ChatGpt, l’intelligenza artificiale che tra dubbi, timori ed entusiasmi insidia Google. E in Israele nasce una start up concorrente

Tecnologia

di Marina Gersony
È il tema del giorno, una head topic come si direbbe oggi. Tutti ne parlano, molti esultano e altrettanti si preoccupano. Stiamo parlando del programma ChatGpt, ultima frontiera dell’hi-tech di cui i media negli ultimi mesi si occupano sempre di più fra dubbi, timori ed entusiasmi.

Come si legge  in un editoriale su Repubblica intitolato La sfida dell’Intelligenza artificiale a firma di Maurizio Molinari, «Il Dipartimento dell’Istruzione di New York la mette al bando ma Microsoft la finanzia, per Bloomberg segna l’inizio di una rivoluzione nei costumi ma il New York Times la considera “un pericolo per la democrazia”».

Prima di entrare più nei dettagli vediamo di cosa si tratta per chi si avvicina per la prima volta a questo programma rivoluzionario in campo informatico che vede contrapporsi pareri apocalittici e pareri ottimisti; un’innovazione già operativa in campo artistico, culturale, sociale ed economico, soprattutto all’estero, che sta iniziando a prendere piede anche in Italia: ChatGpt, acronimo per “Chat Generative Pretrained Transformer”, è di fatto solo l’inizio di un futuro che cambierà completamente le nostre vite e quelle delle prossime generazioni e che dimostra gli impressionanti passi fatti nel campo dell’intelligenza artificiale di largo consumo.

Ma cos’è per esattezza ChatGPT? Trattasi di un chatbot, termine che definisce un programma informatico capace di interagire con l’utente. Lanciato nel novembre 2022 da OpenAI, organizzazione di ricerca non a scopo di lucro con l’obiettivo di promuovere e sviluppare un’intelligenza artificiale amichevole e mirata a beneficiare l’umanità intera, ChatGPT è un modello linguistico basato sul deep learning, che consente a chiunque di creare – con una semplice domanda – qualsiasi tipo di contenuto intellettuale che va da un articolo a una traduzione, a una tesi universitaria, a un testo artistico, scientifico, tecnico, poetico, storico e così via.

ChatGPT – da quanto si legge nelle “istruzioni per l’uso” – è  in grado insomma di generare testi simili a quelli prodotti da un essere umano su un’ampia gamma di argomenti, interagendo e rispondendo in modo più o meno dettagliato alle domande di follow-up, ammettendo i propri errori, contestando le premesse errate e rifiutando richieste inappropriate o scopi nocivi (disinformazione, istruzioni su come fabbricare una bomba, bullismo online eccetera) in un work in progress costante dove gli stessi utenti possono contribuire al perfezionamento dei contenuti e innescare un circuito virtuoso di collaborazione.

Samuel H. Altman

Il creatore di OpenAI (la cui prima versione di Open AI viene rilasciata nel 2016) e di ChatGPT, è un giovane ebreo visionario e geniale di nome Samuel H. Altman. Nato il 22 aprile 1985 a Chicago e cresciuto a Saint Louis (Missouri), Samuel è stato studente di computer science e matematica, blogger, ricercatore e attualmente imprenditore, investitore, programmatore, nonché CEO di OpenAI ed ex presidente di Y Combinator. La sua biografia, ricca di cariche e successi, parla da sola: appassionato di informatica fin da piccolo, ha ricevuto in dono dalla sua famiglia il suo primo computer alla tenera età di 8 anni, un Macintosh di quelli in commercio nel 1992. Dopo gli studi presso la prestigiosa Stanford University e l’avviamento di un laboratorio di ricerca, ha ricevuto nientemeno che una laurea honoris causa dall’Università di Waterloo. Il resto è storia. Tra i primi a supportare e finanziare i progetti di ricerca di questo brillante giovane, figurano in primis Elon Musk, che insieme a lui ha fondato nel 2015 OpenAI, senza contare gli ingenti finanziamenti ricevuti da Microsoft che nel 2019 ha supportato i progetti di ricerca di Open AI con oltre un miliardo di dollari.

Ma come funziona ChatGPT in termini concreti? Abbiamo fatto una ricerca sul sito di OpenAI, dove i navigatori interessati possono fare una prova di conversazione vera o immaginarie su ChatGPT.  Dopo vari tentativi siamo riusciti a connetterci e ad accedere con le nostre credenziali a ChatGPT, ma una nota ci ha avvertito che i sistemi sono stati presi d’assalto e di riprovare. Pare infatti che più di un milione di persone si siano registrate al servizio ancora in demo per poter usufruire del programma. Abbiamo insistito fino a quando ci è apparsa una schermata con le istruzioni d’uso, i limiti, i divieti da rispettare e qualche esempio su come porre le domande. Ne abbiamo formulate un paio a cui non abbiamo ricevuto risposta fino a quando ne abbiamo posta una in modo semplice e chiaro, requisito fondamentale per avere risposte coerenti che attualmente richiedono tuttavia ancora alcune modifiche o correzioni.

A proposito, proprio in questi giorni, il Jerusalem Post pubblica un articolo che parla di una startup israeliana, AI21, di intelligenza artificiale, destinata a dare il via a un importante punto di svolta per l’istruzione e il mondo accademico essendo in grado di fare ciò che il suo concorrente ChatGPT, a loro avviso, non è in grado, ossia scrivere saggi e citare effettivamente le fonti reali. Scrive a sua volta Ynetnews, che due mesi dopo che OpenAI ha entusiasmato il mondo con ChatGPT, un’azienda israeliana ha introdotto a sua volta AI21, uno strumento basato sull’intelligenza artificiale ma con una svolta: Spices, una nuova funzionalità basata sullo strumento di scrittura AI Wordtune, che consente agli utenti di abbellire la loro scrittura in inglese con frasi generate al computer basate su uno specifico modello linguistico.

Infine, un’altra domanda che si pone, è se ChatGPT possa davvero costituire  una minaccia per Google. Dopo che Microsoft ha annunciato la volontà di integrare il chatbot di OpenAI nei suoi prodotti – come si legge su macitynet.it – la società di Mountain View ha risposto con il nuovo software sviluppato da DeepMind, la società di intelligenza artificiale che fa capo alla casa madre Alphabet.  Lo scorso mese Larry Page e Sergey Brin, i fondatori di Google che dal 2019 non sono più presenti in modo permanente in azienda ma hanno delegato tutto al CEO Sundar Pichai, si sono incontrati più volte con i dirigenti dell’azienda per discutere di strategie future in un periodo di crisi per tutto il settore (Big G ha confermato il licenziamento di 12000 persone) ma anche per discutere di intelligenza artificiale e del pericolo che deriva da strumenti come ChatGPT per il principale business di Big G: le ricerche, attività che potrebbe essere resa inutile da IA in grado di scavalcare i motori di ricerca. Lo riferisce il New York Times spiegando che fonte di preoccupazione sono chatbot sempre più complete, intelligenze artificiali che rappresentano una minaccia per Google che basa gran parte della sua attività sulle ricerche, e che hanno fatto scattare un «allarme rosso» a Mountain View, il segnale dell’avvicinarsi di un pericolo per il business sul quale da anni Google domina incontrastata. Ma questa è un’altra storia…

In attesa che l’intelligenza artificiale – grazie alle più sofisticate e innovative applicazioni – si sviluppi e si perfezioni ulteriormente, non mancano i commenti entusiastici per queste ultime novità informatiche che presentano luci e ombre: se da un lato vi è il timore che possano togliere lavoro ad artisti, programmatori, creativi e lavoratori in generale e che portino sempre di più le persone ad affidarsi a “cervelli esterni” usando meno i propri (vedi capacità di sviluppo critico degli studenti); d’altro canto i sostenitori parlano di un sapere democratico che contribuirà sempre di più all’evoluzione e al progresso dell’umanità.