Alessandro Piperno: «Non ho ancora fatto i conti con la mia parte ebraica»

di Fiona Diwan

Gli scrittori di Israele e l’ambivalenza per le proprie origini ebraiche. I segreti della grande letteratura, gli autori, i trucchi della scrittura. Parla lo scrittore Alessandro Piperno. Il suo ultimo saggio è un brillante e incantato vagabondaggio tra le pagine dei capolavori narrativi

Un’appassionata scorribanda nella lussureggiante foresta della letteratura. Una promenade incantata tra le pagine di autori amatissimi, un vagabondaggio nel piacere puro della lettura accompagnato da quel senso di epifania che solo alcuni capolavori narrativi sanno procurare. Questo è Il manifesto del libero lettore – Otto scrittori di cui non so fare a meno (Mondadori), dello scrittore, critico e professore universitario Alessandro Piperno, (insegna Letteratura francese, è uno specialista di Marcel Proust e ha scritto numerosi saggi e romanzi), nato a Roma nel 1972: una grande vadrouille tra gli scrittori amati, un andare a zonzo per le pagine auree delle vite e delle opere dei grandi, il tutto raccontato con penna brillante e un tono di gentile disincanto.

 

Alessandro Piperno manifestoOtto in tutto: Tolstoj, Flaubert, Stendhal, Jane Austen, Dickens, Proust, Svevo, Nabokov. Piperno sa che, in fondo, i capolavori letterari altro non sono che “meravigliosi giocattoli”, giocattoli che non ci rendono migliori, più saggi o virtuosi, più giusti o intelligenti, ma certo più vivi, più vibranti. «Il libero lettore è un dilettante perché aspira al diletto», va a caccia di buone storie, atmosfere, personaggi. Tutt’al più, potrà acquisire qualche lume supplementare rispetto alla conoscenza di se stesso. Legge romanzi per divertirsi, mai per profitto, come direbbe Michel de Montaigne. Piperno smitizza anche il mestiere di scrittore: «scrivere un romanzo è come organizzare una festa: la cosa difficile è creare l’atmosfera». Il romanziere è sempre un po’ provinciale, ci ricorda Piperno: be peculiar e sarai interessante. Scolpire il tempo, scolpire i personaggi: un’arte difficile. Anna Karenina entra in scena tardi, dopo molte pagine, ed è un’esplosione di vitalità e tragedia. Possiamo detestarla o adorarla, ma Emma Bovary resta un capolavoro di volubile frivolezza, velleità e romanticismo da pochi soldi. Unico parametro del valore, ossia di ciò che rende un libro un capolavoro, è la longevità temporale, mentre invece un romanzo diventa davvero un classico se ha apportato una rivoluzione tecnica rispetto ai romanzi scritti prima di lui, scrive Piperno.

Saremo ricordati per il colore delle nostre tracce, diceva un proverbio; ma il tempo non tende forse a cancellare le tracce e ad avere il sopravvento sui ricordi, fino a dissolvere ogni patto romantico e nostalgico che stabiliamo con il passato? E non è forse a questo che servono i romanzi?, a resuscitare il colore delle nostre tracce? Perciò è ai “cittadini del magico Paese della narrativa”, ovvero i lettori, che Piperno dedica quest’ultimo saggio. Ecco l’intervista.
Proust, Tolstoj, Nabokov gli scrittori che costituiscono la sua triade sacra. E, per i contemporanei, Philip Roth. C’è oggi uno scrittore d’Israele che inserirebbe nel suo canone personale?
Adoro la narrativa israeliana e, tra tutti, A. B. Yehoshua è l’autore che amo di più. Ha scritto quello che considero il più bel racconto degli ultimi 30 anni, Il poeta continua a tacere, insuperabile, e molti altri capolavori (Tre giorni e un bambino, L’Amante, Il Signor Mani, Un divorzio tardivo…). Amo questa capacità israeliana di saper inventare voci straordinariamente autonome, questo “dar voce alle voci”. Gli autori d’Israele hanno la fortuna di poter lavorare con un materiale che diventa immediatamente incandescente e che fa i conti con una tale ricchezza e complessità di echi, dovendo simultaneamente tener conto della storia del popolo ebraico, della quotidianità di Israele, di una lingua recente e insieme antichissima, di echi biblici. Elementi sullo sfondo, questi, che rendono tutto più forte, ironico, disperato, acuto. Della generazione più recente ritengo Zeruya Shalev una scrittrice grandissima per intensità e forza narrativa; e amo anche Eshkol Nevo, anch’egli un fuoriclasse. Da ragazzo, mio padre mi diede da leggere Agnon, con quella prosa così scabra e potente… E che dire di Amos Oz in Storia d’amore e di tenebra, il suo più bel libro, epitome della narrativa israeliana, un romanzo capace di incarnare l’intero destino ebraico?
L’idea di una letteratura da bagarre, rissosa e muscolare, la irrita. Ha senso parlare di canone letterario come fa Harold Bloom, il celebre critico?
Personalmente detesto le classifiche e l’idea di un canone. Ma capisco Bloom che ha il problema di opporsi al politicamente corretto dell’Accademia Americana, al trionfo delle ideologie; Bloom vuole contrastare l’idea del multiculturalismo, del femminismo, della politicizzazione: la buona letteratura non ha nulla a che fare con tutto ciò, non c’entra con le categorie morali, non c’entra con il Buono o il Giusto, ecco perché Bloom sente l’esigenza di stabilire un primato estetico e di sancirlo con un canone; non basta trattare temi sociali, femministi o multiculturali per creare un buon romanzo… Solo che Bloom poi finisce per esagerare con le sue classifiche…
Di che ebraismo si sente? Sperimenta un senso di appartenenza, un interesse nei confronti del patrimonio spirituale, biblico e sapienziale, fatto di esegesi, commenti, miti e storie, dell’ebraismo?
Io sono di padre ebreo e madre cattolica. Tecnicamente non sarei ebreo anche se provo un forte senso di appartenenza. Di fatto, ho vissuto questa “dialettica” tra le due parti familiari in modo piuttosto drammatico. Come ebbe a dire Umberto Saba, “sono il prodotto di due razze in antica tenzone”. Quella dei miei genitori fu in verità un’unione male accolta da entrambe le parti e forse per questo ho sperimentato un “diasporismo” all’ennesima potenza. Mio fratello ed io eravamo ebrei per i parenti cattolici, e cattolici per quelli ebrei. Sono un ibrido a tutti gli effetti e patisco una ambivalenza: da un lato, il mondo ebraico e il suo retaggio culturale esercitano su di me una forte fascinazione. Dall’altro, suscitano in me anche una certa ostilità, non sopporto l’esclusivismo ebraico, il suo essere così guardingo. La verità? Non ho ancora davvero fatto i conti con la mia parte ebraica. Più che la tradizione millenaria ebraica, il tema che coinvolge mio fratello e me è la Shoah, vissuta come un trauma primigenio. La mia esperienza finora ha avuto a che fare con l’archetipo dell’ebreo che si secolarizza a contatto con l’ambiente borghese, Proust, Zweig, Svevo e Saba, appunto, o con figure anfibie come Alberto Moravia e Elsa Morante; ossia la figura dell’ebreo come straniero che vive in mezzo agli ostili e che fa di tutto per farsi accettare.
La letteratura ebraica si nutre di fonti bibliche e midrashiche, e spesso le ricicla in una narrazione attualizzata e secolarizzata. Un intertesto biblico molto presente, ovunque. C’è chi dice che la Bibbia è per gli ebrei di oggi quello che è stato Shakespeare per la lingua inglese, Puškin per il russo e Omero per la letteratura universale…
Non saprei, non sono molto edotto in materie ebraiche. Ma posso dire che gli autori di Israele sono molto scabri e spregiudicati, mescolano tutto, non hanno tabù e sanno miscelare sacro e profano come nessun altro oggi. E questa è la loro ricchezza peculiare.
Marcel Proust: figlio di madre ebrea, visse una condizione ibrida – la stessa che ebbe in sorte Montaigne, figlio di una marrana – che lo spinse a una forma di mimetismo estremo con il mondo in cui visse. Non sono più i tempi né di Proust né di Montaigne, eppure la condizione ibrida, l’identità meticcia è un tema molto contemporaneo, anche tra gli scrittori. Sul piano personale, lei si sente in qualche modo “concernè”, coinvolto da questo tema?
Ovviamente sì, mi sento costantemente preso tra due culture forti e diverse, con il piede in due staffe, ma rifuggo le definizioni o le affiliazioni.
I fratelli Singer: quale dei due lei sente più vicino…?
Israel Joshua Singer mi è forse più vicino per i temi che affronta, le saghe familiari intricate e complesse. Ma il mio amore è tutto per Isaac Bashevis: perversione, cattiveria, le zone oscure dell’anima, il suo essere amorale, tutto in lui è interessante, sulfureo, sia nella produzione europea che americana.
Il plagio in letteratura non esiste…
Infatti, non esiste. Oggi abbiamo una idea troppo seriosa del diritto d’autore. Stendhal plagiava a man bassa, ma resta ugualmente un grande. Oggi sarebbe in galera. Resta il fatto che siamo tutti figli di qualcuno, ogni scrittore ha parodiato, saccheggiato, imitato, copiato qualcun altro… L’immenso e geniale Diderot saccheggia Sterne a piene mani, a sua volta Sterne fa il verso a Cervantes, Foscolo plagia letteralmente Goethe, Tolstoj studia i campi di battaglia di Stendhal… Camus e Buzzati non esisterebbero senza Kafka…
Ebook, sembrava il futuro del libro… Una rivoluzione fallita?
Ho adorato l’e-book, mi ha sempre incuriosito, è uno strumento eccezionale, specie per i testi tecnici o specialistici, e poi il fatto che se vuoi leggere qualcosa la compri subito e te la leggi dopo 5 minuti, non è fantastico? Ma dovranno inventarsi qualcosa di nuovo; la verità è che l’e-book non è riuscito a sostituire lo charme del libro di carta; il libro ha una sua vita autonoma che ne fa un oggetto prezioso, unico, personale, solo tuo.

 

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