Asaf Avidan, fra polemiche e successo, arriva col nuovo album “Gold shadow” e il live a Milano

di Roberto Zadik

Molte volte  l’arte e la politica devono restare separati e se si incontrano non vanno d’accordo ed è difficile separare la qualità degli artisti dalle sue opinioni politiche o religiose e dai dissensi che possono creare fra il pubblico o in conflitto col potere. Questo accade, specialmente, quando artisti noti di un Paese perennemente presi di mira come Israele si mettono, in prima persona, a criticare la loro patria all’estero. Infatti questo è un periodo molto problematico per il talentuoso ma pungente cantautore israeliano Asaf Avidan che, dopo le sue numerose prese di posizione aspre contro il suo Paese e la sua scelta di vivere in Italia, è stato “sgridato” dalle Destra israeliana che ora ha anche vinto le elezioni col trionfo di Nethanyahu.

Avidan, che ha cominciato la sua carriera nel lontano 2006 col suo gruppo dei Mojos con cui ha realizzato tre album e dal 2013, è un cantante solista e di successo. Ma è ancora una volta nei guai per la sua impulsività da vero Ariete.

Finito nell’occhio del ciclone per certe sue dichiarazioni in cui dice di “non sentirsi israeliano” e definito sovversivo e “anti israeliano” da vari politici di destra che lo accuserebbero di “accrescere l’odio verso Israele”, il musicista 35enne il prossimo 23 marzo, è un tipico esempio di voce eterodossa e fuori dal coro. Come i registi Amos Gitai, Eran Riklis e la cantante Noa, rende bene l’idea del pluralismo del pensiero ebraico e israeliano, mentre non ho mai sentito questa vena polemica fra gli artisti palestinesi o del mondo arabo.

Alla faccia di chi pensa che “gli ebrei si aiutino tutti fra di loro” e che i cantanti israeliani siano una categoria omologata al patriottismo e al sionismo, pensando a grandi nomi del passato come Arik Einstein, Shlomo Atzi e Eyal Golan tutti decisamente patriottici che cantarono spesso e volentieri in ebraico.  Qui Avidan si pone in netta contraddizione, mostrandosi come un artista di sinistra e decisamente internazionale, ammiratore di artisti come Dylan, Leonard Cohen, suoi correligionari e come lui ribellli e anticonformisti per la sua musica si è ispirato anche ai Radiohead e ai Nirvana. Un apolide che conferma il dato di fatto che ci sono tanti israeliani per niente nazionalisti o legati alla loro terra che vivono all’estero e sembrano non voler più tornare nel loro Paese d’origine.

Molto irritato, a dir poco, dal vespaio attorno a lui, recentemente il cantautore, magro, tatuato e dallo sguardo deciso ma languido è tornato alla carica con il suo nuovo album “Gold shadow” appena uscito lo scorso gennaio. Si tratta di un album molto particolare tutto in inglese e pieno di sorprese e di canzoni veramente molto belle. Con voce sofferta e intimista Avidan si trasforma completamente e ritorna in veste cantautoriale e non più discotecara come nel suo successo internazionale “One day reconing song”. Si tratta di un disco intenso e interessante, dalle atmosfere cupe e riflessive come attesta il titolo, “Un’ombra dorata” traducendolo in italiano che contiene pezzi struggenti e pieni di sofferenza e di speranza rivelando la grande sensibilità di questo bravo cantautore dalla voce acuta e quasi femminile e uno stile molto retrò e simile alle ballate patinate e nostalgiche cantate a gran voce dalla compianta e bravissima vocalist ebrea inglese Amy Winehouse.

Interessanti  e davvero suggestive diverse canzoni dell’album come l’intensa “Little parcels of endless time”, la dolorosa “My tunnels are long and dark these days”, “Let’s just calli t Fate, davvero bellissima e “Bang Bang” torbida canzone d’amore che ricorda le canzoni anni ’60 e ’70 con voce strascicata e quasi urlata dove l’artista rivela notevoli doti canore e interpretative.

Fra le news, per la gioia dei suoi fan e anche a me incuriosisce molto, Avidan  arriva nella sua amata Italia, con una nuova tourneè che lo porterà a Milano il prossimo 12 aprile, sul palco, dalle 21, costo del biglietto 28euro e 50.

Riservato e al tempo stesso spiazzante, a Tel Aviv e alla Giamaica, dove ha vissuto lungamente sulle orme di Bob Marley e del reggae, il musicista ora vive a Fossombrone, piccolo paesino delle Marche avendo lasciato Israele che, come ha detto in varie interviste “rappresenta un Paese normale, con gli stessi problemi di tutti gli altri luoghi del mondo”. Lì in quel paesino conduce una vita molto appartata, componendo canzoni, dedicandosi al suo orto e alla sua famiglia che tiene rigorosamente lontana dai riflettori.

Chissà quali altri colpi di scena ci riserverà in futuro….