa tecnologica, nella quale ogni innovazione dell’intelligenza artificiale impone la progettazione di nuovi sistemi di controllo.
Una questione che riguarda tutte le religioni
Il fenomeno non interessa soltanto il mondo ebraico.
Negli ultimi mesi sono comparsi chatbot dedicati al cristianesimo, applicazioni rivolte ai fedeli musulmani e piattaforme costruite per rispondere a quesiti religiosi attraverso modelli di linguaggio addestrati su testi sacri.
La domanda di fondo è la stessa: fino a che punto una macchina può diventare intermediaria del sapere religioso?
Lo storico Yuval Noah Harari ha sintetizzato efficacemente il dilemma durante il World Economic Forum del 2026: «Che cosa accade a una religione del Libro quando il massimo esperto del Libro diventa un’intelligenza artificiale?»
La tecnologia non sostituisce la relazione
Paradossalmente, proprio gli sviluppatori più coinvolti nello sviluppo di questi strumenti invitano alla prudenza.
Secondo Moshe Koppel, l’IA può offrire risposte rapide e documentate, ma non può sostituire l’incontro personale tra rabbino e fedele. Analoga la posizione del rabbino Mordechai Lightstone, secondo cui un algoritmo non possiede la capacità di comprendere la storia individuale di chi pone una domanda.
La sfida, quindi, non consiste nello scegliere tra uomo e macchina, ma nel definire il confine entro il quale l’intelligenza artificiale possa ampliare l’accesso alla conoscenza senza erodere il ruolo delle istituzioni religiose.
Una questione destinata ad assumere rilevanza crescente anche al di fuori delle comunità ebraiche, in un momento storico in cui l’IA viene progressivamente investita di funzioni tradizionalmente attribuite alle autorità umane: dall’insegnamento alla consulenza, fino alla guida spirituale.



