di Ugo Volli
[Scintille. Letture e riletture]
Nella zona «fra il Fiume e il Mare» (per citare uno slogan velenoso che si sente purtroppo spesso di questi tempi), una terra poco più grande della Sicilia, da più di cent’anni è in corso un conflitto armato – un caso unico nella storia contemporanea.
Il primo assalto armato arabo di natura chiaramente politica contro gli immigrati ebrei avvenne infatti a marzo 1920 a Tel Hai, un villaggio in Alta Galilea. In esso cadde eroicamente Joseph Trumpeldor. Subito dopo, ad aprile venne il pogrom arabo di Gerusalemme paradossalmente partito da una marcia religiosa islamica in onore di «Nebi Musa», cioè Mosé, seguito il mese dopo da una strage a Giaffa.
Da allora la violenza non si è più fermata se non in rari momenti, sempre motivata dalla volontà di impedire e distruggere l’insediamento ebraico nella regione. Le modalità sono state diverse, dalla sommossa alla guerra regolare, dal terrorismo con le bombe ai dirottamenti aerei dai razzi ai pogrom come quello del 7 ottobre. Ma tutti questi diversi tipi di violenza sono stati uniformati non solo dallo stesso fine (l’eliminazione degli ebrei) ma anche da una ferocia e una crudeltà che difficilmente si incontra nelle altre guerre, almeno quelle moderne.
Le violenze più atroci del pogrom del 7 ottobre 2023 si ritrovano quasi uguali nelle stragi di Hebron e Safed, fra il 23 e il 29 agosto 1929 e in tante altre occasioni. Questa guerra, così lunga e problematica, ha attirato un’attenzione dell’opinione pubblica mondiale altrettanto rara e sconcertante per la sua intensità ma anche per l’odio contro Israele, che si è sviluppato negli ultimi decenni e oggi ha raggiunto un livello inquietante.
Vi sono ragioni geopolitiche, religiose, mitiche per questo interesse malato, ma soprattutto vi è l’influenza dell’antisemitismo, che ormai si sente sempre più libero di schierarsi contro lo Stato ebraico senza subire lo stigma dell’identificazione con il genocidio nazista, anzi rovesciandone i termini contro Israele. In questo contesto di attenzione frenetica e faziosa, gli articoli giornalistici e i pamphlet sono tanti, i libri seri invece molto pochi. Vale la pena di segnalare dunque qui Le origini del conflitto arabo-israeliano (1870-1950), ultimo libro del più importante storico europeo del mondo ebraico, Georges Bensoussan, tradotto in italiano da Belforte. Come è chiaro fin dal titolo il libro non si occupa dell’attualità, anzi si conclude con la proclamazione dello Stato di Israele e la guerra di indipendenza. Simmetricamente evita di indagare le cause originarie dell’intolleranza araba per l’insediamento ebraico, cioè la discriminazione e l’odio per gli infedeli, in particolare ebrei, che è presente in tutta la tradizione islamica a partire dal Corano e provocò continue persecuzioni adurante il dominio musulmano.
Bensoussan le conosce bene e ne ha parlato in altri libri. Qui fa invece una cronaca molto dettagliata, prevalentemente condotta sul piano politico-sociale, del conflitto (che significativamente viene definito arabo-israeliano e non israelo-palestinese, come si usa chiamarlo oggi). Con un evidente sforzo per uno sguardo oggettivo e neutrale, si ricostruiscono gli scontri, l’organizzazione delle parti (inclusi gli inglesi) e soprattutto le dinamiche economiche giuridiche e sociali che portarono all’adesione degli arabi abitanti nel Mandato britannico di Palestina alla volontà genocida incarnata soprattutto dal muftì di Gerusalemme Al Husseini. Un libro istruttivo e fattuale, da cui chiunque si occupa del conflitto ha parecchio da imparare.



