Kaufmann, astratto ma non troppo

Spettacolo

Il rifiuto ebraico delle immagini. Le origini ashkenazite. L’amore per Mark Rothko, la legge mosaica e la musica. Il celebre artista si racconta.

Mi riceve nel suo studio di via Marco Bruto a Milano con lo stesso sorriso sornione con cui lo conobbi nel 1986 allo StudioGuenzani, quando Massimo Kaufmann era uno dei talentuosi e giovanissimi protagonisti di una Milano in piena esplosione creativa, artistica, economica, una stagione dorata e irripetibile che tenne a battesimo un manipolo di artisti milanesi capaci di interpretare al meglio quel clima ottimistico e euforico, la temperie giocosa e Post-Pop di quel decennio (parlo di Stefano Arienti, Marco Cingolani, Amedeo Martegani, Mario della Vedova…).
Oggi Kaufmann si divide tra Milano e lo studio di New York, città dove vive sei mesi l’anno. Classe 1963, artista e pittore celebre non solo negli angusti circuiti dell’arte contemporanea, Kaufmann mi mostra gli ultimi, giganteschi lavori, tele dal maxi formato, dittici e trittici che sta ultimando per la sua prossima mostra milanese alla galleria 1000 Eventi (ha per titolo Cecità), aperta al pubblico fino al 7 novembre 2009 (Via Porro Lambertenghi 3/t; info@1000eventigallery.it).
Le sue opere hanno fatto il giro del mondo, esposte nei più prestigiosi musei, con mostre personali, collettive o nelle acquisizioni permanenti dei musei. Stiamo parlando del Martin Gropius Bau di Berlino, della Fondazione Cartier di Parigi, del Palais Liechtenstein di Vienna, nelle gallerie di Annina Nosei e Sperone nel quartiere di Soho a New York. Quadri che sono esplosioni di fuochi d’artificio che si sciolgono in un pulviscolo di colore, pennellate che irradiano dalla tela una luce di puntini iridescenti che in un ordine rigorosamente geometrico ci fanno entrare in un mondo fatto di astrazione e ornamento, un universo fatto di bizzarro rigore decorativo e caratterizzato dal rigetto assoluto per l’immagine iconica. Milanese, ashkenazita di origini polacche, Kaufmann ha frequentato l’asilo e le elementari alla scuola ebraica.


Che cos’è per te l’ebraismo?

La Legge. L’etica. È ciò che ho interiorizzato dalla mia famiglia. Non dalle parole quanto dai comportamenti di mio padre. Significa scegliere di fare la cosa giusta anche se non è per forza la più conveniente. Così agiva e agisce mio padre, venuto a Milano da Vienna nel 1939, mentre scappava dall’Austria avvelenata. Anche se oggi troppi scandali sembrano travolgere il mondo ebraico (quello di Bernie Maddoff, l’ultimo scandalo dei syrians di Brooklyn accusati di riciclaggio di denaro, o quello del commercio degli organi), beh un ebreo che non si comporta secondo giustizia è per me un abominio. Un ebreo non può prescindere dalle 10 Parole, i Comandamenti: è il fondamento che storicamente dà al popolo ebraico una sorta di primogenitura e che gli affida un destino. A che punto è oggi il popolo ebraico? A che punto siamo di questo cammino? È la domanda che oggi, come ebreo, a volte mi angustia. E non ho risposte edificanti da darmi.


Tu sei uno dei tanti ebrei “lontani”; che cosa ti tiene legato oggi al mondo ebraico?

I miei ricordi di infanzia. Vividi, legati a mio nonno che veniva dalla Polonia degli schtetl e a mia nonna nata a Bratislava, al gruppo di ebrei ashkenaziti che a Milano negli anni Sessanta frequentavano la sinagoga di Porta Romana, alla Crocetta, sopra il Teatro Carcano. Sentivo parlare lo yiddish, un po’ lo capivo, lo intuivo, era per me un idioma magico, segreto, pieno di umorismo, si facevano delle grandi risate. E poi ricordo la scuola ebraica, la morà Anita Schaumann. Eppure già all’epoca mi sentivo diverso tra i diversi, in modo acuto e a volte lancinante. Ma forse ogni ebreo si sente così.

Qual è la tua identità ebraica oggi?
Credo che consista nel sentirsi depositario della memoria del male subito. In questo senso oggi mi sento scosso, triste, direi infelice, per quello che accade in Italia rispetto agli immigrati. Penso ancora a mio padre: arrivò in Italia nel 1939, aveva nove anni, da Vienna. Scese dal treno a Venezia, si comprò un gelato e poi si avviò all’ufficio immigrazione. Ebbene: quello che dovette fare in termini di carte bollate e burocrazia fu infinitamente più semplice e veloce di quanto debba fare un immigrato oggi in Italia. Ci pensate? C’era allora, in Italia, nel 1939 e con le leggi Razziali, molta più facilità e oserei dire libertà di entrare nel Bel Paese per un ebreo di quanto ce ne sia oggi per un immigrato extracomunitario.


C’è una peculiarità ebraica in cui ti riconosci?

Forse un certo senso dell’umorismo. La capacità di vedere le cose da un punto di vista inaspettato. Ha a che fare col linguaggio, con una identità linguistica plurima. Per lo humour ci vuole un dizionario ampio. E gli ebrei ce l’hanno perché sono poliglotti. Lo humour sgorga quando si sta nel contempo dentro e fuori; è il guardare le cose dall’esterno, non fare mai parte completamente delle cose, è avere una specie di traduttore simultaneo dentro. Lo diceva anche un grande pensatore, Karl Kraus nella Vienna della finis Austriae: il destino dell’ebreo è quello di essere un balcone sul mondo, ci sei dentro ma nel contempo lo guardi anche da lontano.


La tua mostra alla galleria 1000 Eventi si chiama Cecità. Perché?

Per via del mio rifiuto delle immagini. Sono quadri ciechi, come dei tracciati in linguaggio braille, lavori che hanno una consistenza tattile. Mi sento come quel rabbino del film Crimini e Misfatti, il film più ebraico che abbia fatto Woody Allen: il rabbi è un uomo normalissimo, un testimone inconsapevole che diventa progressivamente, simbolicamente, cieco per non vedere il male del mondo. È testimone del male e il destino lo condanna alla cecità per non vedere il crimine, ma lo sente. Ma Cecità è anche una condizione che ci riguarda tutti, ciò che stiamo diventando tutti: ciechi per non vedere quello che accade intorno a noi, nella politica ad esempio.


Kaufmann, che cos’è la creatività?

È la civiltà, è l’uomo che vede se stesso e che decide di rappresentarsi. Me l’ha detto recentemente un pittore, anche lui ebreo, Eugenio Carmi. Pensa alle grotte di Lascaux, ad esempio: a quel tempo la vita era uccidere il bisonte. Ecco, la creatività nasce quando l’uomo dipinge se stesso mentre caccia il bisonte.


Qual è il tuo rapporto con Israele?

Amo profondamente Israele. È un Paese unico, meraviglioso. Tuttavia credo che dopo la Shoah gli ebrei abbiano assunto su di sé la ferita e l’orgoglio della vittima in un modo che rischia di farci dimenticare cosa sia l’essenza dell’ebraismo, il senso profondo e religioso di essere ebrei, la Legge, appunto. E che nell’eccesso di conservazione di sé rischia di farci dimenticare le ragioni degli altri, che sono uguali alle nostre.


Qual è il legame tra il tuo essere artista e il tuo essere ebreo?

Sta nella mia scelta di un’astrazione radicale. Nel mio rifiuto delle immagini a favore di una pittura fatta di segni astratti, di musicalità, di geometrie. Le immagini non sono mai state più corrotte di oggi. In questo senso mi sento vicino a Mark Rothko, forse il più ebreo di tutti gli artisti del Novecento. Liberarsi dall’immagine iconica coincide con la ricerca di una visione spirituale, con l’intuizione di un mondo superiore. Credo inoltre che la mia sia una pittura che ha bisogno di essere ascoltata, non soltanto vista. C’è una musicalità dei segni che ci può portare ben più in alto della rappresentazione delle immagini. Ma oltre che Rothko, i miei maestri sono italiani: Lucio Fontana, Manzoni, Castellani; e alcuni artisti dell’Arte Povera: Merz, Fabro, con una forte impronta spiritualistica. Non amo molto, invece, l’ebraismo raccontato alla Marc Chagall che considero un artista in realtà poco ebreo, bensì ebraico. Intendo dire che Chagall ha narrato solo il folklore, per il resto è totalmente russo, la sua pittura ha a che fare con la favola, con il racconto vernacolare, è naif, caramellosa, priva di spiritualità. È un illustratore, bravissimo, ma preferisco Rothko che cerca di dipingere l’Assoluto. La sua pittura è una meditazione intorno al divino.
Quando guardi un suo quadro non sai mai se sei nel Nulla o nel Tutto, nel Vuoto o nel Pieno. E ti accorgi di essere in presenza del Mistero.

I quadri di Rothko sono come portali, sono delle soglie da attraversare, verso una dimensione assoluta e di pura energia cosmica. Il colore diventa pura spiritualità e ti attrae in un’altra dimensione, è l’accesso a una rivelazione. Rothko scavava nel profondo e nel simbolico, cercava una misura aurea, la perfezione cromatica e geometrica delle forme, per questo era così attratto dai templi greci, dai rapporti matematici della musica e dell’architettura. La mia sensibilità attinge a quello stesso orizzonte di pensiero e di creatività.
Ma nel contempo, forse per compensare la mia vocazione astratta, sento una forte attrazione anche per l’ornamento, per i manufatti della vita quotidiana, la texture dei tappeti, i motivi delle maioliche, i tessuti, il mosaico, la calligrafia e la scrittura come sistema estetico di segni: il disegno ornamentale come una forma di musicalità, di tessitura melodica e ritmica. Amo la pittura che si fa partitura musicale e, viceversa, la ritmicità musicale che si fa segno pittorico.
Non a caso scelgo per i miei lavori titoli musicali, adagio, rapsodia, concerto grosso, allegro con brio…