Una scena di Blackspace (credito foto Reshet 13)

Non solo Fauda e Shtisel: ecco le nuove serie tv israeliane da non perdere

Spettacolo

di David Zebuloni
La notizia ha fatto impazzire i fan di tutto il mondo: per la prima volta nella storia, una serie tv israeliana verrà doppiata in persiano e trasmessa in Iran. Di quale opera si tratta? Proprio lei – l’indiscussa, l’acclamata, l’osanna – l’opera cinematografica israeliana più amata di sempre, Fauda. La notizia strappa un sorriso e gonfia il petto di orgoglio, non c’è dubbio, ma fa sorgere anche un irrequieto interrogativo: possibile che non vi siano altre serie tv israeliane meritevoli di tanto successo? Ovviamente vi è Shtisel a rappresentare altrettanto degnamente il cinema israeliano nel mondo, ma non è la sola. Scavando un po’ più a fondo nei meandri dei giganti dello streaming, infatti, possiamo scoprire altre opere Made in Israel assolutamente degne di nota. Opere che vengono talvolta sottovalutate, disdegnate o più semplicemente ignorate, ma che meritano certamente la stessa fama e popolarità mediatica.

Teheran, il sequel del thriller che ha fatto arrabbiare gli iraniani  

Ed ecco la prima raccomandazione: nonostante risulti più semplice affidarsi alla piattaforma più celebre del mondo, non limitatevi unicamente ai contenuti offerti da Netflix. Spaziando su Apple TV e HBO, infatti, potrete scoprire serie tv e film israeliani di altissimo livello. Primo fra tutti vi è Teheran, il thriller trasmesso su Apple TV che racconta le vicende di una giovane agente segreta israeliana in missione nella capitale iraniana. Un’opera che ha fatto scalpore in Iran a tal punto da poter dire che ha incrinato irreversibilmente i rapporti con lo Stato Ebraico, se solo non fosse che i rapporti tra i due Stati in questione fossero incrinati irreversibilmente già da prima. Recentemente, inoltre, è stato annunciato l’inizio delle riprese del sequel e l’ampliamento del cast di Teheran, al quale sembrerebbe aggiungersi anche una star internazionale d’eccezione: niente meno che Glenn Close. La notizia non è ancora stata confermata, ma secondo alcune voci indiscrete, l’attrice hollywoodiana avrebbe accettato di prende parte alla seconda stagione del decantato thriller.

Una scena della serie tv israeliana 'Teheran'
Una scena della serie tv israeliana ‘Teheran’

Oslo, il film che riesce a convincere persino i più scettici

Anche la rete HBO non delude gli spettatori. Della serie Valley of Tears si è già raccontato ampliamente e approfonditamente in passato, ma è sempre bene riproporre un contenuto tanto lirico e toccante, che racconta in modo straordinario il trauma israeliano dopo la Guerra del Kippur. Tuttavia, questa volta, una nota di merito viene assegnata ad un film di cui avevamo accennato l’esistenza prima dell’uscita sul grande schermo, ma al qualche non è mai stato dedicato il giusto spazio. Un film che già dal trailer lasciava presagire un’opera di alto livello, e che non ha assolutamente deluso le aspettative. Parliamo di Oslo, il piccolo capolavoro cinematografico firmato Spielberg che racconta gli accordi di pace tra Rabin e Arafat con grande intelligenza. Una tematica spinosa, un campo minato, uno dei capitoli più discussi della storia dello Stato d’Israele. Un accordo tortuoso che temevo venisse trattato con superficialità schierata, ma che si è distinto invece per la sua ricerca di complessità imparziale. Una missione quasi impossibile, portata a termine in modo esemplare. Ad arricchire la trama, sono stati gli attori più amati di Fauda, Shtisel e Unorthodox, che per l’occasione hanno unito le forze e si sono incontrati sul set di Oslo. Tra i tanti, anche Itzik Cohen (Captain Ayub in Fauda), Jeff Wilbusch (Moishe Lefkovitch in Unorthodox), e i leggendari Dov Glikman e Sasson Gabai (rispettivamente Shulem e Nukhem, i due anziani e melodrammatici fratelli in Shtisel).

Serie tv israeliane su Netflix: tra vecchie glorie e nuove promesse 

Dopo aver finto di poter sopravvivere senza il gigante dello streaming, torniamo in punta di piedi a Netflix, la più grande piattaforma televisiva al mondo. Tuttavia, prima di proiettarci sulle nuove promesse del cinema israeliano, uno sguardo ad una vecchia gloria, immeritatamente finita nel dimenticatoio, come calpestata dalle serie tv che l’hanno succeduta. Parliamo di Mossad 101, l’opera che racconta le vicende di una scuola per giovani agenti segreti del Mossad, in chiave ironica e poco solenne. Un’opera composta da due stagioni estremamente diverse tra loro (la prima più comica e la seconda più drammatica), ma entrambe accomunate da un ingrediente fondamentale per la riuscita di un contenuto di questo genere: la suspense. Meno drammatica e più amatoriale dell’amica Fauda, Mossad 101 si distingue dunque per la sua capacità rara di lasciare lo spettatore con il fiato sospeso. Tutto può accadere e tutto può cambiare all’interno della scuola per giovani agenti segreti. Il nemico può diventare in un attimo amico e viceversa, tanto che risulta quasi impossibile predire il finale.

Una scena di Mossad 101
                                                                              Una scena di Mossad 101

Terminato il capito nostalgico, passiamo alle nuove promesse: una nuova serie tv israeliana dal titolo Black Space è recentemente sbarcata su Netflix. Un’opera che suscita nello spettatore (o perlomeno in quello che scrive) delle emozioni ambivalenti, quasi contrastanti. Da una parte lo stupore e l’apprezzamento per un contenuto apparentemente così poco israeliano (ovvero che non tratta, stranamente, di ortodossi e di agenti segreti), dall’altra invece la delusione per una trama che lascia presagire un thriller di prima categoria, ma che di fatto non sfrutta appieno il suo potenziale. Black Space racconta infatti di un massacro commesso da un gruppo di assassini mascherati da unicorno all’interno di una scuola superiore israeliana, nonché le vicende di un poliziotto dai metodi certamente discutibili, determinato a trovare gli artefici del misterioso omicidio. Ecco, se la scuola in questione fosse stato un college americano, la vicenda sarebbe risultata forse più credibile, ma complessivamente la serie tv israeliana riesce a convincere lo spettatore e a tenerlo attaccato allo schermo fino all’ultimo episodio. Ad arricchire l’opera è stato, di nuovo, un cast degno di nota, dove ha spiccato in particolare modo l’intenso e sempre più talentuoso Yoav Rotman, meglio conosciuto come il giovane Hanina in Shtisel.

Infine, nonostante non si tratti di una serie tv israeliana, ma comunque di un contenuto a sfondo ebraico, risulta impossibile non spendere qualche parola anche per My Unorthodox Life: la docu-serie che racconta la storia di Julia Haart, un’importante stilista di moda cresciuta in una famiglia ebraica ultraortodossa di cui oggi ripudia le dinamiche opprimenti e i riti troppo folcloristici. Una saga tanto irritante quanto interessante. Un tentativo tanto patetico quanto avvincente di riproporre le virtù della famiglia Kardashian, in una versione rigorosamente yiddish. Dell’eccentrica Haart conquista il talento e la determinazione, ma indispone la vena vittimistica e il desiderio di diventare un simbolo della lotta per la libertà. La celebre stilista, infatti, racconta l’uscita dal mondo ortodosso con eccessivo trasporto, disdegnando quasi tutto della sua vita precedente e ignorando così, alquanto omertosamente, il fatto che ne ha abbracciato volontariamente e consapevolmente le tradizioni per più di quarant’anni. Dettagli che, come sempre, fanno la differenza.

La stilista Julia Haart
La stilista Julia Haart
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