Riccardo Scamarcio nel film 'Alla vita'

“Alla vita”, l’ebraismo ortodosso nel nuovo film con Riccardo Scamarcio

Spettacolo

di Nathan Greppi
Negli ultimi anni, sono diventati sempre più numerosi i film e le serie tv incentrate su comunità ebraiche ortodosse, che si possono suddividere principalmente in due categorie: quelli che ne danno un’immagine positiva o neutra, come Shtisel e La sposa promessa, e quelli che al contrario ne danno un’immagine negativa, come Unorthodox e Disobedience. Al secondo gruppo si può probabilmente aggiungere anche una pellicola italiana, Alla Vita (un evidente richiamo all’espressione Lechaim), uscita al cinema il 16 giugno e diretta dal francese Stéphane Freiss.

La storia è interamente ambientata in un piccolo paese della campagna pugliese: Elio (Riccardo Scamarcio) gestisce un vasto terreno ereditato dal padre, dove si coltivano cedri kasher per conto degli Zelnik, una famiglia di ebrei ortodossi francesi che vivono nel paese di Aix les Bains. Una volta all’anno gli Zelnik vengono giù in Puglia per raccogliere i limoni in vista di Sukkot, e in tale occasione Elio conosce Esther (Lou de Laâge), la figlia ventiseienne del patriarca degli Zelnik. Stanca delle rigide regole che vigono in seno alla sua comunità, la giovane affronta una crisi spirituale sempre più profonda, che la porterà a dover compiere una scelta rischiosa.

Riccardo Scamarcio con Lou de Laâge nel film ‘Alla vita’

Il personaggio di Esther è molto simile a quello di un’altra Esther, la protagonista della già citata serie Unorthodox: entrambe si portano dentro un crescente malessere per la disaffezione nei confronti delle regole e dei precetti che vigono all’interno delle loro comunità, per il quale almeno inizialmente non trovano nessuno intorno a loro con cui confidarsi. La differenza è che la Esther francese spesso si connette a internet di nascosto per entrare in una chat fatta appositamente per quegli ebrei ortodossi che non si sentono più a loro agio nel mondo in cui sono nati e cresciuti.

E qui sta uno dei temi centrali del film: l’incomunicabilità. Esther non riesce ad esprimersi liberamente con i suoi parenti o amici, e riesce ad essere vagamente sé stessa solo con Elio o con i paesani e lavoratori del posto. Ma il fatto di non sapere come comunicare ciò che si prova a chi si ha vicino fa sì che la protagonista accumuli ansia e frustrazione, fino a diventare una pentola a pressione pronta a scoppiare in ogni momento.

Lei ed Elio sono due personaggi molto diversi, che però riescono a comprendersi: lei è frustrata per aver dovuto fare sacrifici tutta la vita senza aver mai avuto voce in capitolo; di contro, lui ha scelto di accollarsi la responsabilità di gestire i terreni dopo la morte del padre, e in tal modo deve destreggiarsi tra i problemi economici e la difficoltà nel non riuscire a stare con i propri figli.

Le interpretazioni dei due protagonisti sono eccelse, a fronte del resto del cast che è poco incisivo. Tuttavia, spesso ci sono dei buchi nella trama, in quanto non ci vengono date indicazioni chiare su cosa abbia portato Esther ad allontanarsi con la mente dal suo mondo, e il finale risulta essere piuttosto ambiguo.

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