Il ritorno di Walter Wolff

Personaggi e Storie

“Ciarea” ci dice Walter Wolff, classe 1917, entrando venerdì 8 settembre in Sinagoga
a Casale dopo 61 anni. Il saluto è il ricordo dei tanti termini
monferrini rimastigli nella mente grazie al suo soggiorno casalese dal
1943 al 1945.

Una lunga storia. Nato ad Aachen (Aquisgrana) nel 1917 e
vissuto a Francoforte fino alle persecuzioni antisemite, Walter Wolff
riuscì a salvarsi dal campo di concentramento di Dachau grazie al visto
d’ingresso rilasciatogli da un console italiano in Germania.
Raggiunta
Genova per imbarcarsi verso Shanghai, il profugo rimase in Italia dove
sfuggì all’arresto e alla deportazione grazie all’aiuto di tanti
italiani…
Giunge a Casale, città che conosceva per fama. Così infatti
scrive Walter Wolff nel bel libro di testimonianze intitolato Tempi
duri, brava gente
, edizione italiana di Bad Times Good People voluta
dal Consolato Generale d’Italia a Chicago. Ed aggiunge: “Avevamo
sentito dire che nella città di Casale Monferrato, situata tra Torino e
Milano in un angolino del Nord-Ovest dell’Italia, c’era una comunità
ebraica che risaliva a parecchi secoli prima. Lì era stata eretta nel
1595, una bella sinagoga di pietra, chiamata il Tempio Ebraico di Casale
Monferrato. La struttura antica era ancora intatta e veniva usata come
sinagoga della comunità. Speravamo che la comunità ebraica ci avrebbe
aiutato a sistemarci, proprio come quella di Genova…”.
Grazie all’aiuto
dei confratelli ebrei, Wolff si nasconde in una casa di via Balbo 2.

“C’era solo un bagno per tutti gli inquilini, ma questo piccolo disagio
non ci disturbava; eravamo riconoscenti di essere qui”. Una vita appesa
a un filo se si pensa che dei sessanta ebrei casalesi deportati in
Germania nessuno è più tornato.

Uno spiraglio di luce. Mussolini aveva appena emesso un decreto nel
quale era stabilito che a tutti i disertori dell’esercito italiano
presentatisi spontaneamente ai loro comandi sarebbero state garantite
l’amnistia e concesse tessere di razionamento. Leggendo attentamente tra
le righe il decreto del Duce, Walter vide una possibile via d’uscita
alla sua drammatica situazione. Bastava trovare chi garantisse che egli
era un soldato italiano sbandato e assumere così una nuova identità…

Da alcuni sacerdoti gli viene indicato il parroco di San Giorgio come
punto di riferimento. Arriva in canonica il prete (con ogni
probabilità era don Evasio Gippa); dice semplicemente “io vi posso
aiutare”. Doveva fingere di essere un soldato italiano che era appena
tornato e aveva bisogno di documenti aggiornati. “Ora vai in Comune”,
continuò il prete, “e chiedi di Giuseppe, ma non parlare a nessuno se
non a lui e digli che ti ho mandato io, scegliti un nome”.

Gli viene in mente “Monti”. Il signor Monti era un famoso giocatore di
calcio della nazionale italiana e, dal momento che ammirava l’atleta,
decide di diventare il Signor Monti. E Valter quale nome di battesimo
perché era simile al suo vero nome. Come luogo di nascita Cosenza, una
città già occupata dagli alleati.
In Comune fila tutto liscio e Wolff esce con una carta d’identità
(Valter Monti, del fu Guglielmo, nato – si invecchia – il 2 dicembre
1915…) e una tessera di razionamento nuova.
Deve molto probabilmente
la vita al segretario comunale Giuseppe Novarese

A Casale Walter Wolff non trova solo ospitalità, ma anche un lavoro come
traduttore presso l’Istituto per la pioppicoltura di strada Frassineto.
Stavano lavorando a una tecnica per abbreviare la divisione del nucleo
della cellula dell’albero, un processo che normalmente avveniva sempre
dopo la divisione dei cromosomi cellulari. Così facendo si sviluppavano
foglie gigantesche che avrebbero fornito una quantità di nutrimento
doppia, consentendo all’albero di crescere più velocemente.
C’è un altro particolare curioso: Wolff, finita la guerra, a Milano
partecipa ad una festa organizzata dalla brigata inglese-ebraica e qui conosce
Vittoria Fubini, la sposa e i due vanno a vivere in America, a New York.
Valeria Fubini, mancata nel 1995, era casalese figlia di un macellaio,
ma i due in città non si erano mai visti.

A Casale venerdì pomeriggio Wolff ha incontrato il presidente della
Comunità ebraica casalese Giorgio Ottolenghi e – altro caso
singolare – Daniele Segre, nipote di Augusto, il rabbino all’epoca bellica
(Daniel, insegnante a Gerusalemme, è nel fine settimana a Casale per il
seminario ebraico giovanile). Hanno pregato davanti all’Arca Santa per
lo scampato pericolo (“mi ricordavo la Sinagoga molto più buia… le
donne che si lamentavano perché dovevano stare sui matronei”). Poi ha
visitato tutto il complesso ebraico con il Museo noto in tutto il mondo.
Anche oggi, sabato, Wolff è un ebreo ortodosso, dedicato alla
preghiera. La partenza all’alba di domenica. “Ci tenevo
tanto a rivedere la città che mi ha salvato e ringraziare…”

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