Immortalità, genoma, terapie rivoluzionarie. Limiti e opportunità secondo la Halachà

Salute

di Nathan Greppi

Bioetica, medicina e ingegneria genetica: nuove frontiere
Modificare il DNA umano per curare il cancro; malattie rare e prevenzione delle malformazioni; fecondazione in vitro e tecniche di reimpianto selettivo. Oggi la scienza può fare molto, ma fino a dove è lecito intervenire sull’uomo? Controlli etici o libera scienza? Il dibattito è in corso

 

Quando, a 35 anni, si è sposata, la scrittrice ebrea americana Susan Shapiro per la prima volta ha desiderato diventare madre. Purtroppo, lei e il marito scoprirono presto di essere entrambi portatori della malattia ereditaria di Tay-Sachs, nota per essere diffusa soprattutto tra gli askenaziti. In quell’occasione, i medici consigliarono loro di attuare una fecondazione in vitro con l’ingegneria genetica, che avrebbe potuto perlomeno ridurre le probabilità che il bambino nascesse malato. Sfortunatamente, tutto ciò è avvenuto nel 1996, 14 anni prima che entrasse in vigore l’Obamacare, e la Shapiro non poté permettersi il costoso trattamento, dovendo così rinunciare ad avere figli.
Questa storia, narrata dalla stessa Shapiro sul sito Tablet Magazine il 9 febbraio 2016, serve a spiegarci come, sin dalle sue origini, l’ingegneria genetica si è sviluppata (e si sviluppa) molto rapidamente, riuscendo a prevenire malattie che un tempo sarebbe stato impensabile curare. Tuttavia, negli ultimi anni sono stati fatti esperimenti, ad esempio in Cina, che sembrano spingersi a voler giocare con la vita, piuttosto che migliorarla o allungarla. In particolare, nel novembre 2016 ha suscitato scalpore la notizia che alcuni ricercatori cinesi hanno modificato il DNA di un uomo per curare il cancro. Qualcuno potrebbe chiedersi: come vengono giudicati, secondo l’halachà, gli esperimenti per modificare il genoma umano? E dov’è che interviene la bioetica?

«Facciamo prima un po’ di ordine: non esiste un’unica linea bioetica, al di fuori del mondo ebraico, su cosa sia giusto o meno – ha dichiarato a Bet Magazine Daniela Ovadia, medico e giornalista scientifica. – La maggior parte dei Paesi occidentali ha delle normative su cosa è permesso; in Cina non ci sono controlli, altrove sì. La distinzione principale è che si intende sostituire un gene difettoso con uno sano; negli uomini si può fare solo in caso di malattie rare, ma non è disponibile per tutti, poiché una malattia può avere più geni malfunzionanti. Si può attuare unicamente dove c’è un solo gene malato, come con la Tay-Sachs dove, per evitare che il bambino nasca con malformazioni, occorre lavorare sull’embrione e poi impiantarlo nella madre».

Per quanto riguarda l’halachà, Rav Gianfranco Di Segni, rabbino e ricercatore al CNR di Roma, afferma che «da un punto di vista generale, gli esperimenti per modificare il genoma umano vanno distinti fra quelli che riguardano le cellule somatiche (ossia le cellule che compongono il corpo umano nella sua globalità) e quelli che coinvolgono le cellule germinali (ossia le cellule che daranno origine ai gameti, ovuli e spermatozoi, dall’unione dei quali nascerà un nuovo essere). Mentre la sperimentazione sulle cellule somatiche può essere eticamente accettabile, perché non avrà ripercussione sulle generazioni future, è ovvio che quella sulle cellule germinali è molto più problematica, perché è impossibile prevedere che conseguenza potrà avere non solo sul singolo individuo che nascerà, ma su tutti i suoi discendenti. Per questo motivo c’è di fatto un divieto assoluto di sperimentare sulle cellule germinali. Queste argomentazioni della bioetica generale sono certamente rilevanti anche per la halachà».

Storicamente, il mondo ebraico non ha mai nutrito una forte avversione verso le innovazioni legate alla medicina poiché, come ha dichiarato il presidente dell’AME di Milano David Fargion, «tutto quello che aiuta l’uomo a curare le malattie è permesso». Dello stesso avviso è Rav Di Segni, secondo il quale «l’atteggiamento ebraico verso la medicina è sicuramente positivo. Se ci sono possibilità di curare una malattia, tutte le strade sono percorribili, con i vincoli detti prima o altri simili. In certi casi c’è il rifiuto di intraprendere determinate terapie, ma per motivi di altro genere: per esempio, ci sono alcuni casi di infertilità della coppia che potrebbero essere trattati con la fecondazione eterologa. Tuttavia, la fecondazione eterologa è generalmente vietata dalla halachà, ma il motivo è evitare la possibilità, seppur remota, che i figli si uniscano poi inconsapevolmente con fratelli e sorelle, figli o figlie del donatore eterologo, e quindi commettano incesto. In questo caso, non c’è una riserva halachica per l’atto medico in sé (la fecondazione in vitro di tipo eterologo), bensì per le eventuali ripercussioni future».

Tuttavia, come afferma ancora Daniela Ovadia, «se non ci sono obiezioni a modificare un uomo adulto, per gli embrioni invece è un problema. Ma mentre la Chiesa non tollera gli esperimenti sugli embrioni, nell’ebraismo questo è permesso fino al loro 40° giorno di vita. I rabbini ortodossi lo ritengono accettabile, siamo autorizzati perché Dio ci ha dato l’intelligenza per curarci; invece sono contro le modifiche per migliorarci».
Ed è forse quest’ultimo punto quello più controverso: voler migliorare l’uomo. Nel corso degli anni molte persone hanno sostenuto che voler modificare la struttura del nostro corpo a livello del DNA indichi un desiderio di avvicinarsi a Dio, di pensare che si possa vivere in eterno: lo storico israeliano Yuval Noah Harari, ad esempio, ne ha parlato nel suo ultimo libro, Breve storia del futuro, mentre le riviste The Economist e Le Monde diplomatique hanno usato rispettivamente i titoli “ritoccare l’umanità” e “l’ultimo passo verso la selezione umana”.

Ma quanto di tutto ciò è realizzabile e quanto è destinato a rimanere fantascienza? «Sinceramente è un dato di fatto che saremo in grado di modificare il genoma umano» – dice Ovadia, la quale però aggiunge che «la maggior parte degli scienziati è contraria a creare il ‘super-uomo’, mentre è disponibile a lavorare sul genoma per curare le persone. Io sono miope; se sapessimo come eliminare la miopia, dov’è il confine? Quello tra cura e miglioramento dell’uomo è labile, anche perché la bioetica si evolve con la società». Più scettico al riguardo è Rav Di Segni: «Bisogna comunque dire che la terapia genica, nonostante le grandi illusioni che questa metodologia di cura aveva creato alcuni decenni fa, non ha dato i risultati che ci si aspettava, anche se in alcuni casi la terapia ha avuto effettivamente successo. Riguardo a vivere in eterno, niente fa pensare a questa possibilità: una cosa è un allungamento della vita di qualche anno, che è effettivamente possibile (piuttosto, però, grazie alla medicina tradizionale che a quella genica), altra cosa è un allungamento all’infinito, che non è neanche ipotizzabile».
«Per la questione della vita eterna siamo lontani anni luce, ma per rallentare l’invecchiamento c’è un enzima chiamato telomerasi, – conclude David Fargion. – Solo che se ci si concentrasse su questi studi, a un certo punto avremmo nonni di 200 anni e nipoti di 100. Nel romanzo I fantastici viaggi di Gulliver vi è un luogo dove gli anziani vivono in eterno. Noi dovremmo pensare invece a lasciare un ricordo di noi quando eravamo in forze. Un altro esempio è quello di Adamo ed Eva che non potevano avvicinarsi all’albero della vita, tenuti lontani da due cherubini che brandivano spade fiammeggianti. Quindi vi è già dalle origini, nella cultura ebraica, un’ostilità all’idea di ottenere la vita eterna».

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